venerdì 4 aprile 2014

La strada del ritorno

Perché sono passate due settimane e, anche se non devo niente a nessuno, mi sento un po’ in forse a ricominciare così, come se nulla fosse.
Perché è successo che ho pensato tanto al presente e al passato. E ancora al presente. E di nuovo al passato.
Perché ho voglia di futuro ora e subito, ma non ci riesco.
Perché sono ancora convinta delle mie scelte, ma quel buco che sa di selvatico a volte mi sorprende come una fitta e non mi va di far finta che non sia importante.
Allora eccomi qui, stasera, un anno e mezzo fa.

Perché adesso si sente solo odore di bruciato
ma non era così poco fa.
Poco fa correvo dritta su una strada buia, lontano dalle case
e il profumo dell’erba era quello dell’estate
il sapore dell’aria quello di quando ero adolescente
e la notte distante dalla città tutto ciò che volevamo.

Perché adesso ci sono i pensieri di domani che affollano la testa
ma non era così un momento fa,
un momento fa c’era la macchina coi finestrini abbassati di fretta e il tetto di stelle
il verde sul ciglio dei fossi e le memorie dei rospi.
Per un istante ho avuto chiaro cosa mi sarebbe mancato di più
e ho sentito forte la nostalgia di questo posto senza averlo ancora lasciato.

Maledetta questa terra, questa lingua, maledetta la parte di mondo a cui appartengo.
Benedetto il destino che mi porta via.
Maledetto il giorno che ci avete messo in testa le nuvole.
Benedetta l’ostinata presenza dei sogni.
Adesso riconosco l’incendio in lontananza
e mi sento soffocare ma respiro.

Guidavo sullo sterrato e i miei morti me li sono ricordati tutti.
Guidavo chiedendomi quando è che smetterò di guardare al passato
e inizierò a marciare dritta verso il futuro
o almeno, a supplicare i fantasmi di abbandonarmi al presente.

E se i padri restano senza risposte
come potranno i figli?
(È che io non mi voglio rassegnare)
Sarà difficile come trovare strade di campagna appena fuori città
quest’aria che si sposa così perfettamente ai pensieri
il ruvido delle nostre parole, la roccia che mi guarda andare via.

Ci sono luoghi in cui la solitudine sa d’esser bella e ti si concede
con la meraviglia dell’incontro con chi hai a lungo agognato.
Certi percorsi sembrano possibili solo qui
e questo sì, mi peserà.
Ma le mancanze forse servono proprio a renderci amabili le sponde da cui siamo fuggiti
sopportabili le ore del dolore, liete quelle dai contorni sfumati.

Stasera penso a ciò che hai cominciato a costruire per noi
così diverso, così lontano...
E non so se mi ci riesco a immaginare
in un posto dove non posso trovarmi su una strada come questa
a stupirmi una volta per tutte del poco che mi basta
per riconciliarmi col mondo.

Lo so che non saremmo stati noi
ma ci penso, in questo buio, a stare solo seduti fuori dalla porta
e avere un orizzonte che non si spinge tanto più in là.
Ché quando ho imboccato la via ho pensato “E se mi perdo qui?”
e sulla paura ha vinto uno strano senso di sollievo
la sensazione d’esser sempre quasi salva in questo buco che sa di selvatico e campagna.

Lo sai, cuore di vento?
Mi ci volevano le lacrime, invece ho finito per farmi una risata
e cantare a squarciagola lo stesso pezzo per tutto il percorso.
Perché – checché ne dica – casa mia è qua e sto facendo il sacco un’altra volta.
Maledetta questa terra, questa lingua, maledetta la ghiaia che scricchiola sotto le ruote.

E benedetto il destino, il destino che mi porta via.




Ascoltando Crest, Tortoise (It’s All Around You, 2004)

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