venerdì 4 dicembre 2015

Come to the kitchen floor. Tiles are cold, so am I

C’è tantissima confusione intorno, tanta che non riesco nemmeno a pensare, figuriamoci a scrivere.

Non sopporto le famigliole felici, e i pargoli rumorosi di queste cazzo di famiglie che il venerdì pomeriggio se ne stanno chiuse nei bar a far scoppiare emicranie a noi stronzi che cercavamo solo un posto tranquillo dove nasconderci dal mondo, e ce li ritroviamo fra i piedi e nelle orecchie, loro che dovrebbero essere fuori o a casa, ovunque meno che qui, vi prego.

Vi prego.

Poi non mi dovete rompere i coglioni se è un pensiero impopolare e suonano come le parole di un mostro e che male ti ha fatto quella principessina dai capelli biondi e in fondo i bambini ti piacciono e sei così brava con loro e bla bla bla e cosa diavolo ne sapete voi, di cosa mi piace? Cosa ne sapete di cosa voglio o del perché ho fatto o non ho fatto certe cose, certe scelte.

Se piuttosto sapeste quello mi esplode nella testa, se sapeste.

Se sapeste che mentre finalmente scrivo e dico alle persone che scrivo (almeno ci provo, e ammetterete che è un grosso passo avanti), qui non ci sono più tornata, e anche che mando decine di mail tutti i giorni tranne quelle due, forse tre, che dovrei davvero mandare.

Non ho avuto i nervi e il cuore per capire che niente più al mondo conta quando i pianeti cominciano ad allinearsi ma fra questi non c’è la Terra. Quella è rimasta là a guardarti mentri prendevi un po’ il volo e le distanze e ora è lontana anche se è ancora vicina e si sgretola perché è questo che fa la terra, a volte: si sgretola sotto i piedi.

Non contano mica più, le maiuscole e le minuscole. Non ci sono grammatiche, non c’è neppure stile.

Forse è per questo che fai come le famiglie che non escono al sole e si nascondono nei bar, e ti spari nei timpani una canzone che ti strappa il cuore. Solo per sentirlo di più. Per sentirlo. Nella gola, nei polsi. Purché si faccia sentire.

Ma c’è tantissima confusione intorno perché io possa sentire, tanta che non riesco nemmeno a pensare, figuriamoci scrivere e scrivere di te. Che sei lì sulla Terra mentre mi allontano sul mio piccolo razzo ammaccato, senza capire nemmeno dove sto andando.

E vorrei solo dirti quello che in fondo ti sto chiedendo e che è la richiesta più egoista che si possa avanzare: di restare. Ancora, per un po’, e nonostante tutto. Che con buona probabilità è sbagliato, soprattutto per te che non ti meriti questa attesa senza premi, e per me perché non mi fa onore.

Posso farlo, però, posso farlo ora che non mi sento il cuore. Adesso che mi stai scivolando fra le mani e sono talmente incapace e vigliacca da chiederti di tenere la presa. Anche per me. Che sono quella che si allontana.

[Tacete, tacete tutti, vi prego.

E tu, se puoi.]

Resta.



Ascoltando Lover, Please Stay, Nothing But Thievies (Nothing But Thievies, 2015)

mercoledì 30 settembre 2015

Take her to the moon for me (Appunti su Inside Out)

Cosa fa la tristezza?

La tristezza rovina le cose e per questo non deve toccare nemmeno il più insignificante dei ricordi di Riley. La memoria deve essere gioia pura, gioia il passato, il presente e quello che verrà.

La tristezza ci fa paura e deve essere isolata, distratta, contenuta, anche fisicamente: nel film si traccia un cerchio con un gessetto, come in un gioco che si impara presto, sin da bambini – arginare il primo pianto – ma che un gioco non è. Come se solo le emozioni positive contassero, vedi Joy e la sua ossessione – perché di questo si tratta – di rendere ed essere felice. Questo continuo propagare entusiasmi che incanta, all’inizio, ma finisce poi col risultare quasi pesante, forzato.

Dobbiamo essere contente. Dobbiamo essere le "happy girls" dei nostri genitori o di chi per loro. Quante volte lo siamo state, ce lo siamo imposte, ce lo imponiamo. Le brave ragazze che placano la propria rabbia, attenuano gli screzi, porgono l’altra guancia e imparano da subito che è meglio non creare problemi, dire di sì, adattarsi, rendere la vita degli altri più facile e piacevole, anche a costo di rendere la nostra miserabile. E non vogliamo la felicità di chi ci circonda prima della nostra perché siamo delle sante, macché, semplicemente ce lo hanno insegnato e fa parte del nostro DNA, insieme a quel fardello di "sta male se", "forse sarebbe più opportuno che", "così mi vorranno più bene".

Il contrario è la cattiva ragazza, quella che invece che in paradiso va dappertutto e le solite stronzate. Il problema è che non dovrebbe essere il contrario di niente, che non dovrebbero esistere brave e cattive ragazze, almeno quando si parla di esternare le proprie emozioni, di dire la propria. Dimostrarsi forti o deboli, avere o non avere coraggio, essere seri o cazzoni. Sono semplicemente parte della stessa medaglia, siamo noi che, se Zeus vuole, siamo sfaccettati, mutevoli, in divenire (notare bene: uomini e donne).

 

Inside Out è un incoraggiamento ad accettare, di più, ad abbracciare le piccole, grandi tristezze. Tristezza e gioia mano nella mano. È un trattato in difesa della malinconia, del sentirsi persi, infelici – senza manco capire perché, alle volte – e dell’avere il coraggio di dirlo a voce alta. Di urlarlo di rabbia, prima, e piangerlo forte poi. Perché non c’è vita, e felicità, che non passi attraverso un arcobaleno di emozioni, comprese rabbia, paura e disgusto. È un film sul potere catarchico della tristezza. La tristezza che può aiutarci. E persino salvarci.

Era dal 2009 (Up) che la Pixar non mi faceva emozionare così. Ma questo è un film audace, dolce, ingegnoso, sorprendente che può essere apprezzato a talmente tanti livelli che non saprei da quale partire. Una geografia allegorica che è un misto fra Bubble Bobble e Super Mario, con le isole, i livelli, con tanto di parco giochi (l’Immaginazione) e Terra dei Sogni (guarda caso, degli studios cinematografici), fino alla landa dell’Astrazione dove gli animatori si sbizzarriscono con una serie di trasformazioni da far perdere la testa.

L'amico immaginario fatto di zucchero filato che piange caramelle. Tanto sdolcinato e strappacore, quanto fondamentale alla fine. Le memorie che sfocano. Le memorie inutili. Ciò che svanisce e ciò che rimane ostinatamente attaccato. Ciò che non se ne vuole andare e ciò che dobbiamo lasciare andare. Le ancore che abbiamo buttato e quelle che dobbiamo togliere




Raccontare storie a voce alta. Disegnare a pomeriggi interi con la sola compagnia di se stessi. Gli scenari che ci siamo immaginati. I mostri di cui abbiamo avuto paura, gli amici immaginari che abbiamo costruito perché ci venissero a salvare. Gli abbracci. Gli abbracci e ancora gli abbracci.

Tutti quei seppia che diventano di nuovo vividi e per un attimo è viva quella memoria, ce l’hai sulla pelle anche se era tanto tempo fa. Ho pianto una fiume di lacrime. L’ho fatto uscire tutto, a dispetto dei vicini, del lieto fine (si sa che arriverà), degli occhioni-cuccioloni Pixar. Ho riso anche un casino, eh! Ché come dicevo sopra, siamo fatti di tante cose e la bellezza è che le possiamo contenere tutte e i film fatti bene riescono a fare lo stesso. Mi ci sono buttata a capofitto in questo videogame che si muove veloce frapresente, passato e futuro e me lo sono goduto. Mi ha fatto bene, mi ha riconciliata con qualcosa che era rimasto incastrato in quel meccanismo tanto complicato fatto di mente, cuore, nervi. Mi ha aperto una strada che spero vorrò continuare a percorrere.

