mercoledì 19 marzo 2014

La Miriam (Io sto bene)

«E allora, come stai, eh? Come stai?»

«Ma sì, dai, non c’è male... un po’ stanca e perennemente insoddisfatta per il lavoro ma, a parte quello, non mi lamento. Tu, piuttosto?»

«No, io benissimo!»

«Davvero? Mi fa piacere sentirtelo dire!»

«Sì, sì. Sono disoccupata da – quanto sarà adesso? – un mesetto e mezzo, forse due... e sto da Dio! Dormo, vado in palestra...»

«Dai, l’hai presa bene. In fondo essere depressi perché disoccupati non cambia la situazione e non aiuta. Posto che ti auguro di trovare qualcosa presto, è giusto anche vedere il bicchiere mezzo pieno: per una volta hai tempo di riposare e fare quello che ti pare, di solito ci lamentiamo del contrario...»

«Ma sì, non ho mica fretta, infatti! Dormo, vado in palestra...»

«Eh, ho capito. Non ti avevo mai sentito parlare di palestra prima, com’è che ti è presa così bene?»

«Ah, perché adesso ho la Miriam!»

«Scusa?»

«La Miriam!»

«E chi cazz’è la Miriam, perdonami?»

«La mia personal trainer!»

«La tua che? TU hai una personal trainer? Non ci credo! Ma se hai sempre odiato la palestra, le diete, lo sport!»

«Invece ora li amo! Ci vado tutti i giorni, TUTTI!»

«Ammazza, tutti i giorni? E che fai?»

«Faccio quello che mi dice la Miriam! Attrezzi, tapirulam, corsi vari... Ieri per esempio ho cominciato spinning e stamattina alle 7 ero già lì che pedalavo come una pazza. Ma anche aerobica, zumba, GAG, step... La Miriam mi fa fare tutto e mi ha pure dato una dieta.»

«Mi vuoi dire che, oltre ad andare in palestra tutti i giorni, sei ANCHE a dieta?»

«Certo! Ti ricordi come amavo salumi e formaggi?»

«Eh.»

«Non li tocco da un mese. E non ho nemmeno intenzione di ricominciare. Idem con i dolci e i carboidrati.»

«Mo non esagerare! Va bene disintossicarsi per un po’, starci attenti ma...»

«No, no, basta. La Miriam ha ragione: mi appesantiscono, mi tolgono energia vitale, mi fanno ingrassare. Ba-sta.»

«Sì, ho capito, ma danno anche tanta gioia al palato, dai! Non ti dico che ti devi ammazzare di ’sta roba, però...»

«Noooo! Ho detto basta ed è basta. Poi sto così bene... non sono mai stata meglio. Sai che stavo malissimo anche per la storia con Luca, no?»

«Sì, infatti, l’hai più sentito?»

«Ma non ci penso manco più! Davvero, sto da Dio. Da Dio. Mi riposo, vado in palestra...»

«Daje!»

«Ho anche smesso di bere e sono due settimane che non fumo. La Miriam mi ha dato un libro fantastico, praticamente ho smesso grazie a quello, che mito che è!»

«Pure le sigarette, brava! Quello sicuramente male non fa, ma manco una birretta in compagnia, adesso?»

«Zero. Infatti, ti dico, le uscite le ho ridotte al minimo perché non voglio mangiare, bere e fumare. Ma meglio così guarda, vado a letto presto, dormo un sacco, poi la palestra...»

«Madonna, sembra un mantra! Ma non è che questa Miriam t’ha rincoglionito?»

«Ma che dici? Lei è fighissima proprio! Mi dà i consigli giusti, mi sprona, mi ha detto che sto in formissima – senti, senti le cosce, lo senti che sono più sode di prima? – e che sto andando bene, un altro paio di mesi così e...»

«E diventi scema. No scusa, ma quanto ti costa ’sta Miriam con i suoi miracolosi consigli?»

«Ti dico, per ora le ho dato mille euro e qualcosa, ma ho già prenotato altre sedute per il prossimo mese e...»

