sabato 13 settembre 2014

Le vent se lève, il faut tenter de vivre

Mentre scrivo l’aria è elettrica e l’alberello davanti alla finestra agita le fronde verde rame come se a scuoterlo fossero la mani pesanti di un gigante incazzato. Le nuvole sono cariche di pioggia e credo che alla fine non uscirò.

Ho la testa piena di tante cose, come sempre, ed è passato tanto, tanto tempo dall’ultima volta che sono stata qui. È questo "tanto" che spesso mi spaventa. Questo vedere tanto, sentire tanto, leggere tutto, dentro e fuori dalle righe, dalle cose, dalle persone.

Ho provato a fermarmi un po’ e a tornare indietro, ma ho scoperto – e sai che novità – che dalla propria storia c’è poco da allontanarsi. Allora sto cercando di prendere un respiro grande, profondo. Sto mettendo insieme un bagaglio di ispirazioni, lucidità e impazienza. Mi ripeto di frequente ciò che mi è mancato e mi manca, e in quest’immaginaria lista della spesa provo a includere davvero tutto, anche e soprattutto le cose che non si possono dire a voce alta.

Perché a forza di non essere pronti (e gli anni passati a gridare «estote parati!» come un’invasata lo sa Dio se mi avevano insegnato il contrario) finisce che è la vita a sorprenderci impreparati e boh, lo vogliamo davvero? Io forse no.

Ho letto questo libro che poi sono due, Boy e Going Solo, l’autobiografia di Roald Dahl di cui oggi si celebra il 98esimo compleanno. Lui è morto a Oxford quando di anni ne aveva 74 ma l’eredità che ci ha lasciato, come si dice in questi casi, non ve la devo spiegare io.

Quello che invece vi voglio raccontare è come ci si sente a leggere qualcosa di così vivace, autocelebrativo, sarcastico, sorprendente, asciutto, puntuale, commovente, denso. Trasmettervi la gioia di quelle risate che sgorgano spontanee e il senso delle ore e dei minuti che si dilata come in quei pomeriggi infiniti di bambino, quando leggere poteva davvero durare tutto il tempo del mondo e non c’erano compiti, scadenze, sensi di colpa, robe più importanti dell’essere lì, in quel momento, con una storia fra le mani fatta solo per essere assaporata.

Giuro che non vuole essere il solito pippotto nostalgico e si stava meglio quando si stava peggio, giovini e spensierati, no! È che si è trattato proprio di questo: la sensazione di trovarsi di nuovo lì, così dentro le parole, in una vita distante nei modi e negli anni ma che in qualche modo risuona con una certa familiarità. Mi ha sorpreso il fatto di appassionarmi tanto a un racconto autobiografico (non vado matta per le biografie, io) e la gioia di perdermi fra le pagine con un gusto per le vite degli altri che, lo ammetto, avevo smarrito da un po’.

Con quei bambini che sono sempre meravigliosamente perfidi o ingenui e creduloni da spaccarti il cuore (o anche, più spesso, tutte e due le cose). Con gli adulti che ci fanno sovente la figura degli imbecilli, con vagonate di ricordi talvolta spiacevoli – ché l’infanzia non è tutta spensieratezza, caramelle e baci – ma anche teneri (la figura della madre darà un nuovo senso alle parole rifugio e sicurezza e se avete letto Le Streghe capirete da dove sbuca quella figura meravigliosa che è la nonna) e assai spassosi.

E poi, che ne so, saranno state le vacanze e l’avere modo di non fare nulla per davvero, dormire molto senza sognare, la cena pronta e la sabbia nelle pagine che parlano di dune e di Africa e di voli.

In questo libro si vola tanto, perché Dahl è stato un pilota appassionato, ha fatto pure la guerra e in Going Solo ce la racconta, portandoci molto in alto ma anche – inevitabilmente – molto in basso. Ci sono episodi e personaggi ai limiti dell’assurdo e talvolta si ha la netta sensazione che sì, ce/se la stia proprio raccontando, ma si finisce per credere a tutto, tutto-tutto-tutto come abbiamo creduto alla pozione fabbricatopo a scoppio ritardato, ai biglietti d’oro nascosti nelle tavolette Wonka e al tremendo strozzatoio, ai popolli e ai cetrionzoli.

E poi c’è l’avventura, il senso dell’avventura che pervade tutto il racconto. E io all’avventura ho scoperto di non resistere. Che si tratti di infilare topi morti nei barattoli luridi di una zozza venditrice di dolciumi (gli Sporcelli mica sono nati a caso, ve’) o di rischiare la pelle colando a picco sul deserto libico.

Tanto non c’è niente da fare, puoi avere tutte le paure del mondo ed esserti perso mille e una volta, smarrendo persino il senso di quel cercare. Può esserci della ruggine alta due dita sugli ingranaggi e un mucchio di polvere che ti riempie le tempie e il petto. Ma quando il vento decide di alzarsi – e va’ là che prima o poi succede – non ti resta che prendere la rincorsa.

Succede che non hai scelta, quando il vento si leva.

Altroché.

Si vola e si deve volare.

 

 

 

 

Ascoltando It’s Time to Stop Living in the Past, Isn’t It? (Originally from Pom Poko), Anime Kei (A Tribute to Studio Ghibli, 2013)

 

2 commenti:

  1. Insomma, alla fine mi hai convinta!

    RispondiElimina
  2. Alé, speriamo che non ti deludano allora. (;-)
    Io invece sto per ordinare la biografia non romanzata, Storyteller: The Life of Roald Dahl di Donald Sturrock (consiglio di @montagnedilibri).
    L'edizione italiana Roald Dahl. Il cantastorie è di Odoya ed è stata curata da Goffredo Fofi. Ho sbirciato la presentazione qui: http://www.letteratura.rai.it/articoli/goffredo-fofi-presenta-roald-dahl/19303/default.aspx

    RispondiElimina