Cullare certi ricordi. Capire che certe memorie nascondono storie con cui forse non sarebbe stato facile scendere a patti, ma che ora è tempo. Ri-scoprire.

Inside Out porta un augurio ai propri bambini, quello di non crescere mai, ma a me invece ha messo tantissima voglia di farlo, di conoscermi e lasciarmi conoscere di più. Forse perché io già lo so che quella bambina in me è sempre presente, eccome. E non solo non voglio lasciarla ma sto per andare a riscoprirla, a prenderla per mano e spero che nei prossimi mesi faremo rotolare quelle memorie come tante biglie colorate. Come sul parquet di casa, d’estate, quando il mio amico immaginario si chiamava Leonardo e avevamo mondi interi da cavalcare e perdere dietro l’angolo.

Quando le emozioni erano forse cinque davvero e avevo le miei isole.

Voglio vedere se è possibile costruire dei ponti, prima, e poi piano piano buttarli giù.

 

 

Ascoltando Michael Giacchino (Inside Out Original Motion Picture Soundtrack, 2015)

 

 

mercoledì 24 giugno 2015

Lei disse sì


Per un momento – breve eh, brevisssimo – mi è venuta quasi voglia di sposarmi.

E vi giuro che Lei disse sì è il primo film in trent’anni che mi ha fatto questo effetto.
Sul serio, eppure ne avrò visti trilioni con lo stesso lieto fine, per non parlare delle serie televisive, le canzoni, gli spettacoli, i libri, le pubblicità, la famigghia e la società che m’hanno rincoglionito per una vita con il messaggio "coronamento di un amore e desiderio di una famiglia = matrimonio".

Niente, io l’abito bianco non lo sognavo da bambina e non mi sono smentita negli anni (e sui figli sapete come la penso) anzi, forse per molti versi mi sono anche un po’ irrigidita sul mio non volermi sposare, pur non avendo assolutamente nulla contro chi lo desidera e lo fa.

L’amore sì, su quello ho sempre fantasticato: una persona bella accanto, magari per tutta la vita – nonostante mi faccia ancora uno strano effetto dirlo e pensarlo – e passione ed esperienze condivise, viaggi, litigi, sesso, rispetto, supporto, complicità, occhi a forma di cuore e tutto il resto.

Ma il matrimonio, appunto, anche no.

Quello di Ingrid e Lorenza, però, non è un matrimonio come tutti gli altri, fosse solo che si tratta di due donne nate, cresciute e residenti in Italia, dove l’amore fra due persone dello stesso sesso non gode di alcun tipo di ricoscimento e tutela; un Paese ancorato a vecchi pregiudizi, in cui – come dice la stessa Lorenza in una delle interviste rilasciate durante le riprese – non ci sono aspettative per una persona omosessuale, non c’è la possibilità di immaginarsi un futuro insieme a un’altra persona, almeno non in certi termini (vedi alle voci matrimonio, adozioni, diritti civili).

Ecco allora che la fuga diventa l’unica soluzione possibile (questa cosa che a casa nostra stanno diventando più i motivi per scappare che per rimanere dovrebbe far riflettere): la coppia decide di sposarsi in Svezia, Paese d’origine di Ingrid dove, banalmente, si può e non si è vittime della stessa arretratezza culturale e legislativa che caratterizza la nostra bella Italietta. Che bella – mannaggia a lei – lo è per davvero e che le due protagoniste non vogliono lasciare, rifiutando l’idea di un trasferimento obbligato.

Da qui nasce l’intuizione di Maria Pecchioli, amica storica delle ragazze: filmare i preparativi per le nozze – con tutte le tappe "classiche" del caso: l’annuncio ad amici e parenti, la scelta del menù e degli abiti, le preoccupazioni per il tempo – fino al lungo viaggio in macchina verso nord in cui le due ripercorrono i momenti della loro storia e raccontano i chiaro/scuri della quotidianità, la forza del sentimento che le unisce ma anche il peso di non sentirsi accettate, di essere percepite e vissute come diverse.

Perché quello di queste donne non è "solo" il viaggio (bello, per altro) di due cuori innamorati, si tratta piuttosto di un percorso di autoaffermazione e ha in sé tutte le potenzialità per diventare una sorta di manifesto per chiunque si trovi nella stessa condizione, una spinta per tutti a riflettere sullo stato delle cose e un incoraggiamento a cambiare ("La rivoluzione a colpi di bouquets è cominciata", recita ironicamente il trailer). La storia personale che diventa universale, e politica.

Il tutto dà vita, prima, a un videoblog di successo (ottobre 2012) e poi a una pagina Facebook che raccoglie migliaia di like, dimostrando che forse c’era necessità di un’operazione del genere. Ne scaturisce quindi l’idea di lanciare un crowdfunding per finanziare la realizzazione di un vero e proprio docu-film che viene presentato in anteprima al Biografilm festival di Bologna nel 2014, dove raccoglie il premio di critica e pubblico. Da allora il documentario e le sue protagoniste hanno intrapreso un tour che ha toccato molte città in Italia e all’estero, continua la sua marcia alla conquista di nuove sale, ma anche scuole, festival, circoli ARCI ed è in concorso ai David di Donatello 2015. Lorenza e Ingrid hanno aperto un’associazione per parlare di diritti civili, sono diventate blogger per D-La Repubblica e hanno festeggiato con l’arrivo dell’estate il secondo anniversario di matrimonio (bello l’augurio di Cristina Donà per l’occasione, lo trovate sulla loro pagina).

A me il film è piaciuto molto, mi ha commossa, divertita e fatta pensare. Trovo che sia davvero importante e utile uscire dalle opinioni, dalle prese di posizione ed entrare nelle vite delle persone, nelle testimonianze. E questa mi ha colpita particolarmente perché riesce a fare bene tante cose: a raccontare, per esempio, la normalità di una relazione e di una cerimonia che di eccezionale ha la bellezza e l’intensità dell’amore che vi si respira, ma nulla di più (come se fosse poco, poi). In un 2015 in cui in tanti fanno ancora distinzione fra amore omosessuale ed etero forse serve mostrarla, questa normalità.

A ricordarci l’importanza della condivisione e del riconoscimento da parte della propria comunità, qualcosa che spesso diamo per scontato ma che per molti non lo è affatto. La possibilità di celebrare, di una ritualità, di dichiarare la gioia della propria unione e festeggiare assieme alle persone che ci circondano. Ingrid e Lorenza affrontano questo percorso con la famiglia allargata che si sono costruite negli anni che decide di sposarsi con loro e la loro causa. Dalla reazione gioiosa all’annuncio delle nozze al primo pranzo con le sposine, le immagini rivelano tutta la forza di questa comunità, la partecipazione corale, il desiderio di offrire un scenario diverso.

Si rompono luoghi comuni, ci si riempie gli occhi di posti incantevoli, si sorride parecchio e c’è una colonna sonora che spacca.

Insomma via, lo dovete vedere.




Ascoltando I Said Yes, Rio Mezzanino (2013)


venerdì 5 giugno 2015

Senza zucchero

Non ho ventidue anni, ne ho più di trenta.

Ho una relazione stabile e felice con una persona che amo e che mi ama e che sarebbe, ne sono certa, un padre eccezionale.

Mi piacciono i bambini (non indistintamente, ovvio, ma in generale più sì che no) e io piaccio a loro. Molto. E ci so fare. Non so perché e non me lo sono mai chiesta, è sempre stato così e spero sarà così per sempre, ma se ciò non fosse me ne farei una ragione.

Mia madre non è stata una presenza ingombrante, troppo accudente e protettiva. Tutt’altro, fosse solo che l’ho persa quando avevo 13 anni. Finché c’è stata, comunque, è stata una gran donna e una mamma super.

