lunedì 24 febbraio 2014

Supereroi

Che, tanto per cominciare, credo che l’unico supereroe che io abbia mai considerato tale è mio padre.

Sì, come i bambini. E con tutte le conseguenze del caso, ovviamente.

Ma non sono qui per parlare di lui, delle sue gloriose imprese e delle cadute clamorose; né dei miei occhi di figlia innamorata e poi tradita, perduta e riconquistata. Ci vorrebbero un cuore, un fegato e del tempo che non ho.

Piuttosto c’è questa cosa dei super poteri che mi ha sempre molto affascinata. Perché, voglio dire, sai che bello poter contare su un’abilità, un talento, una perizia particolari? Qualcosa che gli altri non hanno, un dono solo tuo, capace non solo di renderti unico ma, per definizione, di darti un vantaggio, di metterti in una posizione privilegiata anche (o forse soprattutto) quando la situazione in cui ti trovi volge al nero. Fantastico.

E mica ce li hanno tutti, i super poteri. È bella l’immagine di un mondo popolato di milioni di eroi mascherati travestiti da stronzi ma naaah... mi dispiace, non sono abbastanza Pollyanna da cascarci. Anzi, chi ce li ha non è che ne può fare subito bella mostra, non ci si sputtana mica così, a caso, con certa roba. Sicché, il più delle volte, diventa persino difficile sgamarli quelli coi poteri.

«Perché tu sei una di quelli, ne sei consapevole, vero?»

«Di quelli chi, scusa?»

«Quelli speciali, quelli coi poteri.»

«Ah ah. È un modo grazioso di dirmi che ho qualche tara, sei un amico.»

«Dai che lo sai, non fare sempre quella che cade dalle nuvole! Ché del tuo potere se ne sono accorti tutti da un bel po’...»

«Ah, certo, Wanderwoman... E sarebbe?»

«Sarebbe che arrivi in un posto e lo rendi migliore di quello che è.»

«...»

«Come con le persone, le prendi e ne tiri fuori il meglio. Sei capace di trasformare la realtà in cui ti trovi in una cosa bella. O almeno più piacevole di come sarebbe, altrimenti. Non lo so come fai, ma ci riesci. Ti riesce da Dio. È questo il tuo super potere.»

Allora voi capite bene che se c’è anche una sola persona al mondo che pensa che tu sia un super eroe e in una notte stellata al ridosso della primavera ti affibbia un potere meraviglioso che non immaginavi neanche lontamente di possedere e di cui, forse, mettevi in dubbio finanche l’esistenza... be’, bisogna che tu ce la metta proprio tutta per mostrarti all’altezza.

 

 

 

 

 

Ascoltando My Hero, Foo Fighters (The Colour and the Shape, 1998)

 

lunedì 17 febbraio 2014

Difficile da fare bene

 

Difficile trovare ancora uno spazio che sia solo mio.

Difficile non giustificare anche quello che non c’è da giustificare quando, nonostante tutte le rassicurazioni del caso, qualcosa dentro ti dice il contrario. Allora, secondo me, bisogna capire chi racconta cazzate a chi.

Ché ci sono tante bugie nell’Amore, e alcune vanno tenute strette come un tesoro, altre bisogna avere il coraggio o la follia di sputarle fuori dai denti. Sono girotondi e giostre, imbarazzo, vergogna, desiderio, libertà.

È difficile scavalcare l’abitudine, la noia, la paura e l’euforia di essere in due. Il senso di protezione e quello di oppressione, la voglia e il terrore dei “per sempre”.

E spiegarsi dove vanno i pensieri e le mani, ché certe cose non avresti voluto spiegarle mai. Trovare posti nuovi per le parole, o parole nuove per luoghi troppo a lungo frequentati.

Difficile quando sai già che trame seguiranno gli aghi che andranno a pungere e poi a ricucire.

L’Amore perfetto è il più imperfetto di tutti. E sa farti sanguinare. Correre velocissima col cuore in gola o stare ferma immobile, giornate intere, a fissare il muro e il bianco e il nulla che rimane.