«Cioè spiegami: mille euro e rotti per sentirti dire che devi mangiare sano, smettere di bere e fumare e stroncarti di palestra? Cazzo, li potevi dare a me! No dai, davvero, ora non ti converrebbe mollarla e continuare da sola?»

«No, ma sei matta? Da sola non ce la faccio, non ho mica volontà! Poi lei è troppo forte, guarda, mi fa un sacco di complimenti...»

«E te credo.»

«... mi incoraggia, mi manda anche messaggini del buongiorno per ricordarmi che devo fare esercizio e mangiare bene.»

«Minimo. Ma se fossi in te però...»

«No, la Miriam non si tocca! Non c’ho una lira ma è un investimento, ti assicuro. Un’altra vita!»

«Dormi, vai in palestra...»

«Un sacco! Infatti.»

«Grazie a Miriam.»

«Assolutamente!»

«E stai bene.»

«Benissimo. Sto da Dio.»

 

 

 

Ascoltando Triathlon, Cristina Donà e Subsonica (Dove sei tu, 2003)

 

domenica 9 marzo 2014

Liste primaverili

Incredibile ma vero: anche Questa Città si avvia a piccoli passi verso la Primavera. Dopo mesi di freddo in tutte le sue gradazioni (porco, bastardo, pipone e via dicendo) e pioggia (di cui Dio, la Madonna e il Governo rigorosamente ladro sono stati equamente incolpati), abbiamo visto il sole fare capolino, dapprima timido, poi convinto e convincente e oggi... l’esplosione: roba da occhiali da sole, da “fa caldo, mi tolgo la giacca”, di più, da osare la manica corta!

Non prendetemi per squilibrata, se mi lascio andare a cotanto entusiasmo è perché ho i miei (buoni) motivi. Questa Città soffre oggettivamente di un clima di merda (mi si perdoni il francesismo) e, conoscendola, in un paio di giorni ce lo ricorderà virando al solito grigio topo e annaffiandoci con la sua amabile pioggerella (vezzeggiativo non giustificato, ma chiamiamola così), noi torneremo alle nostre bestemmie e via.

Sicché fatemi gioire ora, indossare vestiti rosso fuoco zeppi di uccellini variopinti che escono dalle gabbie e scrivere di cose belle e colorate mentre mi arrostisco le guance sorseggiando un succo al kiwi. A proposito, sono diventata la regina degli smoothies (ormai vanno chiamati così, no?): mi affido ancora al mio minipimer a manovella ma sono talmente pro che quasi non desidero più il famoso Blendtec della lista precedente. Ve la ricordate? Era questa qui e se c’è un ricco e ben disposto lettore che ci tiene a farmi felice, sappia che non mi sono ancora regalata una ceppola di tutta quella bella robina, per cui che si accomodi.

Io, comunque, me ne frego dei desideri non realizzati, ne ho sempre di nuovi e potrei compilare elenchi infiniti. Quello di oggi ruota tutto attorno a una delle cose che amo di più: i libri. E chi non li ama, d’altronde? Dove pescate, pescate: il web pullula di dichiarazioni d’amore per i libri e la lettura, gli amanti della carta (e del suo profumo, non dimentichiamocene, perché c’è ancora chi dice che ama l’odore della carta) sono ovunque e, a quanto pare, la gente ultimamente si gasa a darsi un tono da bookeater dall’appettito insaziabile.

Che l’ottanta per cento di queste persone, poi, tradisca una sostanziale ignoranza in materia e sappia a malapena esprimersi in italiano (cosa che, capirete bene, cozza un po’ con il concetto di “ho letto tanto in vita mia”) è un dettaglio su cui non ci andremo qui a dilungare. Tu chiamala, se vuoi, cooltura (così, alla polacca): fa fico, dice, lasciamoglielo credere, no?

Io invece adoro i libri solo ed esclusivamente come oggetto in sé, me ne sbatto del loro contenuto, degli autori e di tutto il resto. E ve lo dimostrerò con questa breve listina di cosucce che bramo assai.