Non credo proprio di essere una persona egoista, su nessun fronte, al contrario: mi vengono spesso e volentieri rimproverati troppa generosità e altruismo.

Me ne strasbatto della carriera, il termine in sé – credo di averlo sottolineato più volte – mi fa ridere e penso che oggi, a maggior ragione, sia più che mai svuotato di significato. In ogni caso non sono la top manager di nessuna azienda di sticazzi, non sono schiava del mio lavoro né credo lo sarò mai.

Sì, sono precaria e non ho una grande stabilità economica, ma come lo è la maggioranza delle persone di questi tempi. Sicuramente il mio conto in banca non incoraggia scelte come quelle di procreare o comprarsi una casa (accollandosi un mutuo pluriventennale), ma mentirei se dicessi che è la prima delle mie preoccupazioni.

Dimostro meno anni di quelli che ho, sono piuttosto in forma e il mio corpo non mi dispiace così come è (a fasi alterne, poi, mi voglio bene e mi detesto come tutte). Non trovo affatto romantica l’idea del pancione, smagliature e compagnia bella non sono certamente un pensiero che affascina, ma non sono mai stata ossessionata dalla perfezione estetica e credo che sopravviverei al cambiamento.

Sono abbastanza ipocondriaca, ho paura delle malattie, delle operazioni, degli ospedali, dei medici, del sangue, ma tengo tutto a bada e se sono arrivata dove sono oggi non dico che sarebbe una passeggiata superare queste paranoie, ma fattibile di sicuro sì.

È un mondaccio, si sa, e la vita spesso l’è dura, ma sono del partito di quelli contenti di essere al mondo.

Ho un nipote oggettivamente stupendo che caga saponette d’oro e presto ne avrò un altro in grado di fare le divisioni a due cifre a tre anni e mezzo. Sono una zia fiera, gonfia d’amore come un tacchino nel giorno del ringraziamento e rincoglionita quanto basta. Ma, soprattutto, sono contenta di essere, appunto, una zia.

Non ho avuto/ho alcuna malattia che non mi permetta di riprodurmi e lo stesso posso dire del mio compagno. Almeno per quanto ne sappiamo, perché nessuno dei due ha mai indagato e già questo di per sé la dice lunga.

Dico sempre che è bello smentirsi e cambiare idea e "mai dire mai". Ma.

Il caffè lo prendo senza zucchero, da sempre.

Non ho mai avuto desiderio di un figlio. Non ce l’ho adesso. E non so se ce lo avrò in futuro.

Qualcuno mi spieghi dove sta l’anomalia perché io – giuro – non riesco a vederla.

 

 

 

Ascoltando Senza zucchero, Levante (Manuale Distruzione, 2014)

giovedì 28 maggio 2015

Di lato

Quando ero piccola, appena prima di andare a dormire, allestivo il letto disponendo tutti i miei peluches sul lato interno, quello che poggiava sul muro.

Ne avevo tantissimi, erano tutti animali e usavo dividerli per famiglie: gli orsi (animale preferito e totem da sempre), i cani, i conigli e così via. I grandi, gli "adulti", a proteggere i cuccioli, decine di pupazzi stretti in un abbraccio collettivo ma rigorosamente ordinato.

C’era una logica, un senso, di cui io sola avevo precisa cognizione. Quel rituale si ripeteva tutte le sante sere ed è andato avanti per un sacco di tempo.

Ora, dato il numero, la porzione di letto occupata era parecchio più della metà e io mi ritrovavo a dormire rannicchiata sul fianco sinistro, in quella che per anni a venire è stata la mia posizione preferita per il sonno.

I miei fratelli un po’ se ne fregavano un po’ mi prendevano per il culo; i miei genitori lo stesso, ma a tratti si scazzavano e mi dicevano che era una follia che dormissi così, che non c’era posto per me, che stavo scomoda per fare spazio a dei bambolotti ("non sono scomoda e non sono..."), che uno di quei giorni sarei caduta, che non era manco igienico, che tienine uno e metti via gli altri, che era una fissazione scema e altre cose che ora non ricordo, come non ricordo il momento in cui ho dato retta a loro o qualcosa ha semplicemente fatto click e le famiglie di peluches sono sparite dal mio letto.

So solo che, come dicevo, c’è voluto un sacco di tempo.

In tutto quel tempo lì nessuno che mi abbia chiesto perché tenessi quell’esercito di animali di disparate razze e dimensioni a vegliare sul mio sonno, a difendermi e difendersi dai mostri nascosti nel buio, dal freddo, da chissà cosa o chissà chi.

Mi sembra, eh.

Io pure mica me lo sono mai chiesta, ho solo messo questo pensiero di lato, con gli altri pensieri che metti di lato perché – credo – non ti sembrano importanti (e probabilmente non lo sono davvero) e me ne sono dimenticata fino a qualche giorno fa.

Ma io ho avuto un’infanzia felice e dei bravi genitori, non vi fate strane idee, e mica voglio fare della psicoanalisi da quattro soldi. No.

È solo che ultimamente ci sono un mucchio di pensieri di lato che stanno facendo capolino tutti assieme.

C’è tantissimo spazio nel letto.

E nemmeno l’ombra di un peluche.

 

 

 

Ascoltando Nantes, Beirut (The Flying Club Cup, 2007)

 

 

mercoledì 22 aprile 2015

La gente paga e rider vuole qua

Odio quelli che piombano lì un’ora prima e si lamentano ché la sala è ancora chiusa e non ci sono abbastanza posti dove sedersi, nel foyer. Quelli che arrivano tardi e guardano male le maschere se chiedono loro di aspettare fino alla fine del primo numero, per prendere posto. [Di solito la pretesa di sedersi all’istante è tanto più insistente quanto più le poltrone sono raggiungibili solo facendo alzare mezzo pubblico]

Quelli che si lamentano dei prezzi dei biglietti, del programma di sala, delle bibite, dei pop corn (ma un po’ anche dell’attesa, del tempo e del governo ladro), senza considerare che 1) chi glieli sta vendendo non ha alcun potere decisionale in merito e 2) è pure costretto a sorbirsi la cantilena e sorridere mentre tutto ciò che pensa è "questo è il motivo per cui io sto dietro al bancone e non in fila per vedere lo spettacolo lamentandomi di quanto m’è costato, razza di stronzo!" 3) nessuno li obbliga a comprare per cui, a ’na certa, anche basta.

Amo molto la gente educata. Non necessariamente sorridente e bendisposta, ma educata.

I signori distinti e cortesi, i gruppi ridanciani ma non sguaiati, i genitori che tengono d’occhio i figli, i figli che tengono d’occhio i genitori.

Prendo parecchio per il culo quelli che si esaltano per uno spettacolo che fa oggettivamente cagare, ma finisco per intenerirmi di fronte all’entusiasmo genuino, agli occhi sgranati e le bocche che fanno "ooooh!". Adoro guardare le loro facce nella penombra, spiarne le reazioni, origliare i commenti.

Darei delle testate date bene a quelli che trattano le maschere, gli impiegati al box office e il resto del personale alla stregua di poveri idioti (a meno che non ne abbiamo ragione e spesso ce l’hanno, eh), ma pure a quelli che "grazie per il vostro lavoro, è per persone come voi che..." (tremendi come certi attori con chi sta dietro le quinte, if you know what I mean).

Però niente mi toglie gli schiaffi dalle mani come la gente che sta attaccata al cellulare per l’intera durata dello show. A parte il fatto che t’hanno detto in trenta lingue di spegnerlo, cosa cazzo ci sei venuto a fare a teatro se non riesci ad alzare lo sguardo dallo schermetto? [NdA: "schermetto" che nel 50% dei casi è in realtà più grande del televisore di mi’ nonna e finisce per illuminare metà platea. IL FASTIDIO.]

