domenica 29 marzo 2015

Come sopravvivere all’influenza più molesta del secolo

Disclaimer: Non sono un medico e non posseggo competenza alcuna per esprimermi con cognizione di causa in merito a reali rimedi contro l’influenza di stagione per cui, se è questo che cercate, fatemi il favore di migrare altrove. Qui si parla dei miei personalissimi (e per tanto opinabili) metodi per sopravvivere a questa piaga; con me funzionano, ma se a voi fanno venire la peste bubbonica non è colpa mia. Avvertiti.

L’avevo letto sui giornali, nei messaggi disperati di TUTTE le mie amiche e di una buona percentuale di parenti, così come sulle facce stravolte della gente in metro: l’influenza di quest’anno è la muerte.

Per carità, una malattia non è piacevole per definizione, lo so. Ma questa è stata particolarmente pesa: febbre alta, raffreddori e tossi da togliere il sonno, dolori diffusi e decorso lungo e accidentato (con poveracci che se la sono beccata a più riprese e trascinata per secoli). C’è chi, addirittura, ha accompagnato il tutto a un bel virus intestinale. Paiura.
Ma io, signori, io mi ero salvata. Avevo liquidato amici e conoscenti con uno sbrigativo e ben poco empatico "Dai, alla fine è un’influenza, riguardati, passerà", schivato starnuti e colpi di tosse dei disparati untori con agilità e sommesse bestemmie (siete malati? Ma state a casa, cazzo!) e decretato trionfante: "A ’sto giro mi è andata bene".

Vi ho già spiegato che le gufate sono una cosa brutta, vi ho anche invitato a esserne fantasiosi dispensatori e a stare in occhio come potenziali vittime, ma non vi ho ragguagliati a sufficienza sulla più temibile delle gufate: l’auto-gufata. Consideratelo fatto.


Insomma, esco di casa che sono la Principessa della Salute e poche ore dopo rientro rantolante, agognando quello che sarà conforto e rifugio dei restanti 5 giorni: il letto. E questo è il primo dei miei consigli, amici infetti: se avete preso l’influenza STATEVENE A LETTO. Non sul divano, in poltrona, sull’amaca. Dentro al letto, sempre. Possibilmente a dormire.

Che perla! Direte voi, è scontato che quando uno è malato debba stare a letto. Eh, no. Non lo è per un sacco di persone che, come la sottoscritta, in certi momenti pensano che comunque potrebbero alzarsi e magari fare questo e quell’altro, cercare di, e approfittarne per... Ecco, sedatevi e vedete, invece, di non fare una beata mazza e recuperare tutte quelle ore di sonno che vi lamentate in continuazione di non avere il tempo di farvi.

È bene dire che io, questa volta, non ho avuto manco l’imbarazzo della scelta, dal momento che non ce la facevo fisicamente a fare altro, almeno fin tanto che ho avuto la febbre alta: cioè, superare i 38 per una che ha la temperatura media di una lucertola a gennaio può rivelarsi discretamente destabilizzante. Da qui, è emersa l’esigenza di dotarmi di alcuni beni di primaria necessità: oltre alle indispensabili bombe di paracetamolo, avevo bisogno di cose che mi dessero una botta di vita e di energia e mi facessero, nel contempo, sentire accudita, coccolata, protetta, rinfrancata.


Zeus benedica lo zenzero, le carote, i kiwi, le arance (ma potrei dire la frutta in genere perché a ’na certa io ci ho buttato la qualunque) e il frullatore: gli smoothies mi hanno rimessa al mondo. Non ci vuole nulla a farli e sono buoni, poca spesa massima resa. Badate, però, che devono essere piccanti, cioè dentro ci dovete sbriciolare tanto di quel ginger da farvi esplodere la bocca. Questo, almeno, è il metodo antifèscion, testato per liberarvi da raffreddore e mal di gola a tempo di record.

Già, il mal di gola, quel simpatico bruciore che mi ha accolto a ogni risveglio, rendendomi insopportabile anche il semplice deglutire. Qui la risposta giusta è stata una e una sola: il miracoloso sciroppo d’agave. Per molti di voi suonerà come una bestemmia, ma io odio il miele e i vari spruzzini che dovrebbero allievare il dolore si sono rivelati inutili, al confronto. Lo sciroppo d’agave è il mio nuovo Froben e mai più lo tradirò. Sono andata avanti a ciucciarne dorati cucchiaini o a scioglierlo nella mia colazione da malata favorita: latte di riso, banana e mandorle. Alleluja, alleluja.

Certo è che non di non solo pane vive l’uomo, per cui è naturale che, oltre al corpo, abbia cercato di curare anche lo spirito che era paragonabile a quello di un uomo con un principio di raffreddore: lamentela incessante, mugugno monocorde, certezza di decesso di lì a poche ore.

In questo senso mi sono venute in soccorso tre cose fondamentali: la mia coperta di Linus, i film di Miyazaki e le letture a voce alta.


