mercoledì 9 aprile 2014

Hipster senza vanto

Ma benvenuti!

Pare che Wes Anderson sia il regista hipster per eccellenza. La sua filmografia completa è requisito fondamentale per chiunque voglia intavolare una conversazione sul cinema indie che piace tanto alla categoria e c’è chi lo definisce addirittura un fashion guru per questa generazione che tutti sembrano schivare e guardare con sottile disprezzo ma cui, almeno in parte, ogni gggiòvane degno di questo nome appartiene almeno un po’ (dai: che siano gli occhialoni da nerd, la bici a scatto fisso o la camicia da boscaiolo, qualcosina ce l’avete anche voi, non nascondetevi dietro a un dito).

C’è chi si spinge oltre e arriva ad accusarlo nientepopòdimenoche di “razzismo hipster” (date un’occhiata qui e qui, per esempio), ma di questo parliamo un’altra volta o magari anche mai, eh?

Comunque.

Domani esce nelle sale italiane The Grand Budapest Hotel che lo scorso febbraio ha debuttato al 64esimo Festival di Berlino, aggiudicandosi il Gran Premio della giuria. E siccome a volte sono talmente antifashion da essere fashion, io l’ho già visto sul grande schermo e in lingua originale.

E che vi devo dire? A me è piaciuto. Non è certo il film della vita ma l’ho trovato divertente, egregiamente recitato dal solito cast stellare di attori/amici di cui il regista ama circondarsi (cui si sono aggiunti, tra gli altri, un impeccabile Ralph Fiennies nei panni del protagonista e il debuttante Tony Revoloni in quelli del fidato fattorino d’albergo) e zeppo di tutti quei deliziosi dettagli che di Wes Anderson costituiscono la cifra stilistica.

Troppi ce n’è: scenografia, costumi, costruzione di trama e personaggi, colonna sonora, citazioni, rimandi. Di una cosa sola sono certa: se non lo apprezzerete, è perché non amate il suo cinema (e perché adesso va tanto di moda criticare ciò che viene acclamato dai più), ma il film in sé fa il suo lavoro ed è una piacevole boccata d’aria fresca. Avrei fatto qualche taglietto qua e là, ma insomma, bella Wes.

Le recensioni quelle vere, poi, ve le andate a leggere sui siti seri scritti da gente che ne sa. Qui parliamo di rosa, accessori da hipster senza vanto e acquisti fatti di impulso e senza criterio alcuno.

Ve l’ho detto, no, che gli unici parametri cui mi affido per la scelta di un libro sono puramente estetici: la bellezza della copertina e delle FIGURE al suo interno (titoli dei capitoli compresi, eh! Qualcosa leggo), nonché la conseguente capacità di diventare mirabile oggetto d’arredamento per la mia magione.

E allora come (COME? Ditemelo voi! Anzi, non ditemelo ché ormai il danno è fatto) potevo farmi sfuggire questo libro?

The Wes Anderson Collection l’ha scritto Matt Zoller Seitz, autore, filmaker, critico televisivo e cinematografico per il New York Magazine e Vulture.com e io non vedo l’ora di leggerlo per poi ammorbarvi come si deve.

Per adesso potete sbeffeggiarmi senza pietà per la poracceria del collage che ho creato assemblando con totale mancanza di gusto foto prese a casaccio da internet (dichiaro pubblicamente che le foto non sono mie e altresì di essere troppo pigra per riportarne tutti i crediti, googolate il titolo del libro e rintraccerete senza difficoltà tutte le fonti, onesti lettori).

E dopo le spese da fighina erudita (AH AH AH), passiamo alle frivolezze colorate di cui tanto mi piace circondarmi per combattere questi tempi bastardi e senza gloria.

Premetto che le cose troppo puffosette, pucci pucci e picci pocci mi piacciono – in genere – come un calcio negli stinchi. Ma a queste spille ispirate ai personaggi dei film di Wes Anderson non ho saputo resistere perché l’illustratrice e designer Viktorija di And Smile è proprio brava e le sue creazioni sono così graziose da trasformarmi in una bimbetta scema.

[Nota di servizio: le foto le ho trovate tutte spulciando i suoi millemila profili, indi sono sue. La bellezza sopraffina del collage, invece, è ancora una volta farina del mio sacco. Non che me ne vanti, eh.]

Ma le hipsterate autentiche, siore e siori, arrivano sul finale con, nell’ordine: il set di matite con le attività extracurricolari dell’adorato Max Fischer di Rushmore, gli orecchini con lo scarabeo Suzy-style che fanno tanto Moonrise Kingdom cui affiancare il giradischi portatile Crosley e – ultima ma non ultima – le confezioni rosa confetto della pasticceria Mendl’s (da riempire di deliziose Courtesan au Chocolat sfornate dalle vostre manine sante) che fondamentali si riveleranno proprio nell’intreccio de The Grand Budapest Hotel.

E mentre siete lì che vi indignate per la portata scandalosamente girlie e superficialotta di questo post, vi rimando a un paio di video sul nostro amico texano.

Il primo è stato realizzato dal regista coreano Kogonada ed evidenzia come l’attenzione maniacale alla simmetria faccia parte dell’estetica visiva di Wes Anderson. Il secondo, girato da lui medesimo, prende per il cuolo gli stilemi e i motivi ricorrenti nei propri film. Perché si sa, non c’è niente di più hipster che fare dell’ironia sul proprio essere hipster.

Enjoy.

 

 

 

 

Ascoltando The Young Person’s Guide to the Orchestra, Benjamin Britten

 

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