lunedì 3 novembre 2014

I could be brown, I could be blue, I could be violet sky

Dunque, dunque, non so da dove cominciare perché ci sono tante cosine di cui vorrei parlarvi e ne vorrei parlare in un unico post, mica facile. Si tratta di due libri che meriterebbero ognuno un discorso a parte, ma come sapete miei irriducibili 8 lettori (chi siete? Non so cosa vi porti qui però vi vedo, manifestatevi, caz!) produco un post ogni morte di Papa, solo immaginare di scriverne BEN TRE in un’unica settimana mi sembra un’impresa titanica, una roba da dodici fatiche di Ercole, insomma anche no.

Che poi, a essere proprio sinceri, il motivo non è neanche tanto quello, quanto il fatto che più che parlare dei libri in sé, vorrei descrivervi una sensazione che mi è rimasta addosso e condividere una riflessione più generale, ma detto così fa due palle, quindi bòn, cominciamo e vediamo che succede.

Voi che siete tutti sul pezzo conoscerete sicuramente Blue Is the Warmest Color (Le bleu est une couleur chaude) dell’artista francese Julie Maroh – recentemente ospite al Lucca Comics dove ha presentato la sua nuova raccolta di storie in edizione limitata City&Gender (che avrei voluto recuperare in tempo per questo post, ma il mondo è brutto e cattivo quindi bau) – da cui è stato tratto l’omonimo film di Kechiche (quello di Cous Cous, per capirsi), vincitore della Palma d’Oro a Cannes l’anno scorso. [Pausa per respirare e premio numero di link per parola]

Io il film non l’ho visto e vorrei recuperare a dispetto del fatto che, pare, si tratta di una roba completamente diversa e sia uno sfracellamento di maroni infinito, MA ho finalmente letto la graphic novel e mi è piaciuta molto. Molto.

Poi, proprio negli stessi giorni, mi è capitato fra le mani pure The Boy in the Dress (in italiano si chiama – ahimè! – Campione in gonnella ed è edito da Giunti Junior) che nel 2008 ha segnato il debutto letterario dell’inglese David Walliams, fino a quel momento noto ai più come ideatore e interprete della serie TV Little Britain (è inutile che me lo chiediate, non l’ho vista). Lui è uno che in Inghilterra viene definito da molti il nuovo Dahl, continua a collezionare premi letterari, scrivere cose per la televisione e i suoi libri diventano film, sta pure con quella figa di Lara Stone, per cui mi sa che ha già vinto... ma mi sto perdendo.

Questi libri parlano di diversità che è qualcosa di cui so molto e non so nulla. Perché la diversità è un concetto vastissimo e minuscolo al tempo stesso. È una medusa dai tentacoli sinuosi, ipnotici, di quelle che osservi con la faccia appiccicata al vetro dell’acquario e non ti schioderesti mai. Se fossi in mare aperto, però, quella creatura meravigliosa ti farebbe anche un po’ paura, perché le sue propaggini gelatinose sono urticanti e se ti toccano potrebbero farti male.

Per molti la diversità è così, qualcosa che attrae e respinge al contempo. Qualcosa che spaventa (perché disturba e mette in discussione le nostre tutt’altro che solide certezze), ma non si può fare a meno di guardare. E giudicare. Ché tanto il giudizio non implica contatto, anzi, è sulla distanza che agisce meglio: ci avete fatto caso?

Più i giudizi arrivano da lontano, più si gonfiano e assumono il tono e la forza di sentenze senza possibilità di appello. Non ti tocco, non mi contamino, non lo so davvero di che sostanza sei fatto ma ne ho un’opinione insindacabile.

E per lo più cattiva.

Blue is the Warmest Color parla di divesità di genere e omosessualità, dell’amore passionale e profondo fra Emma e Clementine, della difficoltà di accettarsi ancor prima che di farsi accettare, dello scontro con i pregiudizi di amici, familiari e società tutta; i soliti pregiudizi, perché sempre quelli sono, tanto che mi chiedo come faccia la gente ad averne ancora – identici – alle soglie del 2015, fosse solo per la noia, la stanchezza e lo sconforto di sentir ripetere certe minchiate.