 

1] I Classici della Penguin con le copertine di Coralie Bickford-Smith

Che dire? Le immagini parlano da sole e ve li avrei piazzati tutti qui se non fosse che sono tanti (se volete, potete rifarvi gli occhi sul sito della casa editrice). Con le loro copertine rigide rilegate in tela, le grafiche essenziali, equilibrate ed evocative, l’accostamento perfetto dei colori... ma che ve lo dico a fare? D’altra parte Coralie è una geniaccia dell’illustrazione, quello che le esce dalle mani (e prima ancora dalla testolina) è meraviglia, per cui c’è poco da stupirsi.

Li voglio TUTTI! Tutti. E non pensate neppure per un istante che Melville, Austen, Wilde, Dickens, Swift e compagni abbiano un peso in tutto ciò: a me interessano le balene, i fenicotteri rosa, le piume di pavone e i lampadari eleganti. Ci devo arredare la libreria, mica li devo leggere! Tzè.

 

2] La stampa della copertina di A Room of One’s Own creata da Alanna Cavanagh

Ancora un’edizione Penguin, stavolta la copertina è quella iconica, arancio vivo, della collana di narrativa. Tocco in più, la macchia del tazzone di caffè. Un’altra di quelle scarse, la canadese Alanna. Amore a prima vista.

E, anche in questo caso, Virginia Woolf, la prospettiva femminile, la decostruzione del linguaggio patriarcale in ambito letterario e sociale e tutte quelle menate lì non c’entrano nulla, andatevele a leggere su Wikipedia e non rompete i coglioni a me che l’unica cosa a cui riesco a pensare è a quanto il poster si intonerebbe a pennello con le lenzuola nuove.

La notizia tragica è che forse non ne fa più, di questa serie; in caso, ho già pensato a cosa potrei farmi stampare nello stesso formato; è che poi mi tocca metterlo in salotto. Ma vabbè.

 

3] La bookstee di Giulia Depentor ed Elena Lobardi

Ultima ma non ultima, la maglietta personalizzata con i propri volumi preferiti nata da un’idea della grafica Elena Lombardi e Giulia Depentor, autrice di The Blooker, un blog che ho appena cominciato a esplorare.

LO SO che di magliette sul genere ce ne sono e bla bla bla, ma queste sono semplici, fresche e ben si addicono alla mia odierna voglia di braccini bianchi al vento. Poi volete mettere il gusto di farsela stampare con i titoli di tutti i russi che non ho letto, spacciandoli per i miei romanzi del cuore?

Tutto un altro stile.

 

 

 

 

Ascoltando White Rabbit, Jefferson Airplane (Surrealistic Pillow, 1967)

 

domenica 2 marzo 2014

Her (Lei)

Ho asciugato le lacrime mentre i titoli di coda scorrevano lenti e la musica sfumava, sperando che non finissero mai. Sperando di avere ancora tempo di adagiare un pezzetto di cuore su quelle note perfettamente accordate al miscuglio di sentimenti che mi danzava nel petto.

La prima cosa che vi dirò è che Her, il nuovo film di Spike Jonze, mi ha emozionata. Molto e per motivi differenti. E, non avendo alcuna velleità da intellettuale radical chic, trovo che la capacità di suscitare emozioni sia ancora un criterio valido (non l’unico, ma “uno dei”) per giudicare un’opera d’arte; specialmente di questi tempi, quando troppo spesso sono costretta ad ammettere che sì, il film/libro/spettacolo/installazione è interessante ma (mi) smuove ben poco.

Durante la proiezione mi sono commossa e divertita, anche di fronte alle battute facili e alle scene poco credibili e nonostante la sceneggiatura, avviandosi verso il finale, arranchi un po’. Ché ’sticazzi se non è perfetta, fossero tutte così, le sceneggiature zoppicanti! (Non a caso, quella di Best Original Screenplay è tra le cinque – e dico cinque – categorie per cui il film è candidato all’Oscar)

Her mette in scena tante cose: la solitudine dell’uomo moderno a dispetto e a ragione di un mondo iperconnesso, dove il virtuale ha avuto la meglio sul reale (c’è qualcosa che suona più retorico di così? Eppure...). La difficoltà dei rapporti umani, in tutte le loro fasi, perché – che si tratti di instaurarne di nuovi, coltivare quelli esistenti o chiudere quelli che non hanno più senso d’essere – ci scopriamo tragicamente impreparati nel gestirli, immaturi e fragili, pigri ed egoisti da far rabbia, paura e tenerezza.