E non ci dimentichiamo di quelli che mangiano e bevono rumorosamente. Che ruminano. Che biascicano (solo il suono della parola mi mette i brividi, brrr!). Chiamatemi intollerante, snob, intimamente fascista ma io non gliela fo. Sto male, mi si rivolta lo stomaco e divento preda di pensieri omicidi.

Ci sono risate contagiose e lacrime che davvero ti chiedi perché. Facce molto belle e vestiti orribili. Scopri che il 90% della gente è impacciata al limite dello slapstick e socialmente disabile, e il restante 10% con ogni probabilità lo è altrettanto, ma ha solo imparato a darsi un tono.

Ti ricordi perché si dice che la realtà supera di gran lunga la fantasia e impari che per quanti spettacoli tu abbia visto nella vita quello del pubblico è uno show che non finisce mai di stupirti. Nel bene e nel male.

 

 

Ascoltando Gente di merda, Zen Circus (Andate tutti affanculo, 2009)

giovedì 16 aprile 2015

E se mancherà qualcosa agli anni tuoi

 
Sei venuto per me, su questo non ci piove.
 
Sei venuto perché sai come sto anche se non sei capace a chiedermelo e, soprattutto, a sentirmelo dire. Perché dovevi verificare di persona dove vivo e cosa faccio, ché anche se te lo racconto tendo sempre a camuffare il brutto e far vedere il meglio, e tu sai bene anche questo. Se solo fossi riuscito a rompere il meccanismo, l’incantesimo di cui siamo prigionieri, ecco allora sarebbe stato perfetto. Tutto perfetto.
 
I giri per la città e le visite a quei musei che stanno sempre in fondo alla lista, portarti a quel mercatino e vederti scegliere i tuoi tesori di piombo, con gli occhi colmi di stupore bambino, tu che hai settant’anni e la fatica di una vita che ha saputo essere generosa ma anche molto, molto dura. Mi basta quello sguardo per dimenticare e assolvere, sentirti dire "abbiate pazienza, io qui mi ci fermo un bel po’", ringraziarci di cuore perché ogni cosa è nuova e buona e interessante e bella.
 
Com’è diverso, questo posto, dal nostro bosco. Lontani i tempi in cui mi insegnavi a leggere i segni di pista, a riprendere le tracce degli animali con un calco di gesso, a non lasciarne a mia volta sul sentiero. Hai visto come sono diventata brava? Io ci metto un attimo a chiudere la mia vita in una valigia, a cambiare aria, rotta, rifugio. Io potrei stare acquattata fra gli sterpi a giornate, con le gambe che pizzicano e le formiche rosse che mordono, e non dire "ba". Potrei, posso, senz’altro ho potuto scomparire completamente, poi tornare e scomparire ancora. Senza lasciare tracce.
 
Non è forse quel "brava" ciò per cui ho vissuto tanta parte dei miei giorni, quel tenace attaccarmi/attaccarti anche quando fuggivo lontano, il motore di tante scelte, la ragione dei graffi, l’etica calvinista con cui ho fatto a cazzotti per trent’anni? Anni passati su un’altalena: da prima della classe a reietta, da ineccepile a ribelle; orgoglio e condanna, odio e amore, andata e ritorno, andata e ritorno, andata e ritorno.

E, sopra a tutto, la paura, questa enorme, indomita, feroce bestia che ci ha azzannati al petto in quel giorno buio e non ci ha lasciati più.
 
Tutti gli abbracci che si è portata via e il modo giocoso di stare al mondo che non era più concesso, la fiducia nel futuro, godere della bellezza del presente, sentirsi in colpa, perfino, sentirsi in colpa se.
 
Adesso se io riuscissi, se solo riuscissi a sconfiggere la belva e spezzare l’incantesimo, ad abbattere questo muro di terrore, a dirti tutto questo, anziché consegnarlo a uno schermo bianco e a chi non sa nulla di te, di me, di noi. Perché sei la persona migliore che conosco.
 
Ecco allora sarebbe tutto perfetto. Perfetto per davvero.




Ascoltando Sacrificio, Timoria (Storie per vivere, 1992)

 

 

 

domenica 29 marzo 2015

Come sopravvivere all’influenza più molesta del secolo

Disclaimer: Non sono un medico e non posseggo competenza alcuna per esprimermi con cognizione di causa in merito a reali rimedi contro l’influenza di stagione per cui, se è questo che cercate, fatemi il favore di migrare altrove. Qui si parla dei miei personalissimi (e per tanto opinabili) metodi per sopravvivere a questa piaga; con me funzionano, ma se a voi fanno venire la peste bubbonica non è colpa mia. Avvertiti.

L’avevo letto sui giornali, nei messaggi disperati di TUTTE le mie amiche e di una buona percentuale di parenti, così come sulle facce stravolte della gente in metro: l’influenza di quest’anno è la muerte.

Per carità, una malattia non è piacevole per definizione, lo so. Ma questa è stata particolarmente pesa: febbre alta, raffreddori e tossi da togliere il sonno, dolori diffusi e decorso lungo e accidentato (con poveracci che se la sono beccata a più riprese e trascinata per secoli). C’è chi, addirittura, ha accompagnato il tutto a un bel virus intestinale. Paiura.
Ma io, signori, io mi ero salvata. Avevo liquidato amici e conoscenti con uno sbrigativo e ben poco empatico "Dai, alla fine è un’influenza, riguardati, passerà", schivato starnuti e colpi di tosse dei disparati untori con agilità e sommesse bestemmie (siete malati? Ma state a casa, cazzo!) e decretato trionfante: "A ’sto giro mi è andata bene".

Vi ho già spiegato che le gufate sono una cosa brutta, vi ho anche invitato a esserne fantasiosi dispensatori e a stare in occhio come potenziali vittime, ma non vi ho ragguagliati a sufficienza sulla più temibile delle gufate: l’auto-gufata. Consideratelo fatto.


Insomma, esco di casa che sono la Principessa della Salute e poche ore dopo rientro rantolante, agognando quello che sarà conforto e rifugio dei restanti 5 giorni: il letto. E questo è il primo dei miei consigli, amici infetti: se avete preso l’influenza STATEVENE A LETTO. Non sul divano, in poltrona, sull’amaca. Dentro al letto, sempre. Possibilmente a dormire.

Che perla! Direte voi, è scontato che quando uno è malato debba stare a letto. Eh, no. Non lo è per un sacco di persone che, come la sottoscritta, in certi momenti pensano che comunque potrebbero alzarsi e magari fare questo e quell’altro, cercare di, e approfittarne per... Ecco, sedatevi e vedete, invece, di non fare una beata mazza e recuperare tutte quelle ore di sonno che vi lamentate in continuazione di non avere il tempo di farvi.

È bene dire che io, questa volta, non ho avuto manco l’imbarazzo della scelta, dal momento che non ce la facevo fisicamente a fare altro, almeno fin tanto che ho avuto la febbre alta: cioè, superare i 38 per una che ha la temperatura media di una lucertola a gennaio può rivelarsi discretamente destabilizzante. Da qui, è emersa l’esigenza di dotarmi di alcuni beni di primaria necessità: oltre alle indispensabili bombe di paracetamolo, avevo bisogno di cose che mi dessero una botta di vita e di energia e mi facessero, nel contempo, sentire accudita, coccolata, protetta, rinfrancata.


Zeus benedica lo zenzero, le carote, i kiwi, le arance (ma potrei dire la frutta in genere perché a ’na certa io ci ho buttato la qualunque) e il frullatore: gli smoothies mi hanno rimessa al mondo. Non ci vuole nulla a farli e sono buoni, poca spesa massima resa. Badate, però, che devono essere piccanti, cioè dentro ci dovete sbriciolare tanto di quel ginger da farvi esplodere la bocca. Questo, almeno, è il metodo antifèscion, testato per liberarvi da raffreddore e mal di gola a tempo di record.

