venerdì 28 novembre 2014

I’m not that innocent

Perché sei sposato, perché sei sposato e ami tua moglie.

Ecco perché.

Dai, proprio oggi hai aggiornato il profilo con la foto del tuo matrimonio. LA FOTO DEL MATRIMONIO. Che sinceramente a me fa anche un po’ tristezza, che ti devo di’?, ma quella è e c’è poco da aggiungere.

Poi, scusa eh, ma quando finalmente sei riuscito a parlarci gliel’hai subito buttata lì: «Mia moglie ha detto... mi moglie ha fatto...». Questo, a casa mia, si chiama mettere le mani avanti. Parecchio avanti, manco ti avesse gettato le braccia al collo e infilato la lingua in bocca.

Come dici? Ti guarda. No, ti guarda in un modo strano. Ti guarda in un modo che nemmeno tu sai spiegare ma. MA. Me lo dici con tutte le maiuscole. Interessante. MAgari le fai schifo, magari pensa che sei un deficiente, magari non ti guarda affatto o ti guarda come guarda il resto dei suoi colleghi, non ti ha mai sfiorato l’idea, no?

No. È diverso.

Se vabbuò. Quindi?

Quindi in qualche modo lei sta attentando alla tua virtù (risate dal pubblico) e ti devi tutelare, immagino (il pubblico non accenna a smettere).

Ecco perché non la fermerai con una scusa qualsiasi per farle vedere un video imbecille di cui, per altro, dovresti anche vergognarti un tantino. Non cercherai di attaccare bottone ogni qual volta se ne presenterà l’occasione e soprattutto non sarai TU a guardarla. Spesso. E in un modo che nemmeno sai spiegare ma.

MA. Ti chiedi se le maiuscole hanno senso solo per te o se risuonano anche nella sua testa. Ti chiedi se le sarà capitato di pensarti, nonostante tutto (o nonostante il niente, a seconda dei punti di vista). Ti chiedi se è lecito immaginarla così, in modo casuale, appena tangente, quasi per accidente.

Dio, sei un attore e uno scrittore, sei nato per mentire e per mentirti, just go ahead and do it, darling.

No, lascia perdere. Anche se non c’è niente di male ma meglio non spingersi troppo in là. Poi è fidanzata anche lei, no? Sì, è fidanzata e lo sai perché ti sei informato. Però lei non te l’ha detto, non che dovesse, eh... Comunque non ci sarebbe storia in ogni caso, così per dire. Infatti non capisco perché fissarti in quel modo, con gli occhi così spalancati e quell’espressione come di stupore, ma uno stupore bello, quando vi incrociate. E vogliamo parlare del sorriso? Se quello è un sorriso normale, senza retropensieri, allora boh.

Ma insomma no, perché siete entrambi impegnati e perché figurati!

A meno che non sia una roba proprio da film, ma anche no. Una coincidenza di quelle che ti lasciano a bocca aperta e senza fiato, un segno grosso COSÌ, una roba...

Se si è tagliata i capelli. Se quando la vedo si è tagliata i capelli corti.

Solo se si è tagliata i capelli corti.

 

 

Ascoltando Oops!... I Did It Again, Britney Spears (Oops!... I Did It Again, 2000)

 

lunedì 17 novembre 2014

Impeccabile

Ha uno stile impeccabile, porco cane.

E dico porco cane perché io di stile ne ho (sempre modesta, eh), ma impeccabile, ecco, credo di non esserlo stata mai.

Se capite che cosa intendo. Non ve lo devo dire io che per esserlo devi prima pensarlo, poi crederci e infine sentirtici. Alieni, parliamo di alieni.

Come tante, forse troppe cose, l’essere impeccabili è prima di tutto una scelta, un’attitudine, più che un prenderci con quello che tiri fuori dall’armadio. Nel caso di questa signorina trattasi di cabina armadio, ne sono certa.

