martedì 2 dicembre 2014

Per niente stanca

Nemmeno mi ricordavo che esistesse, io, una cantante che si chiama Carmen Consoli. Figuriamoci le sue canzoni. Figuriamoci questa.

E non lo so mica come mi sia venuta in mente. Anzi sì: è quel "per niente stanca" che ricorre una media di otto volte al giorno nei miei discorsi. Come stai? Mi chiedono. E io così. Ironia portami via.

Sono qui che scrivo come una ladra, rifugiata in un pezzo di mondo che mi appartiene ma che sento scivolarmi fra le mani. Già, ancora.

Devo avere un talento particolare per ripetere sempre – e così bene – i medesimi errori.

Trascurare, dimenticare, mettere di nuovo in secondo piano e buttarmi, letteralmente buttarmi, in imprese che non sono mie, non sono come le volevo io, non mi corrispondono ancor prima di cominciare.

Ma le persone, intorno, la gente e le persone, ripetono cose a cui sono abituata, e tendono delle reti che non ho chiesto ma che mi fanno sentire in qualche modo al sicuro, in qualche modo nel giusto.

Io mi tendo e mi rilascio in fretta.

Nemmeno mi domando quando è che sono diventata così codarda. E se me lo domando, me lo dimentico velocemente.

La chiave sta qui, nel dimenticare con facilità, nel passare oltre e soffermarsi solo in quel tempo che porta da casa al lavoro e dal lavoro a casa. Il tempo della metropolitana, il tempo dell'asciugatrice, il tempo dei tempi morti, dei tempi che non si riempiono davvero.

Anche i bicchieri se ne stanno tutti nella credenza, asciutti. E le lenzuola pulite ci ricordano che sono due settimane che non facciamo l'amore.

Ma voglio lamentarmi di questo? Voglio pesare con la mia stanchezza, i miei malumori e i pensieri di contrasto? Mica sono scema, e siete forse scemi voi? Le cose che grattano sul petto e fanno attrito nel deglutire, quei groppi che sembrano grappoli d'uva bianca lasciati lì a mezza gola. Quelli ormai li riconoscete. I più attenti di voi, almeno.

Non sapete come venirmi incontro, quello no, ma cercate di farmeli scansare, con delicatezza, quel tanto che basta a evitare un'esplosione improvvisa.

Può darsi che mi stanchi tanto apposta.

Può darsi che sia piena di incipit per non arrivare mai al finale.

Può darsi che mi ricordi tutto, ma proprio tutto tutto tutto.

Ma faccia finta che non.

 

 

 

 

Ascoltando Per niente stanca, Carmen Consoli (Confusa e felice, 1997)

4 commenti:

  1. Sono meravigliose queste parole, nella loro malinconia o sconfitta o accettazione. Come vogliamo chiamarla. Come mi appartengono gli incipit (lo scrivevo anche io mesi fa di sentirmi piena di incipit), come mi appartengono i tempi degli spostamenti, della centrifuga, dell'acqua che si scalda e intanto, io sto lì ad aspettare e a pensare e mi incanto e mi dimentico tutto. Sono codarda, sì. Anche io. Butto tempo, sì. Anche io. Mi sento sempre completamente dentro l'infinito. Trasportata e mi chiedo se mai sarò. Da qualche parte.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Non c’è sconfitta e vorrei poter parlare di accettazione ma credo che strigni strigni non ci sia manco quella. Mi convinco che sarebbe più facile, forse.
      Malinconia sì, un bel po’. E le stesse sensazioni e domande che ti fai, incantandoti.
      Come mi insegni, però, ci si sente meno soli se c’è qualcuno che calpesta le stesse orme. <3

      Elimina