Già, il mal di gola, quel simpatico bruciore che mi ha accolto a ogni risveglio, rendendomi insopportabile anche il semplice deglutire. Qui la risposta giusta è stata una e una sola: il miracoloso sciroppo d’agave. Per molti di voi suonerà come una bestemmia, ma io odio il miele e i vari spruzzini che dovrebbero allievare il dolore si sono rivelati inutili, al confronto. Lo sciroppo d’agave è il mio nuovo Froben e mai più lo tradirò. Sono andata avanti a ciucciarne dorati cucchiaini o a scioglierlo nella mia colazione da malata favorita: latte di riso, banana e mandorle. Alleluja, alleluja.

Certo è che non di non solo pane vive l’uomo, per cui è naturale che, oltre al corpo, abbia cercato di curare anche lo spirito che era paragonabile a quello di un uomo con un principio di raffreddore: lamentela incessante, mugugno monocorde, certezza di decesso di lì a poche ore.

In questo senso mi sono venute in soccorso tre cose fondamentali: la mia coperta di Linus, i film di Miyazaki e le letture a voce alta.


La mia coperta di Linus è un semplice plaid di pile dell’IKEA che non ha che due meriti: è rossa ed è calda. Quanto basta per averne fatto la compagna fedele della mia convalescenza; ogni qual volta osassi allontanarmi dal letto, facevo in modo di avvoltolarmi ben bene dentro a questa sorta di seconda pelle. Ché da sotto alla propria coperta il mondo sembra un posto migliore e ci si sente subito al sicuro; io, per non sbagliare, la mia me la stendevo pure sopra il piumone, a letto. Ma potete essere anche meno patologici e limitarvi all’effetto "baco da seta" quando siete sul divano, vedete voi.

Perché ok, al divano prima o poi si arriva e nel mio caso il momento è coinciso con un altro grande classico dei miei giorni da ammalata: gli anime di Miyazaki. Intendiamoci, non ho nulla contro i classici Disney, anzi!, semplicemente la mia personale tradizione vuole la visione a rota de Il mio vicino Totoro, La città incantata, Principessa Mononoke, Il Castello Errante di Howl e compagni (sì, li sto italianizzando, non mi rompete i maroni che guardavo Miyazaki quando voi non sapevate manco chi fosse, su). Non vi dico che incubi silvani coi lupi e lo Spirito della Foresta (sudate scaccia-febbre assicurate, gente!) e che pianti su quel treno con Chihiro e Senza Volto... aaah, mi viene voglia di riammalarmi solo per rivederli ancora e ancora. OH WAIT! SCHERZO, EH!

Vi assicuro, però, che all’inizio anche la semplice visione di un film mi risultava faticosa (ve l’ho detto che quest’anno è pesante) e allora che fare? Be’, non so come siate cresciuti voi, ma fra le pietre miliari della mia infanzia occupano un posto di rilievo I Raccontastorie. Una raccolta di ben 149 fiabe, favole e filastrocche suddivise in fascicoli quindicinali, pubblicate negli anni Ottanta. Ogni fascicolo includeva un’audiocassetta di poco meno di un’ora in cui le storie venivano interpretate da famosi attori e attrici dell’epoca (fra gli altri: Ottavia Piccolo, Paolo Poli, Gastone Moschin, Lella Costa, Giulietta Masina, Giorgio Gaber. Gentucola così, per intenderci...), io li ho amati, consumati, imparati a memoria e li conservo tutti gelosamente.

E per chi non è altrettanto fortunato, sappiate che se ne trovano diversi online. Ora, esiste qualcosa che può dare maggior sollievo alla testolina bollente di un malato costretto a letto e incapace financo di rincoglionirsi di film? Ve lo dico io, no. Le storie a voce alta sono magia e medicina e ne raccomando l’assunzione in grandi dosi e più volte al giorno. Qualunque male vi affligga, starete subito meglio, parola di sciampista.

E se tutto questo non vi aiuta a guarire, ragazzi miei, date retta: chiamate un esorcista.


Ascoltando Fever, Madonna (Erotica, 1992)

mercoledì 11 marzo 2015

Don't be a hardrock when you're really a gem

Eccoci qua, l’8 marzo è appena passato, accompagnato dalla sempreverde cantilena: da una parte i "Perché una festa?", "Ma auguri di cosa?", "Guarda come siamo messe, ti pare il caso?", dall’altra "Quanto sei snob, a non festeggiare!" "Un’occasione per celebrare le donne, qualunque essa sia, non andrebbe sprecata" e "’sticazzi, a me piace la mimosa". Parlarne, ignorarla, cogliere l’opportunità per... sì, no, forse.

Tanto come fai, sbagli.

E, del resto, questa è una cosa a cui siamo abituate, noi donne che se sognamo l’amore e mettiamo su famiglia dedicandoci soprattutto a figli e affini siamo delle retrogade chiuse e frustrate, senz’altro schiave di un marito dittatore e rompicoglioni e se, invece, ci proiettiamo sul lavoro e prole non ne vogliamo, veniamo etichettate come mostri dal cuore di pietra, arrampicatrici aride ed egoiste, condannate senza appello a un futuro triste e solitario. Facciamo entrambe le cose, allora, che problema c’è? Nessuno, a parte quello di conciliare casa e carriera (perdonate il termine abbastanza anacronistico), prendendosi carico – larga parte del carico – di entrambe le cose, spesso e volentieri senza nessun aiuto e finendo per sentirci più o meno indietro, incomplete, inadeguate, non abbastanza in entrambi i campi.

Ed è vero – perché porca miseria è verissimo, c’è poco da fare – che spesso il peggior nemico di una donna è se stessa, che siamo le prime a giudicarci (male), a non darci fiducia, a non riconoscere le nostre potenzialità e a non far fruttare le molte doti che abbiamo, fino al punto di rinunciare in partenza a progetti che ci sembrano troppo per noi, a non dar corpo alle nostre idee e non seguire le nostre intuizioni perché figurati se.

Ripeto, verissimo, almeno per quanto mi riguarda. Ma.

Ogni volta che sento o leggo le considerazioni di cui sopra, non posso fare a meno di avvertire un minimo di – come chiamarlo? – fastidio? Una nota stonata in una sinfonia che, di per sé, suona intonandosi perfettamente a quello che vedo fuori e dentro di me.

Perché, guarda caso, gira e rigira ancora una volta siamo noi donne a sbagliare.

Oh, come è possibile? Ma allora siamo proprio delle mezze rincoglionite, noi che anche col potenziale e le opportunità ci tagliamo le gambe da sole. Ci vogliamo proprio male, a sabotarci così, con un mondo che non aspetta altro che veder risplendere il nostro talento e noi giù a flagellarci e farci a pezzi l’autostima con le nostre mani.

Già, da sole, tutto da sole. Ma siamo proprio sicuri?

No, non è così. La verità, signore e signori, è che là fuori c’è un’intera società, un mondo progettato per fare a pezzi l’autostima della donne. A colpi di modelli imposti sin dalla tenerissima età, modi di dire, luoghi comuni, aneddoti che si tramandano da secoli e che ci vedono protagoniste di simpatici siparietti in cui siamo, indifferentemente: imbranate alla guida, incapaci totali quando si parla di tecnologia o qualsiasi tipo di lavoretto pratico, spendaccione in fissa con lo shopping, inguaribili romantiche alla perenne ricerca del Principe Azzurro, casalinghe inside fatte per la cura di casa e famiglia, deboli, troppo emotive, meno brave degli uomini (in cosa? Ma più o meno in tutto, bambine!), non in grado di reggere la pressione, inadatte a ruoli di leadership, piagnucolone, confuse... devo andare avanti?