Una spaziosa cabina armadio. Una cabina armadio grande quanto il mio appartamento, di quelle che vedi solo su certe riviste patinate o nei film orendi come Sex&The City o con un surrogato qualsiasi di Carrie col suo Mr Big a sponsorizzare il tutto (perché, cara la mia paladina del girl power e dell’indipendenza, mi pare che strigni strigni pagasse tutto lui. O mi sbaglio?).

La sua la immagino bianca, immacolata, un tripudio di specchi tirati a lucido e luci sapientemente puntate. Cassetti, cassettoni, cassettini ordinatissimi in cui ogni capo è stato riposto con cura, manco si trattasse degli scaffali di una boutique nel giorno dell’inaugurazione. Profumo di pulito e abiti rigorosamente stirati. Tutti, mutande, calzini, foulard. Sono una persona orribile se dico che se avessi soldi da buttare (nel senso: se vivessi in una situazione in cui non devo decidere se investire 16€ a settimana in un cinema/mostra/teatro/libro o in un paio d’ore di tavola da stiro) ci pagherei senz’altro una donna di servizio che mi stirasse la mia, di roba? Suona tremendamente piccolo borghese? Esticazzi. Mica pulire, mica cucinare! Ferro alla mano e via che si va. Ché io, davvero, tutto ma quello no, non lo sopporto. E poi non sono capace (non che mi sia mai applicata più di tanto, eh). Eimen.

Ma mi starò mica perdendo?

Lei se n’è uscita dalla sua cabina armadio come dalle pagine di un magazine altrettanto raffinato e se ne sta lì, annoiata ma con garbo, perfettamente a sua agio nella camicetta candida, fiocco anni Cinquanta e una mantella blu scuro che mi fa sanguinare gli occhi tanto è bella. La spilla, le scarpe, l’orologio... qualsiasi cosa dannatamente al suo posto, ogni dettaglio che strilla "brava, amica, hai fatto la scelta giusta!", la certezza di mutande e reggiseno coordinati ed eleganti, un profumo intonato a quel modo di essere, tonnellate di crema per le mani cara in modo irragionevole, fazzolettini profumati.

E mentre mi chiedo come si fa, e perché, e poi di nuovo come, Mrs Impeccabile si volta, dandomi le spalle. Allora lo vedo. In mezzo alla chioma riccioluta, morbida, color dell’ebano. Adagiato su quei centimetri di balsamo e delicatezza, capelli di bambola perfetti come chi li porta. Lo vedo (e vorrei ma non posso non): il mollettone.

L’orripilante mollettone per capelli anni Novanta, quello di plasticaccia con i dentini che al 90% so’ pure spaiati perché qualcuno è saltato. Il fermaglio dall’immediato effetto truzzo che tutte, tutte, abbiamo indossato almeno una volta nella vita, e non certo facendo le pulizie di pasqua, lontane da sguardi indiscreti. Dai che ormai pure quell’über-faiga della Cindy ha fatto outing, potete ammettere anche voi di averne sfoggiati di rossi, gialli e verdi, d’estate (una tendenza, ahime, dura a morire), magari abbinati a un bel paio di infradito da città. Orrore. Basta poco per sentirsi Miranda Priestly.

E lei ha commesso questo errore fatale, si è concessa questa caduta di stile gratuita e imperdonabile (a mio parere, non voluta. E anche se fosse voluta ha rovinato tutto lo stesso, OCCHEI?). Proprio lei, Mrs Perfezione.

La guardo e mi viene un po’ da sghignazzare. Perché il mollettone non perdona.

Perché il mondo torna velocemente al suo posto.

E perché mi sa che a volte so’ proprio una stronza.

L’ho già detto eimen?

 

 

 

Ascoltando Non sono una signora, Loredana Bertè (Traslocando, 1982)

 

sabato 8 novembre 2014

Nel tubo

 
Mi dice che non è possibile evitare l’iniezione, che sono lì anche per quello e a un certo punto ci sarà bisogno del liquido di contrasto, per cui tiro su la manica e lei stringe il laccio con decisione.
 
