mercoledì 23 luglio 2014

E la chiamano estate

Ricordi

quando scappavo al lago e venivo a scrivere di te.

Mi sono sempre portata dietro questo modo di andare via,

un passo che somiglia all’ammassarsi delle nuvole prima del temporale

silenzioso eppure già carico di lampi improvvisi, di scrosci furiosi, di tuoni da far tremare la terra sotto i piedi.

Quel chiudersi la porta alle spalle come un’urgenza

ora o mai più, che tra un secondo è già tardi

il mondo ha fatto una capriola ed è tutto capovolto.

Nulla è più al suo posto, proprio nulla.

È così nella mia testa, dove tutto si rovina facilmente ancor prima di cominciare, la mia testa capace di meraviglie ma anche di inferni da cui è davvero, davvero difficile uscire indenni.

Ma insomma, dicevo, ti ricordi?

Che l’atmosfera era più o meno quella di oggi, il taccuino e il cellulare spento e le sigarette.

Mi chiedo cosa ci faccio col tabacco ora che ho smesso di fumare e il quaderno, io che non so manco più tenere una penna in mano, scrivere poi, figuriamoci.

Ti ho sempre detto che conosco il linguaggio delle anatre e che da piccola, sui monti, fischiavo alle marmotte e mio padre mi sorrideva dalle ferrate. Magari è pure vero e comunque era parecchio tempo fa.

Adesso trovo più semplice spendermi sulle coppie per mano, spiare le amiche coi calici di vino che si leggono le frasi dei libri, i ragazzi che corrono e i vecchi che si siedono lenti lenti, quasi assorti, sulle panchine.

Certo che ci penso a tornare a casa.

Ci penso tutti i santi giorni

da un po’.

Ma davvero non l’hai ancora capito che è la cosa che mi fa più paura al mondo?

Io forse l’ho sempre saputo

ma non era mai stato così chiaro fino a un minuto fa, quando mi sono seduta sul legno che s’affaccia sul lago (e non è buffo che sia stato proprio tu, a dirmi di venire?) e ho osservato quel profilo verde e castano schizzare da una sponda all’altra e veloce planare sull’acqua con l’inevitabilità dello schianto.

Rimanere immobile per un istante, spiazzata, incerta sulla direzione, apparentemente dimentica di cosa l’aveva spinta fino a lì.

Poi, come un colpo di vento, con l’aria che si alzava e i dintorni a placarsi, il cielo riverso sulle cime dei salici, darsi una spinta e ripartire, assecondando la corrente.

[Se lo domandano mai come si fa, quelli che nuotano davvero? Voglio dire, è come quando impari ad andare in bicicletta che poi ti viene naturale? Perché io ogni volta me lo devo ricordare come si sta a galla e spesso mi prende il panico di andare giù.]

L’orizzonte si carica di ore incerte e forse torneremo qui anche noi col vino e le mani intrecciate.

Ma lo so che devo andare da sola e che non si tratta solo di una vacanza.

Allora accendo un’altra sigaretta e spero forte, fortissimo di trovare il coraggio di partire, di lasciarmi tutto alle spalle, di tornare e di non trovare più nulla così come lo conosco.

Eccetto te.

E la voglia di raccontarti dove sono stata.

 

 

Ascoltando Think Twice, Groove Armada (Lovebox, 2002)

 

giovedì 10 luglio 2014

Piccole donne crescono (Mentre voi)


Mentre qui (non) si smuovono situazioni, il tempo vola, il caffè si fredda e si impongono decisioni.
Mentre i bocconi sono indigesti, gli slanci inutili, i pensieri ingarbugliati.

Una famiglia in attesa a un capo del telefono, all’altro amici a fare il tifo e nel mezzo volti e discorsi che scivolano fra le mani come farina. Con quel fastidio che ti rimane attaccato alle dita e la promessa di qualcosa di buono che non basta a placare il desiderio di lavarle in fretta, strofinare forte, cancellarne le tracce sul tagliere e nel lavello.

Diobòno che palle vivere così, come si fa da adulti, quando non riesci a tradire quei desideri di mezza estate ma il giudizio è troppo forte su tutto e su tutti. Quando il pensiero malvagio sei tu che ti sei dimenticato chi volevi essere ma non abbastanza da lasciarti vivere.

Intanto in Questa Città è tornato l’inverno, bevo soya cappuccino come se fosse una cosa normale e se vedo qualcuno entrare dalla porta del caffè abbasso lo sguardo e non saluto come una cafona qualunque e non mi sento stronza nemmeno un po’ e penso che devo stare attenta perché potrebbe anche cominciare a piacermi, questa cosa.

Mentre voi vi rimettete in forma, pensate al mare e alle solite minchiate che si trascina dietro luglio, io ho smesso di allenarmi perché gli addominali erano quelli di una ginnasta e i muscoli si tendevano forti ovunque, anche dove pensavo di non averne, con una velocità, con una necessità che mi ha fatto spavento.

Cosa vi devo dire, mi è presa voglia di essere debole. Debole, sì.

A un certo punto devo averlo persino detto a voce alta, con un tono da esaurita che avrebbe fatto impallidire mia nonna. Che se potessi tornerei a farmi coccolare, rimpinzare come un maiale e tutte quelle cose da bimbetta viziata che non mi sono concessa mezza volta in vita mia.

Il lusso della debolezza.

Mentre la gente mangia bene, legge bene, lavora bene, ama e si fa amare.
È aperta una pizzeria buonissima proprio sotto casa e io non vivrei d’altro.
Mentre fai la valigia e ti prepari – anche tu – al vento pulito che soffia al di là del canale.
Aladdin, gli Hunger Games, Il Buio oltre la siepe e persino Dirty Dancing.

Mentre si impone la necessità di vivere così, come si fa da adulti.

Il cartone della pizza e il proiettore.

Le foto venute male.

Piccole donne che si rifiutano, ostinate, di crescere.

Ma sanno che è arrivato il momento.







Ascoltando Acqua stagnante, Daniele Silvestri (S.C.O.T.C.H., 2011)