domenica 25 maggio 2014

Walk on the Wild Side

Perché ci vuole coraggio pure a essere incoscienti.

La libertà, il cuore, il culo e l’auto-pacca, forte, sulla spalla. Ché si vive una volta sola, no? Si diceva. O tanto poi si muore.

Eppure sono matura, responsabile, assennata. Più che altro, povera. Sono molto povera, al momento. Ma pensare solo ai casini, al lavoro che non c’è o ce n’è troppo, e l’affitto, la palestra, gli obblighi e le convinzioni (di chi, poi, c’è da stabilirlo).

I sensi di colpa me li sono già fatti venire. E non mi hanno fermata. Ne riparleremo al ritorno. Adesso c’è solo domani. Mentre crollo di stanchezza domani mi sorride.

Con gli occhi a strapiombo sulle nuvole.

Con persone che amo e vuoti e distanze che si vanno a colmare.

Domani il tempo incomincia tornando un po’ indietro, perché riaffiori quello stupore bambino e io ne possa godere ancora e di più.

Perdonatemi perché ho molto peccato. È tornata la fame e mi è stata offerta la cosa giusta, il Paradiso può attendere. Perché ci vuole coraggio pure a essere incoscienti e domani è una mela da mordere.

Una mela grande così.

 

Acoltando Walk on the Wild Side, Lou Reed (Walk on the Wild Side: The Best of Lou Reed, 1977)

 

domenica 11 maggio 2014

Del colore della nebbia quando tramonta il sole

Invecchio male.

Sembro una ragazzina ma ho il cuore di una nonna buona, di quelle che guardano un filmetto del cazzo e finiscono per commuoversi e ripetere «sembrava una scemenza e invece... bello, era bello, vero?» e i nipoti le guardano col petto gonfio di pena e tenerezza e non ce la fanno a dire loro che no, era una boiata pazzesca e farebbero meglio a ripigliarsi, che le tollerano giusto perché sono state delle donne intelligenti e, è da auspicarsi, lasceranno loro una qualche eredità da spendere in saggi impegnatissimi e cofanetti di film d’autore. Popolo di radical chic, hipster e milioni di mezze definizioni, che siamo.

Ma chi se la compra casa, oggi? Ma chi investe sul futuro? Noi, noi abbiamo viaggi da programmare, libri da leggere e teatri da riempire. Meglio lì che nel mutuo, meglio lì che nella macchina, nella spesa, nei figli. Questo è il nostro futuro, l’investimento è sull’oggi ché il domani, poi, chissà.

La mia generazione ha perso e la vostra ne è responsabile fino ai denti. Perciò non mi venite a rompere i coglioni.

Comunque. Ho avuto l’illuminazione: invecchiando, sto diventando troppo buona. Ve lo dico. Troppo. E a questa cosa devo porre rimedio finché sono in tempo, perché da buono a buonista il passo è breve, così come – diceva il mio saggio nonno – c’è differenza fra l’esser buoni e l’esser coglioni.

Ieri, per esempio, sono andata al lava-asciuga dei Fratelli Simpatia, così ribattezzati perché non ridono/sorridono mai, non salutano, non ringraziano e di base ti guardano sempre un po’ storto anche se sei un cliente assiduo e cortese ché insomma, se non volete farlo per me, fatelo almeno per il business, invece nulla. Ero lì, nel posto che ho meditato più e più volte di sabotare, se non fosse che non ci sono altre lavanderie nel raggio di chilometri e che l’esperienza mi insegna che potrebbe andare molto peggio (ricordate?), ed è successo: uno dei due buzzurri in questione mi ha inaspettatamente attaccato discorso, così, a casaccio, dopo mesi di mutismo e smorfie schifate, ha fatto outing raccontandomi da dove viene, quanto gli faccia schifo il lavoro che fa e bla bla bla e io, subito, mi sono sciolta. Dimentica delle volte che gli ho bestemmiato dietro perché manco buongiorno e buonasera, affogata in una subitanea e partecipata empatia, lo sono stata ad ascoltare fino a che non s’è scocciato pure lui, per poi ricaricarmi il mio bel sacco di panni sul groppone e tornare ai miei casini quotidiani che – ça va sans dire – nulla a quel punto mi parevano se non capricci inutili di chi ha molti privilegi e tempo da perdere. Che un po’ va anche bene, ma poi #ancheno.

