mercoledì 24 giugno 2015

Lei disse sì


Per un momento – breve eh, brevisssimo – mi è venuta quasi voglia di sposarmi.

E vi giuro che Lei disse sì è il primo film in trent’anni che mi ha fatto questo effetto.
Sul serio, eppure ne avrò visti trilioni con lo stesso lieto fine, per non parlare delle serie televisive, le canzoni, gli spettacoli, i libri, le pubblicità, la famigghia e la società che m’hanno rincoglionito per una vita con il messaggio "coronamento di un amore e desiderio di una famiglia = matrimonio".

Niente, io l’abito bianco non lo sognavo da bambina e non mi sono smentita negli anni (e sui figli sapete come la penso) anzi, forse per molti versi mi sono anche un po’ irrigidita sul mio non volermi sposare, pur non avendo assolutamente nulla contro chi lo desidera e lo fa.

L’amore sì, su quello ho sempre fantasticato: una persona bella accanto, magari per tutta la vita – nonostante mi faccia ancora uno strano effetto dirlo e pensarlo – e passione ed esperienze condivise, viaggi, litigi, sesso, rispetto, supporto, complicità, occhi a forma di cuore e tutto il resto.

Ma il matrimonio, appunto, anche no.

Quello di Ingrid e Lorenza, però, non è un matrimonio come tutti gli altri, fosse solo che si tratta di due donne nate, cresciute e residenti in Italia, dove l’amore fra due persone dello stesso sesso non gode di alcun tipo di ricoscimento e tutela; un Paese ancorato a vecchi pregiudizi, in cui – come dice la stessa Lorenza in una delle interviste rilasciate durante le riprese – non ci sono aspettative per una persona omosessuale, non c’è la possibilità di immaginarsi un futuro insieme a un’altra persona, almeno non in certi termini (vedi alle voci matrimonio, adozioni, diritti civili).

Ecco allora che la fuga diventa l’unica soluzione possibile (questa cosa che a casa nostra stanno diventando più i motivi per scappare che per rimanere dovrebbe far riflettere): la coppia decide di sposarsi in Svezia, Paese d’origine di Ingrid dove, banalmente, si può e non si è vittime della stessa arretratezza culturale e legislativa che caratterizza la nostra bella Italietta. Che bella – mannaggia a lei – lo è per davvero e che le due protagoniste non vogliono lasciare, rifiutando l’idea di un trasferimento obbligato.

Da qui nasce l’intuizione di Maria Pecchioli, amica storica delle ragazze: filmare i preparativi per le nozze – con tutte le tappe "classiche" del caso: l’annuncio ad amici e parenti, la scelta del menù e degli abiti, le preoccupazioni per il tempo – fino al lungo viaggio in macchina verso nord in cui le due ripercorrono i momenti della loro storia e raccontano i chiaro/scuri della quotidianità, la forza del sentimento che le unisce ma anche il peso di non sentirsi accettate, di essere percepite e vissute come diverse.

Perché quello di queste donne non è "solo" il viaggio (bello, per altro) di due cuori innamorati, si tratta piuttosto di un percorso di autoaffermazione e ha in sé tutte le potenzialità per diventare una sorta di manifesto per chiunque si trovi nella stessa condizione, una spinta per tutti a riflettere sullo stato delle cose e un incoraggiamento a cambiare ("La rivoluzione a colpi di bouquets è cominciata", recita ironicamente il trailer). La storia personale che diventa universale, e politica.

Il tutto dà vita, prima, a un videoblog di successo (ottobre 2012) e poi a una pagina Facebook che raccoglie migliaia di like, dimostrando che forse c’era necessità di un’operazione del genere. Ne scaturisce quindi l’idea di lanciare un crowdfunding per finanziare la realizzazione di un vero e proprio docu-film che viene presentato in anteprima al Biografilm festival di Bologna nel 2014, dove raccoglie il premio di critica e pubblico. Da allora il documentario e le sue protagoniste hanno intrapreso un tour che ha toccato molte città in Italia e all’estero, continua la sua marcia alla conquista di nuove sale, ma anche scuole, festival, circoli ARCI ed è in concorso ai David di Donatello 2015. Lorenza e Ingrid hanno aperto un’associazione per parlare di diritti civili, sono diventate blogger per D-La Repubblica e hanno festeggiato con l’arrivo dell’estate il secondo anniversario di matrimonio (bello l’augurio di Cristina Donà per l’occasione, lo trovate sulla loro pagina).

A me il film è piaciuto molto, mi ha commossa, divertita e fatta pensare. Trovo che sia davvero importante e utile uscire dalle opinioni, dalle prese di posizione ed entrare nelle vite delle persone, nelle testimonianze. E questa mi ha colpita particolarmente perché riesce a fare bene tante cose: a raccontare, per esempio, la normalità di una relazione e di una cerimonia che di eccezionale ha la bellezza e l’intensità dell’amore che vi si respira, ma nulla di più (come se fosse poco, poi). In un 2015 in cui in tanti fanno ancora distinzione fra amore omosessuale ed etero forse serve mostrarla, questa normalità.

A ricordarci l’importanza della condivisione e del riconoscimento da parte della propria comunità, qualcosa che spesso diamo per scontato ma che per molti non lo è affatto. La possibilità di celebrare, di una ritualità, di dichiarare la gioia della propria unione e festeggiare assieme alle persone che ci circondano. Ingrid e Lorenza affrontano questo percorso con la famiglia allargata che si sono costruite negli anni che decide di sposarsi con loro e la loro causa. Dalla reazione gioiosa all’annuncio delle nozze al primo pranzo con le sposine, le immagini rivelano tutta la forza di questa comunità, la partecipazione corale, il desiderio di offrire un scenario diverso.

Si rompono luoghi comuni, ci si riempie gli occhi di posti incantevoli, si sorride parecchio e c’è una colonna sonora che spacca.

Insomma via, lo dovete vedere.




Ascoltando I Said Yes, Rio Mezzanino (2013)


6 commenti:

  1. io il figlio invece l'ho sempre voluto, era il matrimonio che proprio non mi ha mai convinta.
    Però chettedevodì. C'entra anche il film, e di sicuro c'entra anche tutta la storia dei diritti e del riconoscimento sociale eccetera. Ma mi sa che alla base c'è qualcosa di molto più atavi---aaaaah oddio non l'ho detto non l'ho detto!!

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  2. Manco io ho sognato l'abito bianco, la cerimonia tutta di rosa e tutte le questioncine inerenti al matrimonio perfetto.. però penso che se trovi la persona giusta, ci pensi un pochino :)

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  3. Ah ah ah... tenerona! (;-P

    No, seriamente, credo che sia davvero una cosa molto personale. Io la persona giusta credo di averla trovata e non nego che – abito bianco o meno – c’è il desiderio che sia “fin che morte non ci separi” (brrrrr, che paura scriverlo!).
    Poi, ovviamente, c’è la questione dei diritti.

    Certo che questo film sottolinea molto l’importanza del riconoscimento da parte della propria comunità e l’importanza della celebrazione e chi sono io per dire che un bel festone con la mia famiglia allargata non sarebbe bellissimo... OH, WAIT! (;-D

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  4. io non sognavo abito bianco, padre che mi accompagnava all'altare, e marcia nuziale... poi ho conosciuto Brivido, e tutto è cambiato.
    l'ho conosciuto e non ho voluto altro...

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  5. Vedi? Il mondo è bello perché è vario e la vita interessante perché riesce a smentirci anche rispetto alle nostre più radicate convinzioni. Qualche volta. (;-)

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