mercoledì 25 giugno 2014

E sorridevi e sapevi sorridere


È arrivata con tre ore di ritardo e ha invaso la casa di parole e risate.

Le osservavo le mani cariche di anelli tormentarsi senza posa le ciocche turchine, le gambe sottili incrociate sul parquet, gli occhi trasparenti, lo sguardo fresco e sempre in movimento. Ho pensato all’acqua del torrente dove si andava a fare il bagno di giugno; ho pensato che era bella e molto, molto dolce.

Ci siamo innamorati all’istante, tutti quanti, anche se di cose molto diverse.

Esplosa nella tua giovinezza di curve veloci e spigoli che sono appartenuti anche a me. All’apparenza risoluta e in realtà fragilissima, un manuale di quei vent’anni 2.0 che suonano così diversi dai nostri e che alla fine boh, mi sa che che i nodi sono quelli e i geni pure.

Ma come fanno le mamme?

Qualche volta penso a come fanno le figlie. Ci penso perché non lo so. A comprare i vestiti, a litigare forte e fare pace velocemente, a dirsi poco ti voglio bene o a dirselo tantissimo, invece. A quel modo di commentare il mondo che è loro soltanto.

Io con lei mi sento vecchissima e saggia e dispenso consigli senza accorgemene e senza volere. Io con lei fumo anche se ho smesso e compro tante cose perché insieme ci piace proprio tutto e le faccio fare merenda con le crêpes alla Nutella come quando avevo quindici anni e me la porto a mangiare il sushi col vino buono e la ascolto fino a che non ce la faccio più.

E qualche volta riesco a respirare, anche se non prendiamo fiato mai.

C’è stata una storia per ogni treno perso perché è più facile che tutto diventi un’avventura, quando sei disposto a crederci. Decine di incontri da celebrare e promesse di futuro a ogni angolo.

Per lunghi attimi mi sei sembrata indistruttibile davvero, difficile da riacciuffare per tangenti che mi sono lasciata alle spalle, detestabile persino, in quella che è una sacrosanta mancanza di esperienza. Ché diobòno la vita è lunga, deve esserlo per te, sirena meravigliosa.

Quando ha cominciato a tremarle la bocca ho capito che era tempo e ho temuto di non essere all’altezza di quella fiducia cieca e disperata. Ho avuto paura di non essere più necessaria. Per poi realizzare – con sorpresa e infinita gratitudine - che le bastava avermi lì, armata di nulla, solo un po’ più consapevole che ce la caveremo anche così.

A vent’anni non ti servono risposte e, se stai cercando bene, sono le domande giuste, quello di cui hai bisogno. O di qualcuno che ti fa fermare un momento, dicendo che non è tempo né per le une né per le altre; che ti mette la mani sulle ginocchia e ti sussurra con tutta la verità di cui è capace che troverai il tuo posto nel mondo. No matter what.

Sei arrivata con tre ore di ritardo e hai invaso la casa di parole e risate e ora se ne stanno tutte lì, fra il telefono e il cuore, dove è difficile andarle a cercare. E chiedersi come fanno le mamme, sentirti un po’ sorella e un po’ figlia e benedire quella scia magica che ti sei lasciata dietro.

Fresca, trasparente e sempre in movimento; acqua di torrente.

Come te.

Come di giugno.




Ascoltando Farewell, Francesco Guccini (Parnassius Guccinii, 1993)


lunedì 9 giugno 2014

New York, New York


Dicono che faccia bene, a volte, prendersi una vacanza dalla vita.
E che non c’è posto migliore per perdersi e ritrovarsi.
Che le si appartiene istantaneamente anche se lei non ci appartiene e che c’è qualcosa nell’aria che che rende il sonno inutile e ti impedisce di fermarti anche quando hai le gambe molli e il ronzio nelle orecchie.


Io non ne so nulla, mai saprò nulla, di questa città. A fatica riesco a metterne insieme dei pezzi piccolissimi e mi sembra che sia passato un secolo ed era ieri. I nostri occhi che si fanno grandi e tondi per coprirne la superficie, la pioggia che ci lava di dosso le promesse dell’amore, il senso di aver già visto tutto.

Eppure macinare chilometri e mappe ché non si è ancora goduto di niente e pentirsi del biglietto di ritorno ancora prima di partire.


 
Non è vero che a New York puoi essere qualsiasi cosa, ma puoi immaginarlo, quello sì, come e meglio che in qualunque altro posto. Perché l’effetto cinema si fa sentire forte e hai sempre la sensazione di guardarti dal di fuori, mentri cammini fingendo di esserci nata, ché non sei mica come i tanti di passaggio, tu; ammassati sui luoghi comuni, quelli che sanno dove andare e cosa provare, che si muovono al ritmo di playlist fatte da altri e fanno milioni di foto quando a te non resta che il tempo di respirare e ti viene da piangere ogni volta che ne sprechi un istante per fare uno scatto.

Poi penso che adesso c’è un pezzo di me che se l’è scelta come casa e comincio a trattenere il fiato.

I posti belli non andrebbero fotografati, proprio come le persone.

 

Ascoltando New York, Cat Power (Jukebox, 2008)