Perché, da qualche tempo a questa parte, episodi che vanno dal più imbecille (questo) a quello più serio (che non vengo a spiattellare qui) mi raccontano di un lento e in parte inconsapevole rammollimento che non mi garba per niente.

Perché sono tempi complicati e – che mi piaccia o meno – c’è ancora parecchio per cui, non dico lottare (che mi sarei anche rotta di combattere, dico la verità), ma correre. Serve trovare un equilibrio, allenare gli addominali e allungare muscoli che sono stati troppo a lungo contratti. E il respiro, bisogna andare in cerca di un fiato che non si spezzi, di aria che ci attraversi dalla testa alla punta dei piedi e si porti via tutto il male e la fatica.

Perché, se non posso avere la spavalderia dei miei vent’anni, voglio almeno cercare di recuperare sogni e ambizioni mie e mie soltanto. E modi belli di stare al mondo. Pochissimi compromessi e scelte che fanno tornare a battere il cuore del ritmo giusto.

E a volte serve recuperare un po’ di sano egoismo e quella cattiveria che vai a sapere se è cattiveria davvero o solo un sacrosanto mettersi davanti. Mettersi davanti al mondo gridando «a noi due!», affrontarlo e stenderlo. (L’immagine è penosa ma sono diventata Nonna Papera, capite? Nonnna Papera. Cosa vi aspettate da me?) Mica con gli sgambetti, mica con i trucchi e le furberie ché non sono proprio nel mio stile, ma con un corredo di determinazione, sicurezza (vera o presunta, poco importa) e faccia da schiaffi che ora (mi) manca. Perché se è vero che spacchiamo tutti i culi non facciamocelo ricordare dagli altri, spacchiamoli, diobòno.

#spacchiamoiculi. Potrei lanciarlo come hashtag se la gente ci taggasse imprese che esonerano dal senso letterale della proposizione, ma temo il peggio e allora evito.

Ve l’ho appena detto che sono buona, io.



Ascoltando Blue Moon, Beck (Morning Phase, 2014)

 

 

giovedì 8 maggio 2014

Le parole degli altri #4


«What used the darling ones to do? How used they keep themselves contented before this monster (ndr television set) was invented?»
Have you forgotten? Don’t you know? We’ll say it very loud and slow:
THEY USED TO READ!
They’d read and read, and then proceed to read some more!
Great Scott! Gadzooks! One half their lives was reading books!
The nursery shelves held books galore!
Books cluttered up the nursery floor!
And in the bedroom, by the bed, more books were waiting to be read!
Such wondrous, fine, fantastic tales
Of dragons, gypsies, queens and whales
And tresure isles, and distant shores
Where smugglers rowed with muffled oars,
And pirates wearing purple pants,
and sailing ships and elephants,
And cannibals crouching round the pot,
Stirring away at something hot.
(It smells so good, what can it be? Good gracious, it’s Penelope.)
The younger ones had Beatrix Potter
With Mr Tod, the dirty rotter,
And Squirrel Nutkin, Pigling Bland,
And Mrs Tiggy-Winkle and —
Just How The Camel Got His Hump,
And How The Monkey Lost His Rump,
And Mr Toad, and bless my soul, There’s Mr Rat and Mr Mole —
Oh books, what books they used to know, those children living long ago!
So please, oh please, we beg, we pray, go throw your TV set away,
and in its place you can install a lovely bookshelf on the wall.
Then fill the shelves with lots of books, ignoring all the dirty looks, the screams and yells, the bites and kicks, and children hitting you with sticks.
Fear not, because we promise you
that, in about a week or two of having nothing else to do,
They now begin to feel the need of having something good to read.
And once they start — oh boy, oh boy!
You watch the slowly growing joy that fills their hearts.
They’ll wonder what they’d ever seen in that ridiculous machine,
that nauseating, full, unclean, repulsive television screen!
And later, each and every kid will love you more for what you did.

p.s. Regarding Mike Teawee, we very much regret that we shall simply have to wait and see if we can get him back his height. But if we can’t — it serves him right.