domenica 27 aprile 2014

Hot Chocolate

 

L’avresti detto, tu, che ci sarebbe voluto un diploma anche per questo?

Tu che hai studiato, ché si sente da come parli, da come ascolti, ché si vede da come muovi le mani.

Io di studiare non c’avevo voglia, troppa fatica e poca curiosità, credo. Quelli come te li ho sempre guardati come si guardano gli animali allo zoo, con gli occhi e il petto che grondano meraviglia e pena al contempo.

Una leonessa, ecco che mi ricordi. La leonessa dello zoo di quando ero bambino.

Se ne stava nella gabbia grande in mezzo a tre leoni piuttosto malconci. Chi arrivava lì davanti ci arrivava per loro e finiva per innamorarsi di lei, silenziosa, elegante, fiera. Quelli erano lì a far bella mostra delle loro criniere, a marcare il territorio e pretendere il boccone più succulento, ma sparivano al confronto.

La regina, la chiamavamo, anche se non c’era sovrano cui sembrasse sottostare. Ogni anno si aspettava che si accoppiasse con uno dei maschi e facesse dei cuccioli, ma nulla. Chiusa in quella gabbia non riusciva a rassegnarsi; se non si muoveva, erano i suoi occhi a farlo per lei. Neri come la pece, gli occhi di chi cerca qualcosa al di là, al di fuori, al di sopra.

I tuoi sono castani e non li incrocio quasi mai, ma è bello quando accade.

C’è una storia lunga le pagine che leggi di notte, parole che qui non puoi pronunciare; ci sono sospiri trattenuti a fatica e la pazienza irrequieta di quelle donne che il mondo mette costantemente alla prova.

Ti ritrai per non essere scoperta, aliena in un luogo che non ti somiglia se non nella misura in cui riesci a trasformarlo con gesti piccoli e quotidiani che parlano di te. Quelle delicatezze le accolgo come tesori e mi illudo che siano non dico per me solo, ma per me in particolare. Come se contassi qualcosa, davvero, in quel pezzo di vita che stai sprecando qui. Come se non sapessi che ne hai già le palle piene e il cuore si fa pesante ogni volta che varchi la soglia.

Non te lo chiedo nemmeno oggi cosa sogni e non te lo chiederò domani. Ma non giudicarmi peggiore di chi lo fa e poi, magari, dispensa incoraggiamenti e consigli. Servici il caffé e sorridi, principessa; chiedici se stiamo bene e se c’è il sole in quel fuori dove non ti stanchi di proiettarti fin tanto che sei dietro al bancone. Allunga una caramella ai nostri bimbi e sii gentile con le nostre fidanzate mentre noi, segretamente, ci pentiamo di averli portati. È solo un’altra gabbia e siamo così patetici nella veste di leoni che quasi ti dispiacerebbe fare altrimenti. La cura che metti nelle cose è innata, basta fingere che sia per noi e nessuno si farà male.

Il cielo era grigio oggi e hanno detto che domani pioverà.

È stata una settimana pesante al lavoro ma questo weekend dovrei andare in campagna.

La migliore cioccolata calda in città, davvero.

Tieni pure il resto. E grazie.

Grazie.

 

 

 

Ascoltando Miss Butter’s Lament, Harry Nilsson (Personal Best: The Harry Nilsson Anthology, 1995)

 

mercoledì 9 aprile 2014

Hipster senza vanto

Ma benvenuti!

Pare che Wes Anderson sia il regista hipster per eccellenza. La sua filmografia completa è requisito fondamentale per chiunque voglia intavolare una conversazione sul cinema indie che piace tanto alla categoria e c’è chi lo definisce addirittura un fashion guru per questa generazione che tutti sembrano schivare e guardare con sottile disprezzo ma cui, almeno in parte, ogni gggiòvane degno di questo nome appartiene almeno un po’ (dai: che siano gli occhialoni da nerd, la bici a scatto fisso o la camicia da boscaiolo, qualcosina ce l’avete anche voi, non nascondetevi dietro a un dito).

C’è chi si spinge oltre e arriva ad accusarlo nientepopòdimenoche di “razzismo hipster” (date un’occhiata qui e qui, per esempio), ma di questo parliamo un’altra volta o magari anche mai, eh?