La mia coperta di Linus è un semplice plaid di pile dell’IKEA che non ha che due meriti: è rossa ed è calda. Quanto basta per averne fatto la compagna fedele della mia convalescenza; ogni qual volta osassi allontanarmi dal letto, facevo in modo di avvoltolarmi ben bene dentro a questa sorta di seconda pelle. Ché da sotto alla propria coperta il mondo sembra un posto migliore e ci si sente subito al sicuro; io, per non sbagliare, la mia me la stendevo pure sopra il piumone, a letto. Ma potete essere anche meno patologici e limitarvi all’effetto "baco da seta" quando siete sul divano, vedete voi.

Perché ok, al divano prima o poi si arriva e nel mio caso il momento è coinciso con un altro grande classico dei miei giorni da ammalata: gli anime di Miyazaki. Intendiamoci, non ho nulla contro i classici Disney, anzi!, semplicemente la mia personale tradizione vuole la visione a rota de Il mio vicino Totoro, La città incantata, Principessa Mononoke, Il Castello Errante di Howl e compagni (sì, li sto italianizzando, non mi rompete i maroni che guardavo Miyazaki quando voi non sapevate manco chi fosse, su). Non vi dico che incubi silvani coi lupi e lo Spirito della Foresta (sudate scaccia-febbre assicurate, gente!) e che pianti su quel treno con Chihiro e Senza Volto... aaah, mi viene voglia di riammalarmi solo per rivederli ancora e ancora. OH WAIT! SCHERZO, EH!

Vi assicuro, però, che all’inizio anche la semplice visione di un film mi risultava faticosa (ve l’ho detto che quest’anno è pesante) e allora che fare? Be’, non so come siate cresciuti voi, ma fra le pietre miliari della mia infanzia occupano un posto di rilievo I Raccontastorie. Una raccolta di ben 149 fiabe, favole e filastrocche suddivise in fascicoli quindicinali, pubblicate negli anni Ottanta. Ogni fascicolo includeva un’audiocassetta di poco meno di un’ora in cui le storie venivano interpretate da famosi attori e attrici dell’epoca (fra gli altri: Ottavia Piccolo, Paolo Poli, Gastone Moschin, Lella Costa, Giulietta Masina, Giorgio Gaber. Gentucola così, per intenderci...), io li ho amati, consumati, imparati a memoria e li conservo tutti gelosamente.

E per chi non è altrettanto fortunato, sappiate che se ne trovano diversi online. Ora, esiste qualcosa che può dare maggior sollievo alla testolina bollente di un malato costretto a letto e incapace financo di rincoglionirsi di film? Ve lo dico io, no. Le storie a voce alta sono magia e medicina e ne raccomando l’assunzione in grandi dosi e più volte al giorno. Qualunque male vi affligga, starete subito meglio, parola di sciampista.

E se tutto questo non vi aiuta a guarire, ragazzi miei, date retta: chiamate un esorcista.


Ascoltando Fever, Madonna (Erotica, 1992)

mercoledì 11 marzo 2015

Don't be a hardrock when you're really a gem

Eccoci qua, l’8 marzo è appena passato, accompagnato dalla sempreverde cantilena: da una parte i "Perché una festa?", "Ma auguri di cosa?", "Guarda come siamo messe, ti pare il caso?", dall’altra "Quanto sei snob, a non festeggiare!" "Un’occasione per celebrare le donne, qualunque essa sia, non andrebbe sprecata" e "’sticazzi, a me piace la mimosa". Parlarne, ignorarla, cogliere l’opportunità per... sì, no, forse.

Tanto come fai, sbagli.

E, del resto, questa è una cosa a cui siamo abituate, noi donne che se sognamo l’amore e mettiamo su famiglia dedicandoci soprattutto a figli e affini siamo delle retrogade chiuse e frustrate, senz’altro schiave di un marito dittatore e rompicoglioni e se, invece, ci proiettiamo sul lavoro e prole non ne vogliamo, veniamo etichettate come mostri dal cuore di pietra, arrampicatrici aride ed egoiste, condannate senza appello a un futuro triste e solitario. Facciamo entrambe le cose, allora, che problema c’è? Nessuno, a parte quello di conciliare casa e carriera (perdonate il termine abbastanza anacronistico), prendendosi carico – larga parte del carico – di entrambe le cose, spesso e volentieri senza nessun aiuto e finendo per sentirci più o meno indietro, incomplete, inadeguate, non abbastanza in entrambi i campi.

Ed è vero – perché porca miseria è verissimo, c’è poco da fare – che spesso il peggior nemico di una donna è se stessa, che siamo le prime a giudicarci (male), a non darci fiducia, a non riconoscere le nostre potenzialità e a non far fruttare le molte doti che abbiamo, fino al punto di rinunciare in partenza a progetti che ci sembrano troppo per noi, a non dar corpo alle nostre idee e non seguire le nostre intuizioni perché figurati se.

Ripeto, verissimo, almeno per quanto mi riguarda. Ma.

Ogni volta che sento o leggo le considerazioni di cui sopra, non posso fare a meno di avvertire un minimo di – come chiamarlo? – fastidio? Una nota stonata in una sinfonia che, di per sé, suona intonandosi perfettamente a quello che vedo fuori e dentro di me.

