sabato 8 novembre 2014

Nel tubo

 
Mi dice che non è possibile evitare l’iniezione, che sono lì anche per quello e a un certo punto ci sarà bisogno del liquido di contrasto, per cui tiro su la manica e lei stringe il laccio con decisione.
 
Quando mio zio ci fece il discorsone sulle droghe (che adesso non mi ricordo ma posso ragionevolmente presupporre spaziasse dal fumarsi una canna al farsi le pere, tutto sullo stesso piano), aspettai che finisse senza fare domande – avrò avuto undici anni – per poi rispondere risoluta che non doveva preoccuparsi, ché io in vena non mi sarei fatta mai, mai!, perché gli aghi mi facevano troppa impressione. Povero zio.
 
Mi fanno stendere su questo lettino, prona, in posizione Superman: un braccio allungato davanti con la mano imbrigliata in questo strano aggeggio e quello col tubicino infilato nella carne piegato all’altezza del viso (con la faccia rigorosamente girata dall’altra parte), ma fa male e non so dove infilarlo. Ho dimenticato i tappi per le orecchie per cui c’è questa strana danza del medico e dell’infermiera che si adoperano a infilarmeli mentre dico "ah già, scusate, se mi liberate io...", ma vogliono pensarci loro e ho l’impressione che – così come me li hanno messi – non mi isoleranno proprio da una ceppa. Pazienza.
 
Tanto il problema non è mica il rumore – piuttosto forte e fastidioso, in effetti – quanto la vibrazione continua ogni volta che parte una sessione di raggi. Una roba che mi dà il mal di mare e mi fa venire voglia di vomitare anche quel poco che ho sullo stomaco. No, non è vero. Non è nemmeno la vibrazione, il problema. Ma il fatto di essere infilata in un tubo bianco di metallo, immobile, con la faccia spiaccicata su un cuscino, la claustrofobia che mi martella le tempie e questo campanello per l’allarme che dovevo stringere ed è caduto chissà dove e poi figurati se.
 
Penso al Natale. Penso alla cena di Natale con i nostri amici, a come ero vestita l’anno scorso, a cosa mi metterò quest’anno. Penso che voglio un maglione con le renne, una roba trash e morbidosissima. La torta della Vale, scrivere i biglietti, i regali scemi di Tiger. Madonna che nausea. Provo a stare con gli occhi chiusi ma dopo un po’ non ce la faccio, li apro e vedo solo i quadretti della mia camicia a tre centimetri dal mio naso e se li fisso i colori si mischiano tutti e diobòno ora spaglio per davvero.
 
Che poszione scomoda, con quello che mi sta sicuramente guardando il culo. Mi dico che è proprio un pensiero da fighetta presuntuosa, anche se certi modi di sorridere degli uomini, io boh. Devo scrivere quella mail, devo chiamare mio padre, devo smettere di dire che devo fare cose che poi non faccio. Chissà cosa pensano se muovo i piedi così? Che sto male, che sto avendo un infarto? Io ci farei caso. Mi tireranno fuori? La voce ripete solo numeri e fa la conta delle attese. Ma quanto sarà passato, mi sembrano dodici anni. Venticinque minuti, ha detto. Venticinque minuti sono tanti.
 
Chissà lei quanto c’è stata dentro questi tubi, quando era malata. Quando ti guardano la testa, lì deve essere peso, altroché. Sarebbe bello un weekend a giro in un posto un po’ fuori dal mondo, un vecchio mulino, una casa colonica con qualcuno che cucina da dio, ma anche delle terme belle. Quest’anno ho almeno due anniversari importanti da festeggiare. Devo stare bene. Io mi sento bene per cui devo stare bene per forza. I soldi, che palle ’sti soldi, tanto morire muoio povera. Basta, dai, mi viene da vomitare. Are ere ire la mutina va a dormire.
 
Insomma, venticinque minuti così, ma non ci si capisce comunque nulla e allora ci rivediamo a fine mese. E quando sono le tre del pomeriggio e sto per addentare il primo boccone della giornata succede che l’universo si sveglia e chiamano tutti e i lavori che non c’erano adesso sono tre e il Natale si allontana e mio padre lo chiamo davvero e non mi compro nessun maglione con le renne ma un paio di pantaloni neri.
 
Il giorno dopo mi era passata la nausea e sono andata al museo a vedere le meduse.
 
 
 
 
Ascoltando Do I Wanna Know? Arctic Monkey (AM, 2013)

 

2 commenti:

  1. Non so cosa pensare. Non so se mi piace ciò che ho letto ma so che adoro come lo dici.

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