domenica 11 maggio 2014

Del colore della nebbia quando tramonta il sole

Invecchio male.

Sembro una ragazzina ma ho il cuore di una nonna buona, di quelle che guardano un filmetto del cazzo e finiscono per commuoversi e ripetere «sembrava una scemenza e invece... bello, era bello, vero?» e i nipoti le guardano col petto gonfio di pena e tenerezza e non ce la fanno a dire loro che no, era una boiata pazzesca e farebbero meglio a ripigliarsi, che le tollerano giusto perché sono state delle donne intelligenti e, è da auspicarsi, lasceranno loro una qualche eredità da spendere in saggi impegnatissimi e cofanetti di film d’autore. Popolo di radical chic, hipster e milioni di mezze definizioni, che siamo.

Ma chi se la compra casa, oggi? Ma chi investe sul futuro? Noi, noi abbiamo viaggi da programmare, libri da leggere e teatri da riempire. Meglio lì che nel mutuo, meglio lì che nella macchina, nella spesa, nei figli. Questo è il nostro futuro, l’investimento è sull’oggi ché il domani, poi, chissà.

La mia generazione ha perso e la vostra ne è responsabile fino ai denti. Perciò non mi venite a rompere i coglioni.

Comunque. Ho avuto l’illuminazione: invecchiando, sto diventando troppo buona. Ve lo dico. Troppo. E a questa cosa devo porre rimedio finché sono in tempo, perché da buono a buonista il passo è breve, così come – diceva il mio saggio nonno – c’è differenza fra l’esser buoni e l’esser coglioni.

Ieri, per esempio, sono andata al lava-asciuga dei Fratelli Simpatia, così ribattezzati perché non ridono/sorridono mai, non salutano, non ringraziano e di base ti guardano sempre un po’ storto anche se sei un cliente assiduo e cortese ché insomma, se non volete farlo per me, fatelo almeno per il business, invece nulla. Ero lì, nel posto che ho meditato più e più volte di sabotare, se non fosse che non ci sono altre lavanderie nel raggio di chilometri e che l’esperienza mi insegna che potrebbe andare molto peggio (ricordate?), ed è successo: uno dei due buzzurri in questione mi ha inaspettatamente attaccato discorso, così, a casaccio, dopo mesi di mutismo e smorfie schifate, ha fatto outing raccontandomi da dove viene, quanto gli faccia schifo il lavoro che fa e bla bla bla e io, subito, mi sono sciolta. Dimentica delle volte che gli ho bestemmiato dietro perché manco buongiorno e buonasera, affogata in una subitanea e partecipata empatia, lo sono stata ad ascoltare fino a che non s’è scocciato pure lui, per poi ricaricarmi il mio bel sacco di panni sul groppone e tornare ai miei casini quotidiani che – ça va sans dire – nulla a quel punto mi parevano se non capricci inutili di chi ha molti privilegi e tempo da perdere. Che un po’ va anche bene, ma poi #ancheno.

Perché, da qualche tempo a questa parte, episodi che vanno dal più imbecille (questo) a quello più serio (che non vengo a spiattellare qui) mi raccontano di un lento e in parte inconsapevole rammollimento che non mi garba per niente.

Perché sono tempi complicati e – che mi piaccia o meno – c’è ancora parecchio per cui, non dico lottare (che mi sarei anche rotta di combattere, dico la verità), ma correre. Serve trovare un equilibrio, allenare gli addominali e allungare muscoli che sono stati troppo a lungo contratti. E il respiro, bisogna andare in cerca di un fiato che non si spezzi, di aria che ci attraversi dalla testa alla punta dei piedi e si porti via tutto il male e la fatica.

Perché, se non posso avere la spavalderia dei miei vent’anni, voglio almeno cercare di recuperare sogni e ambizioni mie e mie soltanto. E modi belli di stare al mondo. Pochissimi compromessi e scelte che fanno tornare a battere il cuore del ritmo giusto.

E a volte serve recuperare un po’ di sano egoismo e quella cattiveria che vai a sapere se è cattiveria davvero o solo un sacrosanto mettersi davanti. Mettersi davanti al mondo gridando «a noi due!», affrontarlo e stenderlo. (L’immagine è penosa ma sono diventata Nonna Papera, capite? Nonnna Papera. Cosa vi aspettate da me?) Mica con gli sgambetti, mica con i trucchi e le furberie ché non sono proprio nel mio stile, ma con un corredo di determinazione, sicurezza (vera o presunta, poco importa) e faccia da schiaffi che ora (mi) manca. Perché se è vero che spacchiamo tutti i culi non facciamocelo ricordare dagli altri, spacchiamoli, diobòno.

#spacchiamoiculi. Potrei lanciarlo come hashtag se la gente ci taggasse imprese che esonerano dal senso letterale della proposizione, ma temo il peggio e allora evito.

Ve l’ho appena detto che sono buona, io.



Ascoltando Blue Moon, Beck (Morning Phase, 2014)

 

 

1 commento:

  1. Il mio invecchiamento è una continua altalena tra l'indurimento caratteriale e la mollaccioneria. Da una parte sono più impermeabile alle cattiverie, agli sgambetti della vita e alla merda; mi rialzo più velocemente; sono più cinica; sogno meno; e mi sono liberata da un bello strato di disneyano rapporto alla vita. Dall'altra sono persa nell'assenza del futuro, mi deprimo, piango, mi commuovo, son piena di dubbi e mi aggrappo all'amore.
    Che cosa ci hanno fatto?

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