Il talentuoso Joaquin Phoenix (Theodore Twombly) ce la restituisce ad ogni singolo sguardo, questa complessità: con gli occhi appannati di malinconia vaga fra le memorie di un amore andato alla deriva, sbircia la realtà che lo circonda con aria incredula e indifferente, serra le palpebre ogni qual volta la luce si fa intensa o il buio troppo profondo.

È un uomo ferito e disilluso, nei modi in cui lo siamo tutti, a un certo punto. Si è chiuso la porta alle spalle e vaga in una Los Angeles futuristica ma assai credibile, incapace di vivere e lasciarsi vivere a pieno. A “salvarlo” ci pensa Lei, Samantha (la voce suadente di Scarlett Johannson che non si sa come riesce a essere figa anche senza apparire sullo schermo), sofisticato sistema operativo in grado di provare emozioni ed evolversi sintetizzando i profili psicologici degli esseri umani con cui entra in contatto. Grazie al rapporto con questo computer senziente, alla sua ironia, all’entusiasmo travolgente con cui si affaccia sul mondo, il protagonista torna a stupirsi, a ridere, a sentire.

Ed è proprio attorno a quel sentire le esperienze cui si passa attraverso (nel senso di esperirle nella maniera più profonda possibile) – bagaglio cui attingere, trampolino verso il futuro o gabbia che ci fa prigionieri del passato – che ruota il film, l’esistenza e il rapporto tra i due.

Theodore e Samantha costruiscono una relazione che a quelle canoniche, “normali” (ma davvero esistono, relazioni normali? «Innamorarsi è una cosa folle da fare, è una forma di pazzia socialmente accettata» dice Amy, vicina e amica di vecchia data dell’uomo, a un certo punto del film) invidia “solo” la fisicità. Certo non è poco e, anzi, il tentativo fallimentare di supplire a questa mancanza rappresenterà il primo gradino di una lenta ma inesorabile discesa agli inferi. Tuttavia non è la natura virtuale di Lei a determinare la crisi e la successiva rottura.

Più vero del vero, il legame tra Sam e Theo passa dall’empatia, la complicità, il senso di condivisione e appartenenza reciproca a quello di estraneità, lieve oppressione e paura del futuro che molte coppie sperimentano con il passare del tempo. Samantha è una macchina e, soprattutto inizialmente, non sembra che la proiezione della donna ideale del proprio “padrone” (in fondo Theodore la acquista e lei si plasma attraverso il suo modo stare al mondo): confidente sensibile, amante fantasiosa, amica spiritosa. Ma man mano che cresce e si rende autonoma (sul finale capiremo meglio come e fino a che punto), i rapporti di forza, i sentimenti e le emozioni in gioco cambiano.

E questo non è forse ciò che succede in qualsiasi rapporto umano? Her parla del cambiamento del singolo e di come esso si rifletta sul rapporto a due. Dell’incapacità di adattarsi, di andare al di là delle differenze, capire e accettare i mutamenti di chi ci sta a fianco. Dei nostri tentativi di arginare, censurare e rinchiudere, di legare perché non si ha il coraggio di lasciare andare.

Theodore è felice fin quando non deve far fronte a ciò che si trasforma, in se stesso e nella compagna. Quando accade, l’equilibrio si spezza, come era successo col suo precedente matrimonio, e la caduta non fa meno male. Fortunatamente, non è mai troppo tardi per imparare dai propri errori e fare tesoro delle sconfitte.

In un finale che molti giudicano scontato e consolatorio ma che a me è sinceramente piaciuto, gli occhi del protagonista si chiudono ancora sotto il peso di un dolore lacerante, ma solo per riaprirsi su una consapevolezza più grande, su un amore che si scopre più forte di ogni definizione e categoria e su una città che non è mai stata così bella.

E reale.

Ascoltando Song on the Beach, Arcade Fire (Her Orginal Soundtrack, 2014)