mercoledì 11 marzo 2015

Don't be a hardrock when you're really a gem

Eccoci qua, l’8 marzo è appena passato, accompagnato dalla sempreverde cantilena: da una parte i "Perché una festa?", "Ma auguri di cosa?", "Guarda come siamo messe, ti pare il caso?", dall’altra "Quanto sei snob, a non festeggiare!" "Un’occasione per celebrare le donne, qualunque essa sia, non andrebbe sprecata" e "’sticazzi, a me piace la mimosa". Parlarne, ignorarla, cogliere l’opportunità per... sì, no, forse.

Tanto come fai, sbagli.

E, del resto, questa è una cosa a cui siamo abituate, noi donne che se sognamo l’amore e mettiamo su famiglia dedicandoci soprattutto a figli e affini siamo delle retrogade chiuse e frustrate, senz’altro schiave di un marito dittatore e rompicoglioni e se, invece, ci proiettiamo sul lavoro e prole non ne vogliamo, veniamo etichettate come mostri dal cuore di pietra, arrampicatrici aride ed egoiste, condannate senza appello a un futuro triste e solitario. Facciamo entrambe le cose, allora, che problema c’è? Nessuno, a parte quello di conciliare casa e carriera (perdonate il termine abbastanza anacronistico), prendendosi carico – larga parte del carico – di entrambe le cose, spesso e volentieri senza nessun aiuto e finendo per sentirci più o meno indietro, incomplete, inadeguate, non abbastanza in entrambi i campi.

Ed è vero – perché porca miseria è verissimo, c’è poco da fare – che spesso il peggior nemico di una donna è se stessa, che siamo le prime a giudicarci (male), a non darci fiducia, a non riconoscere le nostre potenzialità e a non far fruttare le molte doti che abbiamo, fino al punto di rinunciare in partenza a progetti che ci sembrano troppo per noi, a non dar corpo alle nostre idee e non seguire le nostre intuizioni perché figurati se.

Ripeto, verissimo, almeno per quanto mi riguarda. Ma.

Ogni volta che sento o leggo le considerazioni di cui sopra, non posso fare a meno di avvertire un minimo di – come chiamarlo? – fastidio? Una nota stonata in una sinfonia che, di per sé, suona intonandosi perfettamente a quello che vedo fuori e dentro di me.

Perché, guarda caso, gira e rigira ancora una volta siamo noi donne a sbagliare.

Oh, come è possibile? Ma allora siamo proprio delle mezze rincoglionite, noi che anche col potenziale e le opportunità ci tagliamo le gambe da sole. Ci vogliamo proprio male, a sabotarci così, con un mondo che non aspetta altro che veder risplendere il nostro talento e noi giù a flagellarci e farci a pezzi l’autostima con le nostre mani.

Già, da sole, tutto da sole. Ma siamo proprio sicuri?

No, non è così. La verità, signore e signori, è che là fuori c’è un’intera società, un mondo progettato per fare a pezzi l’autostima della donne. A colpi di modelli imposti sin dalla tenerissima età, modi di dire, luoghi comuni, aneddoti che si tramandano da secoli e che ci vedono protagoniste di simpatici siparietti in cui siamo, indifferentemente: imbranate alla guida, incapaci totali quando si parla di tecnologia o qualsiasi tipo di lavoretto pratico, spendaccione in fissa con lo shopping, inguaribili romantiche alla perenne ricerca del Principe Azzurro, casalinghe inside fatte per la cura di casa e famiglia, deboli, troppo emotive, meno brave degli uomini (in cosa? Ma più o meno in tutto, bambine!), non in grado di reggere la pressione, inadatte a ruoli di leadership, piagnucolone, confuse... devo andare avanti?

Cliché, stereotipi che non solo sono duri a morire, ma che di fatto hanno forgiato e forgiano l’universo in cui noi donne ci muoviamo dalla nascita, anche in questa bella società occidentale, nei Paesi così detti civilizzati, evoluti, moderni. Eh sì, pure quelli ritenuti particolarmente evoluti. La parola Ammmeriga vi dice qualcosa? C’è stato, prima, il polverone alzato da Patricia Arquette col suo discorso durante la cerimonia di premiazione degli Oscar, in cui l’attrice ha rivendicato la necessità di ottenere parità di retribuzione e di diritti per le donne statunitensi (un nervo scoperto a Hollywood come nel resto degli Stati Uniti) e – pochi giorni fa – ha fatto scalpore l’intervento di Hilary Clinton in occasione della Watermark Silicon Valley Conference for Women in cui ha denunciato senza mezzi termini il sessismo imperante in quella che per molti versi è considerata la culla dell’innovazione, delle opportunità senza confini e senza distinzioni.

