venerdì 4 dicembre 2015

Come to the kitchen floor. Tiles are cold, so am I

C’è tantissima confusione intorno, tanta che non riesco nemmeno a pensare, figuriamoci a scrivere.

Non sopporto le famigliole felici, e i pargoli rumorosi di queste cazzo di famiglie che il venerdì pomeriggio se ne stanno chiuse nei bar a far scoppiare emicranie a noi stronzi che cercavamo solo un posto tranquillo dove nasconderci dal mondo, e ce li ritroviamo fra i piedi e nelle orecchie, loro che dovrebbero essere fuori o a casa, ovunque meno che qui, vi prego.

Vi prego.

Poi non mi dovete rompere i coglioni se è un pensiero impopolare e suonano come le parole di un mostro e che male ti ha fatto quella principessina dai capelli biondi e in fondo i bambini ti piacciono e sei così brava con loro e bla bla bla e cosa diavolo ne sapete voi, di cosa mi piace? Cosa ne sapete di cosa voglio o del perché ho fatto o non ho fatto certe cose, certe scelte.

Se piuttosto sapeste quello mi esplode nella testa, se sapeste.

Se sapeste che mentre finalmente scrivo e dico alle persone che scrivo (almeno ci provo, e ammetterete che è un grosso passo avanti), qui non ci sono più tornata, e anche che mando decine di mail tutti i giorni tranne quelle due, forse tre, che dovrei davvero mandare.

Non ho avuto i nervi e il cuore per capire che niente più al mondo conta quando i pianeti cominciano ad allinearsi ma fra questi non c’è la Terra. Quella è rimasta là a guardarti mentri prendevi un po’ il volo e le distanze e ora è lontana anche se è ancora vicina e si sgretola perché è questo che fa la terra, a volte: si sgretola sotto i piedi.

Non contano mica più, le maiuscole e le minuscole. Non ci sono grammatiche, non c’è neppure stile.

Forse è per questo che fai come le famiglie che non escono al sole e si nascondono nei bar, e ti spari nei timpani una canzone che ti strappa il cuore. Solo per sentirlo di più. Per sentirlo. Nella gola, nei polsi. Purché si faccia sentire.

Ma c’è tantissima confusione intorno perché io possa sentire, tanta che non riesco nemmeno a pensare, figuriamoci scrivere e scrivere di te. Che sei lì sulla Terra mentre mi allontano sul mio piccolo razzo ammaccato, senza capire nemmeno dove sto andando.

E vorrei solo dirti quello che in fondo ti sto chiedendo e che è la richiesta più egoista che si possa avanzare: di restare. Ancora, per un po’, e nonostante tutto. Che con buona probabilità è sbagliato, soprattutto per te che non ti meriti questa attesa senza premi, e per me perché non mi fa onore.

Posso farlo, però, posso farlo ora che non mi sento il cuore. Adesso che mi stai scivolando fra le mani e sono talmente incapace e vigliacca da chiederti di tenere la presa. Anche per me. Che sono quella che si allontana.

[Tacete, tacete tutti, vi prego.

E tu, se puoi.]

Resta.



Ascoltando Lover, Please Stay, Nothing But Thievies (Nothing But Thievies, 2015)