Quando mio zio ci fece il discorsone sulle droghe (che adesso non mi ricordo ma posso ragionevolmente presupporre spaziasse dal fumarsi una canna al farsi le pere, tutto sullo stesso piano), aspettai che finisse senza fare domande – avrò avuto undici anni – per poi rispondere risoluta che non doveva preoccuparsi, ché io in vena non mi sarei fatta mai, mai!, perché gli aghi mi facevano troppa impressione. Povero zio.
 
Mi fanno stendere su questo lettino, prona, in posizione Superman: un braccio allungato davanti con la mano imbrigliata in questo strano aggeggio e quello col tubicino infilato nella carne piegato all’altezza del viso (con la faccia rigorosamente girata dall’altra parte), ma fa male e non so dove infilarlo. Ho dimenticato i tappi per le orecchie per cui c’è questa strana danza del medico e dell’infermiera che si adoperano a infilarmeli mentre dico "ah già, scusate, se mi liberate io...", ma vogliono pensarci loro e ho l’impressione che – così come me li hanno messi – non mi isoleranno proprio da una ceppa. Pazienza.
 
Tanto il problema non è mica il rumore – piuttosto forte e fastidioso, in effetti – quanto la vibrazione continua ogni volta che parte una sessione di raggi. Una roba che mi dà il mal di mare e mi fa venire voglia di vomitare anche quel poco che ho sullo stomaco. No, non è vero. Non è nemmeno la vibrazione, il problema. Ma il fatto di essere infilata in un tubo bianco di metallo, immobile, con la faccia spiaccicata su un cuscino, la claustrofobia che mi martella le tempie e questo campanello per l’allarme che dovevo stringere ed è caduto chissà dove e poi figurati se.
 
Penso al Natale. Penso alla cena di Natale con i nostri amici, a come ero vestita l’anno scorso, a cosa mi metterò quest’anno. Penso che voglio un maglione con le renne, una roba trash e morbidosissima. La torta della Vale, scrivere i biglietti, i regali scemi di Tiger. Madonna che nausea. Provo a stare con gli occhi chiusi ma dopo un po’ non ce la faccio, li apro e vedo solo i quadretti della mia camicia a tre centimetri dal mio naso e se li fisso i colori si mischiano tutti e diobòno ora spaglio per davvero.
 
Che poszione scomoda, con quello che mi sta sicuramente guardando il culo. Mi dico che è proprio un pensiero da fighetta presuntuosa, anche se certi modi di sorridere degli uomini, io boh. Devo scrivere quella mail, devo chiamare mio padre, devo smettere di dire che devo fare cose che poi non faccio. Chissà cosa pensano se muovo i piedi così? Che sto male, che sto avendo un infarto? Io ci farei caso. Mi tireranno fuori? La voce ripete solo numeri e fa la conta delle attese. Ma quanto sarà passato, mi sembrano dodici anni. Venticinque minuti, ha detto. Venticinque minuti sono tanti.
 
Chissà lei quanto c’è stata dentro questi tubi, quando era malata. Quando ti guardano la testa, lì deve essere peso, altroché. Sarebbe bello un weekend a giro in un posto un po’ fuori dal mondo, un vecchio mulino, una casa colonica con qualcuno che cucina da dio, ma anche delle terme belle. Quest’anno ho almeno due anniversari importanti da festeggiare. Devo stare bene. Io mi sento bene per cui devo stare bene per forza. I soldi, che palle ’sti soldi, tanto morire muoio povera. Basta, dai, mi viene da vomitare. Are ere ire la mutina va a dormire.
 
Insomma, venticinque minuti così, ma non ci si capisce comunque nulla e allora ci rivediamo a fine mese. E quando sono le tre del pomeriggio e sto per addentare il primo boccone della giornata succede che l’universo si sveglia e chiamano tutti e i lavori che non c’erano adesso sono tre e il Natale si allontana e mio padre lo chiamo davvero e non mi compro nessun maglione con le renne ma un paio di pantaloni neri.
 
Il giorno dopo mi era passata la nausea e sono andata al museo a vedere le meduse.
 