L’intervento è stato ripreso e commentato, tra gli altri, da una giovane donna italiana che quella realtà la conosce bene: si tratta di Elena Favilli, fondatrice (assieme a Francesca Cavallo) e Ceo del primo magazine su iPad dedicato ai bambini, che proprio in Silicon Valley ha mosso i primi passi nel mondo delle startup per diventare in poco tempo una dei dieci innovatori migliori d’Italia.

In un coraggioso articolo pubblicato sul Guardian (in italiano lo trovate qui), Elena ci racconta della sua battaglia quotidiana contro l’elite maschilista che domina la celebre area a sud di San Francisco (di recente Newsweek aveva fatto dell’argomento la propria storia di copertina), in cui è la "bro culture" a farla da padrone, con le feste Beer Pong del venerdì sera, le immancabili battutine sugli abiti indossati dalle due startupper, i complimenti fuori luogo (puntualmente sull’aspetto fisico, mica sul proprio lavoro/prodotto) e le strizzatine d’occhio durante le riunioni con gli investitori.

Eppure, la Favilli in California è riuscita a raccogliere non solo innumerevoli consensi, ma anche 600mila dollari per la sua impresa con cui continua a collezionare un premio dopo l’altro (fra cui quello nella categoria Children dei Digital Magazine Awards di Londra, in cui se la vedeva con colossi come National Geographic Kids e BBC).

Ma il successo, dice, non l’ha messa al riparo dal sessismo, dal veder continuamente sminuiti il proprio status (solo una "ragazza"), la propria idea ("bella ma piccola") e il proprio approccio ("troppo assertivo" e "debole").

Un incessante tentativo di ridurre e svilire il valore di quello che le donne pensano e fanno. Atteggiamento che, oltre alle conseguenze disastrose sul piano pratico (in una parola: meno diritti), ne ha una se possibile ancora più grave: il rischio – nel 90% dei casi è una certezza – che una donna alla fine crede davvero di essere meno, che quello che fa non sia niente di speciale, che manchi questo e quest’altro e che, quindi, fondamentalmente sia colpa sua. Ed ecco che il cerchio, vedi sopra, si chiude.

Allora la vera battaglia, ancora e a maggior ragione nel 2015, diventa capire «come costruire, all’interno di se stesse, un proprio centro di resistenza che non si chiude rispetto al mondo, ma che allo stesso tempo non ti fa implodere». Così Francesca Cavallo in un bellissimo post sul suo blog, in cui ci invita a essere affamate e folli, in un modo che non ha nulla da invidiare a quei "visionari" dei nostri colleghi maschi. Anzi.

 

 

Ascoltando Doo Wop (That Thing), Lauryn Hill (The Miseducation of Lauryn Hill, 1998)

 

8 commenti:

  1. Bello quel che hai scritto e tristemente attuale. Perché se la visione della donna ai fornelli è quasi ormai relegata alle battutine sceme, la visione della donna come leader, come persona avente stessi diritti monetari e stessa credibilità dell'uomo, ancora è lontana da venire. E sì, se da un lato è certamente colpa nostra e della nostra incapacità di scardinare certi luoghi comuni, dall'altra è pur vero che ciò da cui siamo circondate è il più lontano possibile dall'essere un mondo egualitario.

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    1. Già. Il Corriere ha riportato l’intervento della Favilli, leggi i commenti in calce all’articolo e fatti cadere le braccia:

      http://corrieredibologna.corriere.it/bologna/notizie/cronaca/2015/28-febbraio-2015/accusa-startupper-italiana-la-silicon-valley-sessista-2301045076744.shtml

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  2. Aye, leggo ora questo post.
    Che ti devo dire, quoto integralmente tutto. E grazie per le informazioni.

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    1. Ma grazie a te. Presto scrivo qualcosa su Timbuktu e dintorni, le ragazze sono brave e toste e i loro progetti meritano davvero attenzione.

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  3. I post femministi alle volte sono tediosi ed illeggibili nel senso peggiore del termine...
    Ma questo post ha una carica speciale, che concede un ritratto così tristemente ed amaramente vero e veritiero...

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  4. Complimenti per le verità che hai saputo esprimere, con saggezza, delicatezza ed eleganza.

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    1. Addirittura... ma grazie. Purtroppo non si tratta di saggezza ma di numeri, ahimè.

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