lunedì 23 febbraio 2015

I am rubber, you are glue (Monkey Island Special Edition)

A casa mia la tecnologia è sempre arrivata tardi. Tardissimo. O non è manco mai entrata dalla porta.

Ho avuto il primo lettore cd quando la gente un altro po’ stava passando agli mp3 e solo perché l’allora ragazzo di mia sorella doveva essersi sfracellato i maroni a forza di ascoltare le mix tape d’ammmòre made in RDS e Subasio – avete letto bene, ora fate ciao con la manina a Mia Sorella – e il suddetto aggeggio non è stato buttato via manco quando ha smesso di funzionare (e i cd di esistere), prontamente riciclato come radio da cucina.

D’altra parte, in cucina, regnava da sempre il GIRADISCHI dei miei, dove dalla tenera età a oggi ho ascoltato da Like a Prayer a Quello che non ho, col rigoroso accompagnamento della puntina gracchiante e l’amabile sfrigolio delle casse. La qualità, prima di tutto.
Videoregistratore e lettore dvd hanno anch’essi fatto la loro comparsa in maniera del tutto anacronistica rispetto al mondo circostante e non poteva che essere così in una casa in cui la tv è stata, per scelta, sempre una sola e a lungo in bianco e nero.

In questo scenario da DDR de noantri, capite bene che ci sarebbe voluto un miracolo perché facesse la sua comparsa in casa Antifèscion qualcosa ancor più all’avanguardia. E in effetti deve essere stata la volontà divina a far sì che il computer fisso si manifestasse nel nostro soggiorno nei primi anni Novanta, sotto forma di regalo della comunione di mio fratello. Rendiamo grazie a Dio.

Ora, io non ho molto da dire sull’arrivo di questa modernisssima macchina (ve l’avrei fatto vede’, che razza di barasone imbarazzante) a cui, per lunghissimo tempo, ho comunque preferito mezzi più obsoleti. Non ricordo d’esser rimasta vittima di una particolare infatuazione, internet era ben lontano a venire e io anti-fashion e vintage dentro lo sono sempre stata (e poteva essere altrimenti, date le premesse?).

Quello che ricordo con assoluta lucidità, però, è quando tutto è cambiato e soprattutto grazie a COSA.



Se i nomi LucaFilms Games (poi LucasArts), Ron Gilbert e Steve Purcell non vi dicono nulla, posso fare un tentativo chiedendovi se vi ricordate come usare un pollo-carrucola o la composizione del Grog. Niente? Cristo santo, mi fate vomitare! Non avete ancora smesso di portare i pannolini? Una volta avevo un cane più intelligente di voi, davvero.

Ahem, scusate, le gare di insulti devono avermi preso la mano.

Le AVVENTURE GRAFICHE, signori! Quei videogiochi in cui non devi limitarti a dare cazzotti o roteare du’ gambe in aria (con tutto il rispetto per Chun-Li e compagni, eh) ma hai UNA TRAMA! GLI INDIZI! LE AZIONI! e GLI OGGETTI! (marò, sembrano le categorie della Snob) e un intero mondo e modo di combinarli. Cioè, servono le manine ma anche il cervello, stupore e felicità.


The Secret of Monkey Island è l’avventura grafica per eccellenza, quella con la A maiuscola, quella che ha dato nuovo senso allo SCUMM e al "punta e clicca" e ha fatto conoscere il genere al grande pubblico.
{ParentesONA: a quei tempi, noi piccoli nani inconsapevoli ci siamo bullati molto, credendoci parte di una ristrettissima setta di fedeli giocatori, coi nostri codici e tutta la gamma di gag idiote legate a questo gioiello; inutile dire che non era così, solo molti anni più tardi abbiamo scoperto di essere – o essere stati – in tantissimi a farci gli occhi rossi appiccicati allo schermo, e non vi so dire se è stata più la gioia o il disappunto.}

