mercoledì 29 ottobre 2014

Non è tardi

Sicché c’era quest’uomo – questo ragazzo, via, perché avrà avuto sì e no venticinque anni e io di uomini di quell’età ne ho conosciuti ben pochi – c’era questo ragazzo in fondo alle scale della metro che cantava Don’t worry, be happy e intorno tantissima gente. Ma tanta che mi sono sono chiesta “ma dove va tutta ’sta gente di mercoledì sera?” (voglio dire, il cinema costa meno ed è un giorno come un altro, però...), anzi a dire la verità non me lo sono domandato sul serio perché so benissimo che ci sono milioni di cose che puoi fare in Questa Città di mercoledì sera, come nei restanti giorni della settimana, del resto.

Solo che io non le faccio.

Va da sé che m’è partita immediata la bambola su tuttoquellochenonstofacendomacomeproprioioproprioqui.

E in mezzo a tanti pensieri – amari, nostalgici, razionali, consolatori, tristi, felici (“guarda piuttosto quante cose hai fatto”) – si è infilato un ammasso di capelli rossi e riccissimi e pof! Ho smesso di pensare. Tanto c’è poco da sindacare, quando gli occhi ti si riempiono di un’immagine, una sola ma abbastanza grande da colmarli tutti, non rimane spazio per concentrarsi su altro, si guarda e basta.

Inebetita e immobile come in quei film, tantissimi, in cui la protagonista rimane a fissare: 1) un figo della Madonna che fa il suo spavaldo ingresso nella storia (e adesso non la nota ma ehi! Fra un minuto state pur certi che si innamorerà di lei) 2) uno tzunami o qualche altra catastrofe più o meno naturale che si abbatte sulla città e a cui la tipa – non si sa COME data la sua totale mancanza di reazioni – scamperà 3) qualcuno che schiatta, in molti casi il suddetto figo della Madonna con cui nel frattempo la poveretta ha vissuto la storia d’ammmore più sdolcinata, perfetta e dunque improbabile della vita.

Insomma, stavolta ci sono io che scendo lentissima sulle scale mobili (mi dovete immaginare come nella scena iniziale de Le conseguenze dell’amore e con la stessa colonna sonora, please) e questa novella Merida (Brave, anyone?) che sale sulla scala opposta. Un paio di scalini davanti a lei, un ragazzo di cui mi ricordo appena la faccia, ed era un secondo fa. So che sono entrambi giovani, che ridono come cretini e ballano, improvvisando una coreografia demente sulle note del tizio che suona.

Li guardo, li guardano tutti (queste cose non sono forse fatte per essere guardate? Forse sì, ma magari anche no, alla fine). Ed è qui che faccio il pensiero più sconfortante e da vecchia degli ultimi anni: che cazzo succede – penso – che cazzo succede che fino a poco tempo fa era la sottoscritta quella che ballava sulle scale con la gente che si girava e manco me ne accorgevo (o forse sì, vedi sopra)? Insomma, non ho mica l’età per sentirmi pensare così e farmi sfiorare dal dubbio che ho buttato via quella che ero senza avere la più pallida idea di quella che sarò. In ogni caso non si dovrebbero rimpiangere le cose quando si ha tutto il tempo del mondo per farle e, soprattutto, è poi vero che ho smesso di... pof! Spariti i pensieri. Di nuovo e per sempre.

Come nei film, la musica si interrompe di botto e c’è un sacco di gente che spinge e mi ricorda che devo scegliere da che parte andare e per un istante esito e non lo so mica che direzione è, la mia. A volte le cose si fanno in automatico, ritrovare la strada di casa è facilissimo, è un piede davanti all’altro e il tunnel che si apre solo alla fine, oltre quel ponte sospeso nel buio.

Dopo è tutto familiare, come il sapore della sigaretta che non si potrebbe.

Solo che una volta seduta sul letto, non mi è venuto da parlare per un bel po’.

E allora può darsi che mercoledì esca.

 

 

 

Acoltanto Scary World Theory, Lali Puna (Scary World Theory, 2001)

 

2 commenti:

  1. oh I know the feeling. Però è bello ricamare le storie sulla gente, vederli invidiarli e fare parte per un secondo della loro vita. Che alla fine, dopo, non ti sembra tanto statica nemmeno la tua.
    Buon mercoledì!

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  2. Grazie. Forse hai ragione.
    Quello che mi ha fatto strano è stato proprio sorprendermi con un certo tipo di pensieri perché ti giuro che per me sono del tutto nuovi. Magari è normale, ma io agli altri ho sempre guardato il giusto (e, comunque, non in questi termini) e mi è subito scattato una sorta di campanello d’allarme: io cosa sto facendo? Mi sono fermata? Mi annoio? Invecchio? Non “ballo” più?
    Forse sono solo una maledetta egocentrica che non si sente abbastanza al centro dell’attenzione, da un po’ di tempo a questa parte. Di sicuro di seghe mentali me ne faccio un po’ per cui me lo dico da sola: TAKE. IT. EASY.
    Eh. Riuscirci. (;-)

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