 
 
 
Ascoltando Do I Wanna Know? Arctic Monkey (AM, 2013)

 

lunedì 3 novembre 2014

I could be brown, I could be blue, I could be violet sky

Dunque, dunque, non so da dove cominciare perché ci sono tante cosine di cui vorrei parlarvi e ne vorrei parlare in un unico post, mica facile. Si tratta di due libri che meriterebbero ognuno un discorso a parte, ma come sapete miei irriducibili 8 lettori (chi siete? Non so cosa vi porti qui però vi vedo, manifestatevi, caz!) produco un post ogni morte di Papa, solo immaginare di scriverne BEN TRE in un’unica settimana mi sembra un’impresa titanica, una roba da dodici fatiche di Ercole, insomma anche no.

Che poi, a essere proprio sinceri, il motivo non è neanche tanto quello, quanto il fatto che più che parlare dei libri in sé, vorrei descrivervi una sensazione che mi è rimasta addosso e condividere una riflessione più generale, ma detto così fa due palle, quindi bòn, cominciamo e vediamo che succede.

Voi che siete tutti sul pezzo conoscerete sicuramente Blue Is the Warmest Color (Le bleu est une couleur chaude) dell’artista francese Julie Maroh – recentemente ospite al Lucca Comics dove ha presentato la sua nuova raccolta di storie in edizione limitata City&Gender (che avrei voluto recuperare in tempo per questo post, ma il mondo è brutto e cattivo quindi bau) – da cui è stato tratto l’omonimo film di Kechiche (quello di Cous Cous, per capirsi), vincitore della Palma d’Oro a Cannes l’anno scorso. [Pausa per respirare e premio numero di link per parola]

Io il film non l’ho visto e vorrei recuperare a dispetto del fatto che, pare, si tratta di una roba completamente diversa e sia uno sfracellamento di maroni infinito, MA ho finalmente letto la graphic novel e mi è piaciuta molto. Molto.

Poi, proprio negli stessi giorni, mi è capitato fra le mani pure The Boy in the Dress (in italiano si chiama – ahimè! – Campione in gonnella ed è edito da Giunti Junior) che nel 2008 ha segnato il debutto letterario dell’inglese David Walliams, fino a quel momento noto ai più come ideatore e interprete della serie TV Little Britain (è inutile che me lo chiediate, non l’ho vista). Lui è uno che in Inghilterra viene definito da molti il nuovo Dahl, continua a collezionare premi letterari, scrivere cose per la televisione e i suoi libri diventano film, sta pure con quella figa di Lara Stone, per cui mi sa che ha già vinto... ma mi sto perdendo.

Questi libri parlano di diversità che è qualcosa di cui so molto e non so nulla. Perché la diversità è un concetto vastissimo e minuscolo al tempo stesso. È una medusa dai tentacoli sinuosi, ipnotici, di quelle che osservi con la faccia appiccicata al vetro dell’acquario e non ti schioderesti mai. Se fossi in mare aperto, però, quella creatura meravigliosa ti farebbe anche un po’ paura, perché le sue propaggini gelatinose sono urticanti e se ti toccano potrebbero farti male.

Per molti la diversità è così, qualcosa che attrae e respinge al contempo. Qualcosa che spaventa (perché disturba e mette in discussione le nostre tutt’altro che solide certezze), ma non si può fare a meno di guardare. E giudicare. Ché tanto il giudizio non implica contatto, anzi, è sulla distanza che agisce meglio: ci avete fatto caso?

Più i giudizi arrivano da lontano, più si gonfiano e assumono il tono e la forza di sentenze senza possibilità di appello. Non ti tocco, non mi contamino, non lo so davvero di che sostanza sei fatto ma ne ho un’opinione insindacabile.

E per lo più cattiva.

Blue is the Warmest Color parla di divesità di genere e omosessualità, dell’amore passionale e profondo fra Emma e Clementine, della difficoltà di accettarsi ancor prima che di farsi accettare, dello scontro con i pregiudizi di amici, familiari e società tutta; i soliti pregiudizi, perché sempre quelli sono, tanto che mi chiedo come faccia la gente ad averne ancora – identici – alle soglie del 2015, fosse solo per la noia, la stanchezza e lo sconforto di sentir ripetere certe minchiate.