Perché, guarda caso, gira e rigira ancora una volta siamo noi donne a sbagliare.

Oh, come è possibile? Ma allora siamo proprio delle mezze rincoglionite, noi che anche col potenziale e le opportunità ci tagliamo le gambe da sole. Ci vogliamo proprio male, a sabotarci così, con un mondo che non aspetta altro che veder risplendere il nostro talento e noi giù a flagellarci e farci a pezzi l’autostima con le nostre mani.

Già, da sole, tutto da sole. Ma siamo proprio sicuri?

No, non è così. La verità, signore e signori, è che là fuori c’è un’intera società, un mondo progettato per fare a pezzi l’autostima della donne. A colpi di modelli imposti sin dalla tenerissima età, modi di dire, luoghi comuni, aneddoti che si tramandano da secoli e che ci vedono protagoniste di simpatici siparietti in cui siamo, indifferentemente: imbranate alla guida, incapaci totali quando si parla di tecnologia o qualsiasi tipo di lavoretto pratico, spendaccione in fissa con lo shopping, inguaribili romantiche alla perenne ricerca del Principe Azzurro, casalinghe inside fatte per la cura di casa e famiglia, deboli, troppo emotive, meno brave degli uomini (in cosa? Ma più o meno in tutto, bambine!), non in grado di reggere la pressione, inadatte a ruoli di leadership, piagnucolone, confuse... devo andare avanti?

Cliché, stereotipi che non solo sono duri a morire, ma che di fatto hanno forgiato e forgiano l’universo in cui noi donne ci muoviamo dalla nascita, anche in questa bella società occidentale, nei Paesi così detti civilizzati, evoluti, moderni. Eh sì, pure quelli ritenuti particolarmente evoluti. La parola Ammmeriga vi dice qualcosa? C’è stato, prima, il polverone alzato da Patricia Arquette col suo discorso durante la cerimonia di premiazione degli Oscar, in cui l’attrice ha rivendicato la necessità di ottenere parità di retribuzione e di diritti per le donne statunitensi (un nervo scoperto a Hollywood come nel resto degli Stati Uniti) e – pochi giorni fa – ha fatto scalpore l’intervento di Hilary Clinton in occasione della Watermark Silicon Valley Conference for Women in cui ha denunciato senza mezzi termini il sessismo imperante in quella che per molti versi è considerata la culla dell’innovazione, delle opportunità senza confini e senza distinzioni.

L’intervento è stato ripreso e commentato, tra gli altri, da una giovane donna italiana che quella realtà la conosce bene: si tratta di Elena Favilli, fondatrice (assieme a Francesca Cavallo) e Ceo del primo magazine su iPad dedicato ai bambini, che proprio in Silicon Valley ha mosso i primi passi nel mondo delle startup per diventare in poco tempo una dei dieci innovatori migliori d’Italia.

In un coraggioso articolo pubblicato sul Guardian (in italiano lo trovate qui), Elena ci racconta della sua battaglia quotidiana contro l’elite maschilista che domina la celebre area a sud di San Francisco (di recente Newsweek aveva fatto dell’argomento la propria storia di copertina), in cui è la "bro culture" a farla da padrone, con le feste Beer Pong del venerdì sera, le immancabili battutine sugli abiti indossati dalle due startupper, i complimenti fuori luogo (puntualmente sull’aspetto fisico, mica sul proprio lavoro/prodotto) e le strizzatine d’occhio durante le riunioni con gli investitori.

Eppure, la Favilli in California è riuscita a raccogliere non solo innumerevoli consensi, ma anche 600mila dollari per la sua impresa con cui continua a collezionare un premio dopo l’altro (fra cui quello nella categoria Children dei Digital Magazine Awards di Londra, in cui se la vedeva con colossi come National Geographic Kids e BBC).

Ma il successo, dice, non l’ha messa al riparo dal sessismo, dal veder continuamente sminuiti il proprio status (solo una "ragazza"), la propria idea ("bella ma piccola") e il proprio approccio ("troppo assertivo" e "debole").

Un incessante tentativo di ridurre e svilire il valore di quello che le donne pensano e fanno. Atteggiamento che, oltre alle conseguenze disastrose sul piano pratico (in una parola: meno diritti), ne ha una se possibile ancora più grave: il rischio – nel 90% dei casi è una certezza – che una donna alla fine crede davvero di essere meno, che quello che fa non sia niente di speciale, che manchi questo e quest’altro e che, quindi, fondamentalmente sia colpa sua. Ed ecco che il cerchio, vedi sopra, si chiude.

Allora la vera battaglia, ancora e a maggior ragione nel 2015, diventa capire «come costruire, all’interno di se stesse, un proprio centro di resistenza che non si chiude rispetto al mondo, ma che allo stesso tempo non ti fa implodere». Così Francesca Cavallo in un bellissimo post sul suo blog, in cui ci invita a essere affamate e folli, in un modo che non ha nulla da invidiare a quei "visionari" dei nostri colleghi maschi. Anzi.

 

 

Ascoltando Doo Wop (That Thing), Lauryn Hill (The Miseducation of Lauryn Hill, 1998)