mercoledì 22 aprile 2015

La gente paga e rider vuole qua

Odio quelli che piombano lì un’ora prima e si lamentano ché la sala è ancora chiusa e non ci sono abbastanza posti dove sedersi, nel foyer. Quelli che arrivano tardi e guardano male le maschere se chiedono loro di aspettare fino alla fine del primo numero, per prendere posto. [Di solito la pretesa di sedersi all’istante è tanto più insistente quanto più le poltrone sono raggiungibili solo facendo alzare mezzo pubblico]

Quelli che si lamentano dei prezzi dei biglietti, del programma di sala, delle bibite, dei pop corn (ma un po’ anche dell’attesa, del tempo e del governo ladro), senza considerare che 1) chi glieli sta vendendo non ha alcun potere decisionale in merito e 2) è pure costretto a sorbirsi la cantilena e sorridere mentre tutto ciò che pensa è "questo è il motivo per cui io sto dietro al bancone e non in fila per vedere lo spettacolo lamentandomi di quanto m’è costato, razza di stronzo!" 3) nessuno li obbliga a comprare per cui, a ’na certa, anche basta.

Amo molto la gente educata. Non necessariamente sorridente e bendisposta, ma educata.

I signori distinti e cortesi, i gruppi ridanciani ma non sguaiati, i genitori che tengono d’occhio i figli, i figli che tengono d’occhio i genitori.

Prendo parecchio per il culo quelli che si esaltano per uno spettacolo che fa oggettivamente cagare, ma finisco per intenerirmi di fronte all’entusiasmo genuino, agli occhi sgranati e le bocche che fanno "ooooh!". Adoro guardare le loro facce nella penombra, spiarne le reazioni, origliare i commenti.

Darei delle testate date bene a quelli che trattano le maschere, gli impiegati al box office e il resto del personale alla stregua di poveri idioti (a meno che non ne abbiamo ragione e spesso ce l’hanno, eh), ma pure a quelli che "grazie per il vostro lavoro, è per persone come voi che..." (tremendi come certi attori con chi sta dietro le quinte, if you know what I mean).

Però niente mi toglie gli schiaffi dalle mani come la gente che sta attaccata al cellulare per l’intera durata dello show. A parte il fatto che t’hanno detto in trenta lingue di spegnerlo, cosa cazzo ci sei venuto a fare a teatro se non riesci ad alzare lo sguardo dallo schermetto? [NdA: "schermetto" che nel 50% dei casi è in realtà più grande del televisore di mi’ nonna e finisce per illuminare metà platea. IL FASTIDIO.]

E non ci dimentichiamo di quelli che mangiano e bevono rumorosamente. Che ruminano. Che biascicano (solo il suono della parola mi mette i brividi, brrr!). Chiamatemi intollerante, snob, intimamente fascista ma io non gliela fo. Sto male, mi si rivolta lo stomaco e divento preda di pensieri omicidi.

Ci sono risate contagiose e lacrime che davvero ti chiedi perché. Facce molto belle e vestiti orribili. Scopri che il 90% della gente è impacciata al limite dello slapstick e socialmente disabile, e il restante 10% con ogni probabilità lo è altrettanto, ma ha solo imparato a darsi un tono.

Ti ricordi perché si dice che la realtà supera di gran lunga la fantasia e impari che per quanti spettacoli tu abbia visto nella vita quello del pubblico è uno show che non finisce mai di stupirti. Nel bene e nel male.

 

 

Ascoltando Gente di merda, Zen Circus (Andate tutti affanculo, 2009)

giovedì 16 aprile 2015

E se mancherà qualcosa agli anni tuoi

 
Sei venuto per me, su questo non ci piove.
 
Sei venuto perché sai come sto anche se non sei capace a chiedermelo e, soprattutto, a sentirmelo dire. Perché dovevi verificare di persona dove vivo e cosa faccio, ché anche se te lo racconto tendo sempre a camuffare il brutto e far vedere il meglio, e tu sai bene anche questo. Se solo fossi riuscito a rompere il meccanismo, l’incantesimo di cui siamo prigionieri, ecco allora sarebbe stato perfetto. Tutto perfetto.
 
I giri per la città e le visite a quei musei che stanno sempre in fondo alla lista, portarti a quel mercatino e vederti scegliere i tuoi tesori di piombo, con gli occhi colmi di stupore bambino, tu che hai settant’anni e la fatica di una vita che ha saputo essere generosa ma anche molto, molto dura. Mi basta quello sguardo per dimenticare e assolvere, sentirti dire "abbiate pazienza, io qui mi ci fermo un bel po’", ringraziarci di cuore perché ogni cosa è nuova e buona e interessante e bella.
 
Com’è diverso, questo posto, dal nostro bosco. Lontani i tempi in cui mi insegnavi a leggere i segni di pista, a riprendere le tracce degli animali con un calco di gesso, a non lasciarne a mia volta sul sentiero. Hai visto come sono diventata brava? Io ci metto un attimo a chiudere la mia vita in una valigia, a cambiare aria, rotta, rifugio. Io potrei stare acquattata fra gli sterpi a giornate, con le gambe che pizzicano e le formiche rosse che mordono, e non dire "ba". Potrei, posso, senz’altro ho potuto scomparire completamente, poi tornare e scomparire ancora. Senza lasciare tracce.
 
Non è forse quel "brava" ciò per cui ho vissuto tanta parte dei miei giorni, quel tenace attaccarmi/attaccarti anche quando fuggivo lontano, il motore di tante scelte, la ragione dei graffi, l’etica calvinista con cui ho fatto a cazzotti per trent’anni? Anni passati su un’altalena: da prima della classe a reietta, da ineccepile a ribelle; orgoglio e condanna, odio e amore, andata e ritorno, andata e ritorno, andata e ritorno.

E, sopra a tutto, la paura, questa enorme, indomita, feroce bestia che ci ha azzannati al petto in quel giorno buio e non ci ha lasciati più.
 
Tutti gli abbracci che si è portata via e il modo giocoso di stare al mondo che non era più concesso, la fiducia nel futuro, godere della bellezza del presente, sentirsi in colpa, perfino, sentirsi in colpa se.
 
Adesso se io riuscissi, se solo riuscissi a sconfiggere la belva e spezzare l’incantesimo, ad abbattere questo muro di terrore, a dirti tutto questo, anziché consegnarlo a uno schermo bianco e a chi non sa nulla di te, di me, di noi. Perché sei la persona migliore che conosco.
 
Ecco allora sarebbe tutto perfetto. Perfetto per davvero.




Ascoltando Sacrificio, Timoria (Storie per vivere, 1992)