Comunque.

Domani esce nelle sale italiane The Grand Budapest Hotel che lo scorso febbraio ha debuttato al 64esimo Festival di Berlino, aggiudicandosi il Gran Premio della giuria. E siccome a volte sono talmente antifashion da essere fashion, io l’ho già visto sul grande schermo e in lingua originale.

E che vi devo dire? A me è piaciuto. Non è certo il film della vita ma l’ho trovato divertente, egregiamente recitato dal solito cast stellare di attori/amici di cui il regista ama circondarsi (cui si sono aggiunti, tra gli altri, un impeccabile Ralph Fiennies nei panni del protagonista e il debuttante Tony Revoloni in quelli del fidato fattorino d’albergo) e zeppo di tutti quei deliziosi dettagli che di Wes Anderson costituiscono la cifra stilistica.

Troppi ce n’è: scenografia, costumi, costruzione di trama e personaggi, colonna sonora, citazioni, rimandi. Di una cosa sola sono certa: se non lo apprezzerete, è perché non amate il suo cinema (e perché adesso va tanto di moda criticare ciò che viene acclamato dai più), ma il film in sé fa il suo lavoro ed è una piacevole boccata d’aria fresca. Avrei fatto qualche taglietto qua e là, ma insomma, bella Wes.

Le recensioni quelle vere, poi, ve le andate a leggere sui siti seri scritti da gente che ne sa. Qui parliamo di rosa, accessori da hipster senza vanto e acquisti fatti di impulso e senza criterio alcuno.

Ve l’ho detto, no, che gli unici parametri cui mi affido per la scelta di un libro sono puramente estetici: la bellezza della copertina e delle FIGURE al suo interno (titoli dei capitoli compresi, eh! Qualcosa leggo), nonché la conseguente capacità di diventare mirabile oggetto d’arredamento per la mia magione.

E allora come (COME? Ditemelo voi! Anzi, non ditemelo ché ormai il danno è fatto) potevo farmi sfuggire questo libro?

The Wes Anderson Collection l’ha scritto Matt Zoller Seitz, autore, filmaker, critico televisivo e cinematografico per il New York Magazine e Vulture.com e io non vedo l’ora di leggerlo per poi ammorbarvi come si deve.

Per adesso potete sbeffeggiarmi senza pietà per la poracceria del collage che ho creato assemblando con totale mancanza di gusto foto prese a casaccio da internet (dichiaro pubblicamente che le foto non sono mie e altresì di essere troppo pigra per riportarne tutti i crediti, googolate il titolo del libro e rintraccerete senza difficoltà tutte le fonti, onesti lettori).

E dopo le spese da fighina erudita (AH AH AH), passiamo alle frivolezze colorate di cui tanto mi piace circondarmi per combattere questi tempi bastardi e senza gloria.

Premetto che le cose troppo puffosette, pucci pucci e picci pocci mi piacciono – in genere – come un calcio negli stinchi. Ma a queste spille ispirate ai personaggi dei film di Wes Anderson non ho saputo resistere perché l’illustratrice e designer Viktorija di And Smile è proprio brava e le sue creazioni sono così graziose da trasformarmi in una bimbetta scema.

[Nota di servizio: le foto le ho trovate tutte spulciando i suoi millemila profili, indi sono sue. La bellezza sopraffina del collage, invece, è ancora una volta farina del mio sacco. Non che me ne vanti, eh.]

Ma le hipsterate autentiche, siore e siori, arrivano sul finale con, nell’ordine: il set di matite con le attività extracurricolari dell’adorato Max Fischer di Rushmore, gli orecchini con lo scarabeo Suzy-style che fanno tanto Moonrise Kingdom cui affiancare il giradischi portatile Crosley e – ultima ma non ultima – le confezioni rosa confetto della pasticceria Mendl’s (da riempire di deliziose Courtesan au Chocolat sfornate dalle vostre manine sante) che fondamentali si riveleranno proprio nell’intreccio de The Grand Budapest Hotel.

E mentre siete lì che vi indignate per la portata scandalosamente girlie e superficialotta di questo post, vi rimando a un paio di video sul nostro amico texano.