C’è Guybrush Threepwood che vuole essere un pirata ma, oltre ad avere un nome e una pettinatura del menga, è sostanzialmente uno sbarbatello che ha la sola capacità di trattenere il fiato per 10 minuti (ma nella vita, si sa, i talenti più improbabili possono venirti utili quando meno te lo aspetti e credetemi, gli servirà) e non viene accolto benissimo dai pirati dell’isola caraibica di Mêlée, cui approda in circostanze misteriose. 
Fra prove da affrontare e non pochi sberleffi subiti, finisce per innamorarsi nientepopòdimenoche del governatore dell’isola, la fascinosa e cazzutissima Elaine Marley che – ahimè – ha rubato il cuore anche al temibile LeChuck, un pirata fantasma divenuto il terrore di oceani e terraferma. Da qui prendono il via mille avventure (come mi piace usare queste formule da Bim Bum Bam... ve l’ho detto che sono vintage) che lo vedranno protagonista assieme a una serie di personaggi non meno bizzarri, come Carla la Maestra di Spada, Otis il pirata frikkettone, la meravigliosa Vodoo Lady e i leggendari cannibali di Monkey Island, convertitisi al vegetarianismo.

Altri se ne aggiungeranno nel sequel, Monkey Island 2: LeChuck's Revenge, senza dubbio il mio preferito, anche perché i successivi – la saga contempla cinque capitoli, ma Gilbert abbandona la LucasArts e dal terzo in poi è tutta un’altra storia – per quanto mi riguarda NON ESISTONO. No buono, sciò sciò!



Io e mio fratello – fate ciao con la manina pure a Mio Fratello – ci abbiamo passato LE ORE su questi giochini, gli chiamavamo proprio così: i giochini. Anche perché ai tempi non c’erano mica gli indizi o i siti dove andare a sbirciare le soluzioni*, nossignore!, farina del nostro sacco e delle nostre precoci bestemmie (non v’ingannate, robe tipo "accipuffolina come caspita si risolverà questo intrigo?", eravamo personcine ben educate, noi). 
Ore un po’ di nascosto, rubate ai compiti e ad attività probabilmente più edificanti, ore condite di lunghi silenzi o scambi infiniti con in sottofondo un tema a musicale a metà strada fra Bob Marley e gli Inti-Illimani (che Michael Land mi perdoni), e risatine fra i denti per le situazioni ai limiti dell’assurdo, i dialoghi surreali e l’umorismo irrimediabilmente demenziale del gioco che è poi uno degli ingredienti – o forse dovrei dire L’Ingrediente – che ha reso la serie di Monkey Island un pilastro nella storia dei videogiochi. 

Noi mica le coglievamo le citazioni dai film (Terminator, Monthy Phyton, Stars Wars), non sapevamo manco chi fosse George Lucas e ci limitavamo a infilare un floppy dopo l’altro (già, i dischetti) con un livello di attenzione e una pazienza che i bimbetti di oggi ciao. #lavecchiaiarendeacidi

Ore belle, ore divertenti.

Per noi Indiana Jones e l’Ultima Crociata e Loom – malgrado fossero anteriori – sono arrivati dopo, non ci abbiamo giocato con meno gusto ma Monkey Island resta Monkey Island, per cui potete immaginare la #gioiapura quando ho scoperto che nel 2009 era stata realizzata una Special Edition per piattaforme PC/Mac, XBox and iOS, con tanto di possibilità di passare in qualsiasi momento dalla nuova versione (con veste grafica e musiche rinnovate) a quella pixelata dei miei tempi.

E, ecco, questo è quello che è successo quando ci ho messo le mani.




* A questo proposito Gilbert inserì un’autoironica presa per il culo nel secondo episodio della serie, che però non si rivelò una genialata per la casa editrice.


Ascoltando The Secret of Monkey Island Soundtrack

venerdì 6 febbraio 2015

Aspettare non serve quasi a un cazzo (cit.)

Mi mandi una foto di una schermata con su scritte delle “massime”. 
Così le chiami, e sono mie.
Non sapevo nemmeno che... Non è vero, lo sapevo.
Ti ho visto mille volte prendere appunti mentre parlavamo. Suona inquietante e mi chiedo se non lo sia. Lo è?