Cliché, stereotipi che non solo sono duri a morire, ma che di fatto hanno forgiato e forgiano l’universo in cui noi donne ci muoviamo dalla nascita, anche in questa bella società occidentale, nei Paesi così detti civilizzati, evoluti, moderni. Eh sì, pure quelli ritenuti particolarmente evoluti. La parola Ammmeriga vi dice qualcosa? C’è stato, prima, il polverone alzato da Patricia Arquette col suo discorso durante la cerimonia di premiazione degli Oscar, in cui l’attrice ha rivendicato la necessità di ottenere parità di retribuzione e di diritti per le donne statunitensi (un nervo scoperto a Hollywood come nel resto degli Stati Uniti) e – pochi giorni fa – ha fatto scalpore l’intervento di Hilary Clinton in occasione della Watermark Silicon Valley Conference for Women in cui ha denunciato senza mezzi termini il sessismo imperante in quella che per molti versi è considerata la culla dell’innovazione, delle opportunità senza confini e senza distinzioni.

L’intervento è stato ripreso e commentato, tra gli altri, da una giovane donna italiana che quella realtà la conosce bene: si tratta di Elena Favilli, fondatrice (assieme a Francesca Cavallo) e Ceo del primo magazine su iPad dedicato ai bambini, che proprio in Silicon Valley ha mosso i primi passi nel mondo delle startup per diventare in poco tempo una dei dieci innovatori migliori d’Italia.

In un coraggioso articolo pubblicato sul Guardian (in italiano lo trovate qui), Elena ci racconta della sua battaglia quotidiana contro l’elite maschilista che domina la celebre area a sud di San Francisco (di recente Newsweek aveva fatto dell’argomento la propria storia di copertina), in cui è la "bro culture" a farla da padrone, con le feste Beer Pong del venerdì sera, le immancabili battutine sugli abiti indossati dalle due startupper, i complimenti fuori luogo (puntualmente sull’aspetto fisico, mica sul proprio lavoro/prodotto) e le strizzatine d’occhio durante le riunioni con gli investitori.

Eppure, la Favilli in California è riuscita a raccogliere non solo innumerevoli consensi, ma anche 600mila dollari per la sua impresa con cui continua a collezionare un premio dopo l’altro (fra cui quello nella categoria Children dei Digital Magazine Awards di Londra, in cui se la vedeva con colossi come National Geographic Kids e BBC).

Ma il successo, dice, non l’ha messa al riparo dal sessismo, dal veder continuamente sminuiti il proprio status (solo una "ragazza"), la propria idea ("bella ma piccola") e il proprio approccio ("troppo assertivo" e "debole").

Un incessante tentativo di ridurre e svilire il valore di quello che le donne pensano e fanno. Atteggiamento che, oltre alle conseguenze disastrose sul piano pratico (in una parola: meno diritti), ne ha una se possibile ancora più grave: il rischio – nel 90% dei casi è una certezza – che una donna alla fine crede davvero di essere meno, che quello che fa non sia niente di speciale, che manchi questo e quest’altro e che, quindi, fondamentalmente sia colpa sua. Ed ecco che il cerchio, vedi sopra, si chiude.

Allora la vera battaglia, ancora e a maggior ragione nel 2015, diventa capire «come costruire, all’interno di se stesse, un proprio centro di resistenza che non si chiude rispetto al mondo, ma che allo stesso tempo non ti fa implodere». Così Francesca Cavallo in un bellissimo post sul suo blog, in cui ci invita a essere affamate e folli, in un modo che non ha nulla da invidiare a quei "visionari" dei nostri colleghi maschi. Anzi.

 

 

Ascoltando Doo Wop (That Thing), Lauryn Hill (The Miseducation of Lauryn Hill, 1998)

 

lunedì 23 febbraio 2015

I am rubber, you are glue (Monkey Island Special Edition)

A casa mia la tecnologia è sempre arrivata tardi. Tardissimo. O non è manco mai entrata dalla porta.

Ho avuto il primo lettore cd quando la gente un altro po’ stava passando agli mp3 e solo perché l’allora ragazzo di mia sorella doveva essersi sfracellato i maroni a forza di ascoltare le mix tape d’ammmòre made in RDS e Subasio – avete letto bene, ora fate ciao con la manina a Mia Sorella – e il suddetto aggeggio non è stato buttato via manco quando ha smesso di funzionare (e i cd di esistere), prontamente riciclato come radio da cucina.

D’altra parte, in cucina, regnava da sempre il GIRADISCHI dei miei, dove dalla tenera età a oggi ho ascoltato da Like a Prayer a Quello che non ho, col rigoroso accompagnamento della puntina gracchiante e l’amabile sfrigolio delle casse. La qualità, prima di tutto.
Videoregistratore e lettore dvd hanno anch’essi fatto la loro comparsa in maniera del tutto anacronistica rispetto al mondo circostante e non poteva che essere così in una casa in cui la tv è stata, per scelta, sempre una sola e a lungo in bianco e nero.

In questo scenario da DDR de noantri, capite bene che ci sarebbe voluto un miracolo perché facesse la sua comparsa in casa Antifèscion qualcosa ancor più all’avanguardia. E in effetti deve essere stata la volontà divina a far sì che il computer fisso si manifestasse nel nostro soggiorno nei primi anni Novanta, sotto forma di regalo della comunione di mio fratello. Rendiamo grazie a Dio.

Ora, io non ho molto da dire sull’arrivo di questa modernisssima macchina (ve l’avrei fatto vede’, che razza di barasone imbarazzante) a cui, per lunghissimo tempo, ho comunque preferito mezzi più obsoleti. Non ricordo d’esser rimasta vittima di una particolare infatuazione, internet era ben lontano a venire e io anti-fashion e vintage dentro lo sono sempre stata (e poteva essere altrimenti, date le premesse?).

Quello che ricordo con assoluta lucidità, però, è quando tutto è cambiato e soprattutto grazie a COSA.



Se i nomi LucaFilms Games (poi LucasArts), Ron Gilbert e Steve Purcell non vi dicono nulla, posso fare un tentativo chiedendovi se vi ricordate come usare un pollo-carrucola o la composizione del Grog. Niente? Cristo santo, mi fate vomitare! Non avete ancora smesso di portare i pannolini? Una volta avevo un cane più intelligente di voi, davvero.

Ahem, scusate, le gare di insulti devono avermi preso la mano.

Le AVVENTURE GRAFICHE, signori! Quei videogiochi in cui non devi limitarti a dare cazzotti o roteare du’ gambe in aria (con tutto il rispetto per Chun-Li e compagni, eh) ma hai UNA TRAMA! GLI INDIZI! LE AZIONI! e GLI OGGETTI! (marò, sembrano le categorie della Snob) e un intero mondo e modo di combinarli. Cioè, servono le manine ma anche il cervello, stupore e felicità.


The Secret of Monkey Island è l’avventura grafica per eccellenza, quella con la A maiuscola, quella che ha dato nuovo senso allo SCUMM e al "punta e clicca" e ha fatto conoscere il genere al grande pubblico.
{ParentesONA: a quei tempi, noi piccoli nani inconsapevoli ci siamo bullati molto, credendoci parte di una ristrettissima setta di fedeli giocatori, coi nostri codici e tutta la gamma di gag idiote legate a questo gioiello; inutile dire che non era così, solo molti anni più tardi abbiamo scoperto di essere – o essere stati – in tantissimi a farci gli occhi rossi appiccicati allo schermo, e non vi so dire se è stata più la gioia o il disappunto.}

C’è Guybrush Threepwood che vuole essere un pirata ma, oltre ad avere un nome e una pettinatura del menga, è sostanzialmente uno sbarbatello che ha la sola capacità di trattenere il fiato per 10 minuti (ma nella vita, si sa, i talenti più improbabili possono venirti utili quando meno te lo aspetti e credetemi, gli servirà) e non viene accolto benissimo dai pirati dell’isola caraibica di Mêlée, cui approda in circostanze misteriose. 
Fra prove da affrontare e non pochi sberleffi subiti, finisce per innamorarsi nientepopòdimenoche del governatore dell’isola, la fascinosa e cazzutissima Elaine Marley che – ahimè – ha rubato il cuore anche al temibile LeChuck, un pirata fantasma divenuto il terrore di oceani e terraferma. Da qui prendono il via mille avventure (come mi piace usare queste formule da Bim Bum Bam... ve l’ho detto che sono vintage) che lo vedranno protagonista assieme a una serie di personaggi non meno bizzarri, come Carla la Maestra di Spada, Otis il pirata frikkettone, la meravigliosa Vodoo Lady e i leggendari cannibali di Monkey Island, convertitisi al vegetarianismo.