Poi, però, torna a sorprenderti, ogni volta diverso. Torna a parlarti di brividi sul collo e nella parte bassa della schiena, di progetti che fanno ridere gli occhi e risuonare i bicchieri in stanze piene di voi; di luci soffuse, di tavole ricche e profumate.

Allora è facile amarti, quando non c’è spazio che per le dita che stringono, i petti all’unisono, le risate arrotolate sui tappeti e una, dieci, mille Californie. Allora me lo dimentico che volevo scrivere tutto di nero e senza le virgole e sprofondare nelle pieghe del divano con le mani sulle orecchie per non sentire il silenzio.

L’Amore, la fatica. Piuma e piombo.

Ma sempre, sempre, sempre l’Amore.

Accidenti a te.

 

 

 

 

Ascoltando Amandoti (CCCP), nella versione di Gianna Nannini (Perle, 2004)

 

mercoledì 5 febbraio 2014

Le gufate

Sapete no? Quelle persone che ti incontrano e non si limitano solo a farti un interrogatorio in piena regola («Quindi dove vivi?», «E con chi?», «Quanti anni hai?», «Sei fidanzata?», «Chi è/che fa lui?», «Che lavoro fai tu?», «Pratichi qualche sport/hai un hobby/possiedi animali, una macchina, un piegaciglia, dei braccioli a forma di Nemo?») – cosa che di per sé mi irrita moltissimo – ma che, puntualmente, finiscono per commentare le tue risposte usando una delle seguenti frasi: «Ah, ma che bello, certo che sei proprio fortunata!» e «Buon per te, sembra che le cose ti girino parecchio bene!» o anche «Beata! Io, invece...» (e poi attaccano con una pippa insfangabile sulle sfighe che hanno avuto negli ultimi due anni e mezzo e la lamentatio infinita sulla loro misera condizione. #lalunanera).

E NON IMPORTA se avete appena detto loro che fate tre lavori di cui uno – quello che vi interessa davvero e per cui avete studiato e faticato una vita – praticamente la notte e nei weekend = «Però non sei mica disoccupata, anzi!, e riesci pure a trovare il tempo di inseguire ciò che ti piace!»; SE NE SBATTONO se confessate che, caspita!, la vita di coppia richiede salti mortali ed è messa a dura prova dal tran tran quotidiano = «Tanto voi vi amate talmente che figurati cosa può succedervi!»; GLI RIMBALZA il concetto di sono lontana da famiglia/amici/casa (nel senso più ampio del termine) = «Ma guarda quanta gente ti viene a trovare! Poi che figata, sempre in giro a scoprire posti nuovi, a conoscere gente diversa...».

Tutto ciò che riescono a vedere è... niente.

Nulla che si spinga al di là del proprio naso, almeno.

Perché per certa gente le cose, qualsiasi cosa, AGLI ALTRI arrivano così, a gratis, piombano dal cielo con tanti coriandoli colorati, accompagnati da un coro di minipony che intonano inni alla gioia. Per certa gente i sacrifici, gli sbattimenti e i culi al quadrato, le rotture di coglioni e il coraggio (o la follia) di certe scelte sono a) invisibili o, al massimo, b) regali che babbo Natale (che, ovviamente, esiste solo per noi fortunelli) ha deciso di donarci alla faccia loro e del restante triste e desolato mondo. #credercisempre

E allora, quale che sia la vostra situazione lavorativa/sociale/affettiva, non c’è solo un retrogusto di bile che trasuda da quei «bene, bravo, bis!» pronunciati a corollario dei discorsi di cui sopra, ma pure uno sguardo di traverso che la toccata sotto pelle diventa imprenscindibile anche per i meno suscettibili e superstiziosi.

Ché le gufate, amici miei, sono una cosa brutta.

Ma brutta, brutta, brutta.






Ascoltando Howl, Florence and the Machine (Lungs, 2009)