Il primo è stato realizzato dal regista coreano Kogonada ed evidenzia come l’attenzione maniacale alla simmetria faccia parte dell’estetica visiva di Wes Anderson. Il secondo, girato da lui medesimo, prende per il cuolo gli stilemi e i motivi ricorrenti nei propri film. Perché si sa, non c’è niente di più hipster che fare dell’ironia sul proprio essere hipster.

Enjoy.

 

 

 

 

Ascoltando The Young Person’s Guide to the Orchestra, Benjamin Britten

 

venerdì 4 aprile 2014

La strada del ritorno

Perché sono passate due settimane e, anche se non devo niente a nessuno, mi sento un po’ in forse a ricominciare così, come se nulla fosse.
Perché è successo che ho pensato tanto al presente e al passato. E ancora al presente. E di nuovo al passato.
Perché ho voglia di futuro ora e subito, ma non ci riesco.
Perché sono ancora convinta delle mie scelte, ma quel buco che sa di selvatico a volte mi sorprende come una fitta e non mi va di far finta che non sia importante.
Allora eccomi qui, stasera, un anno e mezzo fa.

Perché adesso si sente solo odore di bruciato
ma non era così poco fa.
Poco fa correvo dritta su una strada buia, lontano dalle case
e il profumo dell’erba era quello dell’estate
il sapore dell’aria quello di quando ero adolescente
e la notte distante dalla città tutto ciò che volevamo.

Perché adesso ci sono i pensieri di domani che affollano la testa
ma non era così un momento fa,
un momento fa c’era la macchina coi finestrini abbassati di fretta e il tetto di stelle
il verde sul ciglio dei fossi e le memorie dei rospi.
Per un istante ho avuto chiaro cosa mi sarebbe mancato di più
e ho sentito forte la nostalgia di questo posto senza averlo ancora lasciato.

Maledetta questa terra, questa lingua, maledetta la parte di mondo a cui appartengo.
Benedetto il destino che mi porta via.
Maledetto il giorno che ci avete messo in testa le nuvole.
Benedetta l’ostinata presenza dei sogni.
Adesso riconosco l’incendio in lontananza
e mi sento soffocare ma respiro.

Guidavo sullo sterrato e i miei morti me li sono ricordati tutti.
Guidavo chiedendomi quando è che smetterò di guardare al passato
e inizierò a marciare dritta verso il futuro
o almeno, a supplicare i fantasmi di abbandonarmi al presente.

E se i padri restano senza risposte
come potranno i figli?
(È che io non mi voglio rassegnare)
Sarà difficile come trovare strade di campagna appena fuori città
quest’aria che si sposa così perfettamente ai pensieri
il ruvido delle nostre parole, la roccia che mi guarda andare via.

Ci sono luoghi in cui la solitudine sa d’esser bella e ti si concede
con la meraviglia dell’incontro con chi hai a lungo agognato.
Certi percorsi sembrano possibili solo qui
e questo sì, mi peserà.
Ma le mancanze forse servono proprio a renderci amabili le sponde da cui siamo fuggiti
sopportabili le ore del dolore, liete quelle dai contorni sfumati.

Stasera penso a ciò che hai cominciato a costruire per noi
così diverso, così lontano...
E non so se mi ci riesco a immaginare
in un posto dove non posso trovarmi su una strada come questa
a stupirmi una volta per tutte del poco che mi basta
per riconciliarmi col mondo.

Lo so che non saremmo stati noi
ma ci penso, in questo buio, a stare solo seduti fuori dalla porta
e avere un orizzonte che non si spinge tanto più in là.
Ché quando ho imboccato la via ho pensato “E se mi perdo qui?”
e sulla paura ha vinto uno strano senso di sollievo
la sensazione d’esser sempre quasi salva in questo buco che sa di selvatico e campagna.

Lo sai, cuore di vento?
Mi ci volevano le lacrime, invece ho finito per farmi una risata
e cantare a squarciagola lo stesso pezzo per tutto il percorso.
Perché – checché ne dica – casa mia è qua e sto facendo il sacco un’altra volta.
Maledetta questa terra, questa lingua, maledetta la ghiaia che scricchiola sotto le ruote.

E benedetto il destino, il destino che mi porta via.




Ascoltando Crest, Tortoise (It’s All Around You, 2004)