Altri se ne aggiungeranno nel sequel, Monkey Island 2: LeChuck's Revenge, senza dubbio il mio preferito, anche perché i successivi – la saga contempla cinque capitoli, ma Gilbert abbandona la LucasArts e dal terzo in poi è tutta un’altra storia – per quanto mi riguarda NON ESISTONO. No buono, sciò sciò!



Io e mio fratello – fate ciao con la manina pure a Mio Fratello – ci abbiamo passato LE ORE su questi giochini, gli chiamavamo proprio così: i giochini. Anche perché ai tempi non c’erano mica gli indizi o i siti dove andare a sbirciare le soluzioni*, nossignore!, farina del nostro sacco e delle nostre precoci bestemmie (non v’ingannate, robe tipo "accipuffolina come caspita si risolverà questo intrigo?", eravamo personcine ben educate, noi). 
Ore un po’ di nascosto, rubate ai compiti e ad attività probabilmente più edificanti, ore condite di lunghi silenzi o scambi infiniti con in sottofondo un tema a musicale a metà strada fra Bob Marley e gli Inti-Illimani (che Michael Land mi perdoni), e risatine fra i denti per le situazioni ai limiti dell’assurdo, i dialoghi surreali e l’umorismo irrimediabilmente demenziale del gioco che è poi uno degli ingredienti – o forse dovrei dire L’Ingrediente – che ha reso la serie di Monkey Island un pilastro nella storia dei videogiochi. 

Noi mica le coglievamo le citazioni dai film (Terminator, Monthy Phyton, Stars Wars), non sapevamo manco chi fosse George Lucas e ci limitavamo a infilare un floppy dopo l’altro (già, i dischetti) con un livello di attenzione e una pazienza che i bimbetti di oggi ciao. #lavecchiaiarendeacidi

Ore belle, ore divertenti.

Per noi Indiana Jones e l’Ultima Crociata e Loom – malgrado fossero anteriori – sono arrivati dopo, non ci abbiamo giocato con meno gusto ma Monkey Island resta Monkey Island, per cui potete immaginare la #gioiapura quando ho scoperto che nel 2009 era stata realizzata una Special Edition per piattaforme PC/Mac, XBox and iOS, con tanto di possibilità di passare in qualsiasi momento dalla nuova versione (con veste grafica e musiche rinnovate) a quella pixelata dei miei tempi.

E, ecco, questo è quello che è successo quando ci ho messo le mani.




* A questo proposito Gilbert inserì un’autoironica presa per il culo nel secondo episodio della serie, che però non si rivelò una genialata per la casa editrice.


Ascoltando The Secret of Monkey Island Soundtrack

venerdì 6 febbraio 2015

Aspettare non serve quasi a un cazzo (cit.)

Mi mandi una foto di una schermata con su scritte delle “massime”. 
Così le chiami, e sono mie.
Non sapevo nemmeno che... Non è vero, lo sapevo.
Ti ho visto mille volte prendere appunti mentre parlavamo. Suona inquietante e mi chiedo se non lo sia. Lo è?

Ti ho visto, comunque.
Buttare giù due note, guadagnare un tempo rapido e distratto – versare da bere, sbriciolare il fumo fra il pollice e il medio – e battere colpi leggeri sulla tastiera, senza quasi guardare lo schermo, con la testa rivolta, sempre, verso di me.
Mi è parso, negli anni, che non mi perdessi mai di vista. Ma potrei essermi sbagliata, anzi, oggi sono certa che sia così.
Ma insomma, ti ho visto e non ti ho badato.
Ero troppo intenta a parlare, a fumare, a perdermi in ragionamenti e vaneggi (quanto ci piaceva questa parola Dio solo lo sa), tosse e divani che abbiamo fotografato con noi sopra,  piccoli, e siamo tornati a guardare quando siamo cresciuti.
Quando siamo cresciuti non ce ne siamo accorti subito e questo è stato senz'altro un bene, perché ci ha salvati, per un po'. Ci siamo presi un tempo che non era già più nostro e l'abbiamo vissuto fino agli sgoccioli, con le sue pecche e le crepe, con le pause ad allungarsi come molle ma, come molle, costruite per tornare indietro e riavvicinare la destra e la sinistra. Fino agli sgoccioli.

È che non ci si nasconde all'infinito, dal diventare adulti. Ora lo so. Non si scappa dalle differenze, dai modi che diventano princìpi, dalla musica che non ci scambiamo più, dagli spettacoli di cui non si parla, da quello che non vedi, da quello che non leggo.
Mi chiami con la mia iniziale puntata e mi chiedi di comunicare. Ma dai, è ridicolo! Ma come si fa?
Vedo delle mani, le mie, che piegano delle garze sterili, fanno tanti strati immacolati che ripiegano l'uno sull'altro. C'è una precisione chirurgica nel costruire una barriera tanto sottile quanto efficace. Efficace perché non è impermeabile; no, assorbe, ma assorbe bene e nasconde, e prima che qualcosa mi tocchi – il sangue, la polvere – passano giorni, forse mesi. E se decido che si sta sporcando troppo posso buttarla via, quella montagna di garza quasi impermeabile, e sarà come se quel sangue e quella polvere non fossero esistiti mai.
Come avere una coscienza nuova o solo l'ombra di una coscienza. Una traccia, un cerotto sporco ché mica lo devi conservare. Io, del resto, sto imparando a buttare via.
Mi citi dicendo che aspettare non serve quasi a un cazzo. Che l'hai sottolineato in grassetto, che l'ho detto io. Può darsi. Si dicono tante cose.

Ti ho parlato di camuffare l'idiozia con la saggezza, di lame sottili come sequoie e di acchiappasogni. Non nascondo che ci sia una certa poesia in tutto questo, non nego di avere un talento speciale per gli ossimori e che i piccoli spunti sono sempre stati il mio forte, ma vedi? Mi tocca ripeterti che siamo cresciuti. Non puoi ignorarlo.
Fare la parte dell'antipatica non piace a nessuno, però ho questa garza piegata sul petto – qui, dove tengo, a volte, la mano – e ho imparato, posso anzi devo dire a voce alta che non si può continuare a scrivere con gli intro delle colonne sonore in loop, mettere pausa-indietro-indietro-repeat e ancora pausa-indietro-indietro-repeat. Che diobòno non viviamo in un film di Gondry o in un libro di Vian (e mica è un caso che), anche basta con queste impennate da aristorasta, che i soldi a trent'anni fanno molta più differenza che a venti, che mi sono rotta il cazzo di vaneggiare, non mi piace più questa parola, non mi piace più mettermi a parte della realtà o forse non ci riesco e allora.
Allora io e te non siamo mai stati fatti per il mondo vero, non abbiamo mai funzionato per il reale e non credo ci riuscirebbe adesso.
Io e te stavamo bene su quel divano appena fuori dalla città, con le luci sempre basse, con le pistole cariche e i telefoni col silenziatore, con i progetti folli e mai realizzati, le lingue appiccicose, i ritorni in macchina infinitamente lenti. Ma oggi dovremmo prendere degli aerei e raccontarci tante bugie per tenere in piedi quel mondo e mi sa che non mi va.
Meglio: la verità è che l'ho già fatto e non mi va più.