Non ho nessun migliore amico gay sensibile che ama la moda e Madonna (scusa S. ma te ti vesti a cazzo di cane e la musica che ascolti non saprei nemmeno come definirla. Baci!) e non mi lancerò qui in una campagna a strisce arcobaleno. Ma il libro mi è piaciuto proprio perché mette al centro sentimenti, sensazioni, un tormentarsi che io – eterosessuale e ormai piuttosto lontana da strazi adolescenziali di qualunque tipo – ho provato e per alcuni versi provo tutt’ora.

E il sesso e l’amore sono cruciali ma c’è di più: la paura di capire e capirsi, il coraggio di esporsi, la coscienza che diventa politica, l’intimità come scudo ma anche come semplice carezza, la solitudine di vivere come e con chi si vuole, di non limitarsi, di non cedere al "così non si può, non si deve, non si fa", cadendo preda del suo esatto contrario.

Cose che sono al centro anche di The Boy in the Dress, un libro per ragazzi di tutt’altro segno: molto più leggero, delicato e ironico, ma non meno forte nel suo genere. Come ci suggerisce il titolo, la vicenda è quella di un ragazzino (Dennis, 12 anni) che ama gli abiti femminili, e non si limita a guardarli di nascosto su Vogue. È gay? No, o meglio boh. Diciamo che non si sa e non lo si scoprirà manco alla fine del libro (anche se c’è chi sostiene di sì) e vi dirò che va benissimo così, fosse solo che quella è l’età dell’esplorazione e delle incertezze, se non è sacrosanto avere qualche dubbio allora, ditemelo voi quando.

Di sicuro Dennis è differente e tale si sente. Rispetto a un padre piuttosto rude, parco di attenzioni e di abbracci, a un fratello altrettanto ruvido e fieramente "maschio", a dei compagni di scuola ignoranti (nel senso più ampio del termine) e facilmente crudeli. Nostante anche lui, come loro, ami il calcio e ne sia addirittura un piccolo fenomeno e di fronte alla bonona dell’istituto sfoderi gli stessi occhi a cuore e le reazioni goffe di chi ci sta sotto come pochi.

Ma quel mondo, il suo mondo, è grigio, regolato da dettami ferrei e stupide consuetudini. Dennis vorrebbe cambiarlo, riempirlo di colori, risate e gesti d’affetto che non conoscano distinzioni, i gesti di cui è rimasto senza quando sua madre ha fatto le valigie, precipitando l’intera famiglia in un buio denso e appiccicoso. Perché non è possibile rompere le regole e, semplicemente, abbracciarsi? Che male c’è a mostrarsi scoperti, bisognosi d’amore e affamati di vita?

Il mondo è bello perché è vario e il conformismo è d’una noia disarmante, ci dice Walliams. Sicché Dennis si traveste e succedono un sacco di casini perché pochi attorno a lui – in primis adulti dal comportamento spesso tutt’altro che esemplare – riescono accettare la sua diversità, anche se raccontata come un gioco divertente, senza retrogusti e prese di posizione. Meno male ci sono gli amici veri e le persone crescono (e nell’arco di queste poche pagine i personaggi evolvono, un altro punto a favore del libro) e a volte l’incoscienza diventa coraggio e viceversa.

Meno male che esistono gli happy end che, per quanto ingenui, danno un segnale di speranza e un messaggio positivo che in certi casi (e, a maggior ragione, a una certa età) servono, secondo me.

I capitomboli, le verità che sono tali solo in parte, la gioia di scoprirsi e la consapevolezza che si può non essere soli, che anzi si può essere amati per come si è e che bisogna concedere e concedersi di farlo. Mi sembra un’idea di una portata e un peso talmente grandi da travalicare ogni confine di genere e orientamento sessuale.

Sarebbe davvero sciocco e presuntuoso pensare il contrario. O no?

 

 

ps: come avrete notato, le illustrazioni de The Boy in the Dress, sono di Quentin Blake. Credo non ci sia bisogno di aggiungere altro.

 

 

Acoltando Grace Kelly, Mika (Life in Cartoon Motion, 2

2 commenti:

  1. Scusa se bypasso i libri di cui hai parlato ma tu DEVI vedere Little Britain! Fa morire dal ridere!

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  2. Ma figurati, ci mancherebbe! Piuttosto, me l'hanno detto che e' fatto bene, cerchero' di recuperare, allora!

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