giovedì 10 luglio 2014

Piccole donne crescono (Mentre voi)


Mentre qui (non) si smuovono situazioni, il tempo vola, il caffè si fredda e si impongono decisioni.
Mentre i bocconi sono indigesti, gli slanci inutili, i pensieri ingarbugliati.

Una famiglia in attesa a un capo del telefono, all’altro amici a fare il tifo e nel mezzo volti e discorsi che scivolano fra le mani come farina. Con quel fastidio che ti rimane attaccato alle dita e la promessa di qualcosa di buono che non basta a placare il desiderio di lavarle in fretta, strofinare forte, cancellarne le tracce sul tagliere e nel lavello.

Diobòno che palle vivere così, come si fa da adulti, quando non riesci a tradire quei desideri di mezza estate ma il giudizio è troppo forte su tutto e su tutti. Quando il pensiero malvagio sei tu che ti sei dimenticato chi volevi essere ma non abbastanza da lasciarti vivere.

Intanto in Questa Città è tornato l’inverno, bevo soya cappuccino come se fosse una cosa normale e se vedo qualcuno entrare dalla porta del caffè abbasso lo sguardo e non saluto come una cafona qualunque e non mi sento stronza nemmeno un po’ e penso che devo stare attenta perché potrebbe anche cominciare a piacermi, questa cosa.

Mentre voi vi rimettete in forma, pensate al mare e alle solite minchiate che si trascina dietro luglio, io ho smesso di allenarmi perché gli addominali erano quelli di una ginnasta e i muscoli si tendevano forti ovunque, anche dove pensavo di non averne, con una velocità, con una necessità che mi ha fatto spavento.

Cosa vi devo dire, mi è presa voglia di essere debole. Debole, sì.

A un certo punto devo averlo persino detto a voce alta, con un tono da esaurita che avrebbe fatto impallidire mia nonna. Che se potessi tornerei a farmi coccolare, rimpinzare come un maiale e tutte quelle cose da bimbetta viziata che non mi sono concessa mezza volta in vita mia.

Il lusso della debolezza.

Mentre la gente mangia bene, legge bene, lavora bene, ama e si fa amare.
È aperta una pizzeria buonissima proprio sotto casa e io non vivrei d’altro.
Mentre fai la valigia e ti prepari – anche tu – al vento pulito che soffia al di là del canale.
Aladdin, gli Hunger Games, Il Buio oltre la siepe e persino Dirty Dancing.

Mentre si impone la necessità di vivere così, come si fa da adulti.

Il cartone della pizza e il proiettore.

Le foto venute male.

Piccole donne che si rifiutano, ostinate, di crescere.

Ma sanno che è arrivato il momento.







Ascoltando Acqua stagnante, Daniele Silvestri (S.C.O.T.C.H., 2011)


2 commenti:

  1. Sarebbe bello, a volte, tornare là dove avevo ancora tutto da immaginare e costruire, dove non avevo (quasi) responsabilità invece che essere qui, ora, così. Tutto sommato felice ma senza più quella spensieratezza che mi permetteva di sentirmi senza peso.

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  2. Essere "tutto sommato felice" mi sembra già un'enorme conquista. (;-)

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