Sollevo leggermente il cerotto e la pelle tira. La conosci, no? Quella sensazione a metà fra il fastidio e il piacere, fra il dolore e il solletico.
Poi il cerotto si stacca.
È sporco e io, te l'ho detto, sto imparando a buttare via.



Ascoltando Opening Titles e Arrival of the Birds, The Cinematic Orchestra (The Crimson Wing: Mystery of the Flamingos, 2009)



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mercoledì 28 gennaio 2015

Mi hai cercato?

Come ben sapranno gli otto lettori che vengono a mettere il musetto da queste parti (ciao amicicci, è sempre un piacere), non sono una blogger, ma una a cui piace leggere e scrivere e che un po’ di tempo fa ha deciso di trovarsi uno spazio anche qui e ci viene quando e se ne ha voglia, senza pensare a cosa/come/perché.

Date le premesse, immaginate quanto ne possa sapere (ma soprattutto me ne possa sbattere) di chiavi di ricerca, statistiche e fonti di traffico. PERÒ.

Però gli occhi ce li ho e Blogger pure, e quando vedo che – nonostante la totale mancanza di una, come vogliamo chiamarla?, linea editoriale (ah ah ah), di una periodicità, di un qualsivoglia senso di questa mia presenza sul web (che non sia quello che ha per me e credetemi che ancora fatico a capirlo) – c’è gente che capita su queste pagine, non posso fare a meno di chiedermi: PERCHÉ? E come.

Ce ne sono di cose bizzarre (sì, è un eufemismo) che la gente va a cercare online e per quelle vi rimando senza indugio all’esilarante e insuperabile rubrica della Tegamini, inesauribile fonte di sollazzo in cui mi rifugio per cercare la tenerezza che non ho, la comprensione che non so trovare in questo mondo stupido... Ma quello che interessa sapere a me è perché tu, signorotta cinquantenne appassionata di tombolo aquilano e residente a Sesto Imolese sei finita a leggere il mio post su Frankie la sciampista o la lista dei desideri dell’ottobre 2013 che, ricordiamolo, contemplava delle dita di strega mangiabili e un parka impermeabile con le balene.

Cosa ti ha spinta a visitare un blog che meno specifico e indicizzato non si potrebbe, dove le keywords sono utilizzate a cazzo di cane e di cui manco la mia migliore amica sospetta l’esistenza? Come sei giunta qui? Che alternative ti avrà mai proposto l’amico Google? Devo sapere, il mondo deve sapere!

Ecco, allora, la mia personale top five:

 

1 - BAITA CON CAMINO

Un grande classico che, noto, riscuote da sempre successo. Come biasimarvi. Chi non sogna un bel caminetto col fuoco che scoppietta, mobili di legno, una tazza fumante, la neve che scende silenziosa e leggera, fuori. Il famoso chalet, parola che mi fa ridere almeno quanto shatush.

Però, cari navigatori del web, io bisogna che ve lo dica: la foto che avevo scelto non era male (la seconda, trovata come le altre su Google Immagini; scusate se non riporto i credits ma ce la potete fa’ da soli, è fra le prime che escono), ma se digitate "baita con camino" appaiono quelle uber fighe con la piscina interna riscaldata che io boh, che cazzo c’avete cliccato a fa’, sulla mia?

 

2 - BARBIE VOGLIOSA

Dalla prima volta che l’ho letta, non riesco a non pensare a quel/la poveretto/a che googola tutto ingrifato/a le due paroline magiche, aspettandosi grandiosi risultati dal suo motore di ricerca di fiducia: scenette soft porno, sexy bamboline e siparietti piccanti e... WAIT! Yoghi?! Vi giuro, raga’, esce (pure) l’orso Yoghi. Cioè, ovviamente un po’ di pocce qua e là spuntano, ma il fatto che fra i primi risultati ci sia la foto della mia mano che brandisce un vecchio phon dell’Esselunga e ci si brucia le punte dei capelli (neri, per giunta) vi dà un’idea del desolato scenario in cui si imbatte chi si lancia in questo tipo di ricerca.

Pure la Barbie più interessante che ho trovato sta a casa a legge’ i librini coi figli, mentre Sarah Burge – la tristemente famosa Barbie umana – è una povera sciroccata che, più che desiderio, penso susciti pena a chiunque sia dotato di un minimo di gusto e buon senso. In compenso ci sono un botto di verdure ripiene e, se proprio volete fa’ le maialate, vi dovete consolare con lui: il cotechino con le lenticchie. Il massimo della zozzeria. Mmm. La mestizia del cane in basso a destra ricalca senz’altro quella che invade chiunque approdi su questi lidi partendo dalle keywords di cui sopra.

La cosa inquietante è che pure al suddetto cane sono arrivata con loro.

 

3 - ANGELA BARALDI

Angela, ascolta, dispiace più a me che a te che la gente ti venga a cercare qui dove non c’è proprio un kaiser che ti riguarda, ma io che ti devo di’? Per rendere il tutto il più indolore possibile, ho fatto il collage con le foto che t’hanno fatto per Vanity Fair, ché figa sei figa, e mo schianto qui anche il link alla tua biografia. Ah! Aggiungo pure che t’ho conosciuta sul set di un cortometraggio e, anche se c’era Herlitzka e ai miei occhi il resto del mondo è sparito di conseguenza, abbiamo chiacchierato un pochino e mi sei sembrata una tipa ganza (cosa che poi mi è stata confermata dalla troupe). Quasi meglio di una pubblicità progresso. No?

 

4 - COSA SONO LE GUFATE

Oh! Finalmente queste pagine possono rivelarsi utili. Finalmente non devo rammaricarmi – e voi con me – del vostro essere incappati in questo blog. Eh sì, perché se non sapete cosa sono le gufate, è l’ora che vi diate una svegliata. Lasciamo pure da parte i gufi che come tutti sanno non sono quello che sembrano e il mio meraviglioso anello e andiamo dritti al punto. Carta e penna, su su:

gufare [gu-fà-re] v.intr. (aus. avere) [sogg-v]

1 Fare il verso del gufo; estens. detto di persone, sbuffare.

2 Nel linguaggio giovanile, portare sfortuna, essere di malaugurio.

• sec. XV

Grazie, Sabatini-Coletti. Ora, sappiate che le gufate sono ampliamente utilizzate in ambito sportivo (la foto in basso a sinistra ne è un piccolo ma significativo esempio), ma non bisogna limitarsi: lì fuori esiste un mondo e potete/dovete essere cauti come possibili vittime di questa piaga diffusa, così come fantasiosi nel ruolo di dispensatori di gufate. In quest’ultimo caso non posso che indirizzarvi, ancora una volta, da Madame La Tegamini, al cui va il merito di avermi fatto conoscere un epico Tumbrl: http://iotimaledico.tumblr.com. Esercitatevi.

Quasi dimenticavo: la tettona qui sopra non c’entra una beata mazza ma, che ci crediate o no, mi è uscita digitando "cosa sono le gufate". E poi piace ai notai.

 

5 - SIGNIFICATO RETORICO IMPAZZA LA FAMA

Vabbuò, io alzo le mani. Davvero non ho idea di che minchia cercavate e il dio Google non mi aiuta: fra metafoto con gente che si spara i selfie davanti alla Venere del Botticelli, l’intramontabile Antonio La Trippa e le sempre inquietanti maschere del Carnevale di Venezia, non so proprio come orientarmi. Sono preda della stessa disperazione di mamma orsa che cerca il suo cucciolo ("significato retorico impazza la fama". Mamma orsa. Certo.) e non posso che chiedere un aiutino dal pubblico.

Otto lettori miei (mo zao!) o, anche meglio, avventurosi esploratori del web, ditemi la vostra su questa improbabile chiave di ricerca. Io ho fiducia in voi, se le misteriose vie dell’internet vi hanno condotto qui, non siate timidi: illuminatemi!

 

 

Ascoltando ABC, The Jackson 5 (ABC, 1970)