Non ho nessun migliore amico gay sensibile che ama la moda e Madonna (scusa S. ma te ti vesti a cazzo di cane e la musica che ascolti non saprei nemmeno come definirla. Baci!) e non mi lancerò qui in una campagna a strisce arcobaleno. Ma il libro mi è piaciuto proprio perché mette al centro sentimenti, sensazioni, un tormentarsi che io – eterosessuale e ormai piuttosto lontana da strazi adolescenziali di qualunque tipo – ho provato e per alcuni versi provo tutt’ora.

E il sesso e l’amore sono cruciali ma c’è di più: la paura di capire e capirsi, il coraggio di esporsi, la coscienza che diventa politica, l’intimità come scudo ma anche come semplice carezza, la solitudine di vivere come e con chi si vuole, di non limitarsi, di non cedere al "così non si può, non si deve, non si fa", cadendo preda del suo esatto contrario.

Cose che sono al centro anche di The Boy in the Dress, un libro per ragazzi di tutt’altro segno: molto più leggero, delicato e ironico, ma non meno forte nel suo genere. Come ci suggerisce il titolo, la vicenda è quella di un ragazzino (Dennis, 12 anni) che ama gli abiti femminili, e non si limita a guardarli di nascosto su Vogue. È gay? No, o meglio boh. Diciamo che non si sa e non lo si scoprirà manco alla fine del libro (anche se c’è chi sostiene di sì) e vi dirò che va benissimo così, fosse solo che quella è l’età dell’esplorazione e delle incertezze, se non è sacrosanto avere qualche dubbio allora, ditemelo voi quando.

Di sicuro Dennis è differente e tale si sente. Rispetto a un padre piuttosto rude, parco di attenzioni e di abbracci, a un fratello altrettanto ruvido e fieramente "maschio", a dei compagni di scuola ignoranti (nel senso più ampio del termine) e facilmente crudeli. Nostante anche lui, come loro, ami il calcio e ne sia addirittura un piccolo fenomeno e di fronte alla bonona dell’istituto sfoderi gli stessi occhi a cuore e le reazioni goffe di chi ci sta sotto come pochi.

Ma quel mondo, il suo mondo, è grigio, regolato da dettami ferrei e stupide consuetudini. Dennis vorrebbe cambiarlo, riempirlo di colori, risate e gesti d’affetto che non conoscano distinzioni, i gesti di cui è rimasto senza quando sua madre ha fatto le valigie, precipitando l’intera famiglia in un buio denso e appiccicoso. Perché non è possibile rompere le regole e, semplicemente, abbracciarsi? Che male c’è a mostrarsi scoperti, bisognosi d’amore e affamati di vita?

Il mondo è bello perché è vario e il conformismo è d’una noia disarmante, ci dice Walliams. Sicché Dennis si traveste e succedono un sacco di casini perché pochi attorno a lui – in primis adulti dal comportamento spesso tutt’altro che esemplare – riescono accettare la sua diversità, anche se raccontata come un gioco divertente, senza retrogusti e prese di posizione. Meno male ci sono gli amici veri e le persone crescono (e nell’arco di queste poche pagine i personaggi evolvono, un altro punto a favore del libro) e a volte l’incoscienza diventa coraggio e viceversa.

Meno male che esistono gli happy end che, per quanto ingenui, danno un segnale di speranza e un messaggio positivo che in certi casi (e, a maggior ragione, a una certa età) servono, secondo me.

I capitomboli, le verità che sono tali solo in parte, la gioia di scoprirsi e la consapevolezza che si può non essere soli, che anzi si può essere amati per come si è e che bisogna concedere e concedersi di farlo. Mi sembra un’idea di una portata e un peso talmente grandi da travalicare ogni confine di genere e orientamento sessuale.

Sarebbe davvero sciocco e presuntuoso pensare il contrario. O no?

 

 

ps: come avrete notato, le illustrazioni de The Boy in the Dress, sono di Quentin Blake. Credo non ci sia bisogno di aggiungere altro.

 

 

Acoltando Grace Kelly, Mika (Life in Cartoon Motion, 2