Ti ho visto, comunque.
Buttare giù due note, guadagnare un tempo rapido e distratto – versare da bere, sbriciolare il fumo fra il pollice e il medio – e battere colpi leggeri sulla tastiera, senza quasi guardare lo schermo, con la testa rivolta, sempre, verso di me.
Mi è parso, negli anni, che non mi perdessi mai di vista. Ma potrei essermi sbagliata, anzi, oggi sono certa che sia così.
Ma insomma, ti ho visto e non ti ho badato.
Ero troppo intenta a parlare, a fumare, a perdermi in ragionamenti e vaneggi (quanto ci piaceva questa parola Dio solo lo sa), tosse e divani che abbiamo fotografato con noi sopra,  piccoli, e siamo tornati a guardare quando siamo cresciuti.
Quando siamo cresciuti non ce ne siamo accorti subito e questo è stato senz'altro un bene, perché ci ha salvati, per un po'. Ci siamo presi un tempo che non era già più nostro e l'abbiamo vissuto fino agli sgoccioli, con le sue pecche e le crepe, con le pause ad allungarsi come molle ma, come molle, costruite per tornare indietro e riavvicinare la destra e la sinistra. Fino agli sgoccioli.

È che non ci si nasconde all'infinito, dal diventare adulti. Ora lo so. Non si scappa dalle differenze, dai modi che diventano princìpi, dalla musica che non ci scambiamo più, dagli spettacoli di cui non si parla, da quello che non vedi, da quello che non leggo.
Mi chiami con la mia iniziale puntata e mi chiedi di comunicare. Ma dai, è ridicolo! Ma come si fa?
Vedo delle mani, le mie, che piegano delle garze sterili, fanno tanti strati immacolati che ripiegano l'uno sull'altro. C'è una precisione chirurgica nel costruire una barriera tanto sottile quanto efficace. Efficace perché non è impermeabile; no, assorbe, ma assorbe bene e nasconde, e prima che qualcosa mi tocchi – il sangue, la polvere – passano giorni, forse mesi. E se decido che si sta sporcando troppo posso buttarla via, quella montagna di garza quasi impermeabile, e sarà come se quel sangue e quella polvere non fossero esistiti mai.
Come avere una coscienza nuova o solo l'ombra di una coscienza. Una traccia, un cerotto sporco ché mica lo devi conservare. Io, del resto, sto imparando a buttare via.
Mi citi dicendo che aspettare non serve quasi a un cazzo. Che l'hai sottolineato in grassetto, che l'ho detto io. Può darsi. Si dicono tante cose.

Ti ho parlato di camuffare l'idiozia con la saggezza, di lame sottili come sequoie e di acchiappasogni. Non nascondo che ci sia una certa poesia in tutto questo, non nego di avere un talento speciale per gli ossimori e che i piccoli spunti sono sempre stati il mio forte, ma vedi? Mi tocca ripeterti che siamo cresciuti. Non puoi ignorarlo.
Fare la parte dell'antipatica non piace a nessuno, però ho questa garza piegata sul petto – qui, dove tengo, a volte, la mano – e ho imparato, posso anzi devo dire a voce alta che non si può continuare a scrivere con gli intro delle colonne sonore in loop, mettere pausa-indietro-indietro-repeat e ancora pausa-indietro-indietro-repeat. Che diobòno non viviamo in un film di Gondry o in un libro di Vian (e mica è un caso che), anche basta con queste impennate da aristorasta, che i soldi a trent'anni fanno molta più differenza che a venti, che mi sono rotta il cazzo di vaneggiare, non mi piace più questa parola, non mi piace più mettermi a parte della realtà o forse non ci riesco e allora.
Allora io e te non siamo mai stati fatti per il mondo vero, non abbiamo mai funzionato per il reale e non credo ci riuscirebbe adesso.
Io e te stavamo bene su quel divano appena fuori dalla città, con le luci sempre basse, con le pistole cariche e i telefoni col silenziatore, con i progetti folli e mai realizzati, le lingue appiccicose, i ritorni in macchina infinitamente lenti. Ma oggi dovremmo prendere degli aerei e raccontarci tante bugie per tenere in piedi quel mondo e mi sa che non mi va.
Meglio: la verità è che l'ho già fatto e non mi va più.

Sollevo leggermente il cerotto e la pelle tira. La conosci, no? Quella sensazione a metà fra il fastidio e il piacere, fra il dolore e il solletico.
Poi il cerotto si stacca.
È sporco e io, te l'ho detto, sto imparando a buttare via.



Ascoltando Opening Titles e Arrival of the Birds, The Cinematic Orchestra (The Crimson Wing: Mystery of the Flamingos, 2009)



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