sabato 4 gennaio 2014

Momenti di trascurabile felicità



Il mio 2014 è cominciato con un viaggio in treno.

Con un libro aperto nell’istante in cui ci siamo mossi e richiuso pochi minuti prima di fermarci.

Ho viaggiato in Italia, meglio: in una parte bellissima dell’Italia, una parte che è casa mia e tutte le volte che ci torno o ci passo penso “però, che meraviglia è questo posto e che fortuna che sono nata qui” e poi più niente, nessun retro-pensiero, rammarico, nostalgia o ragionamento. Guardo fuori dal finestrino e mi riempio gli occhi del giallo dei campi, dei dorsi morbidi delle colline, delle pinete aspre, poi, del mare.

Ho viaggiato in un’ora che amo molto d’inverno, un dopo pranzo placido e luminoso, con pochissima gente in giro e ancor meno nelle stazioni. Mi sono infilata il cappotto al contrario ché mi sembrava di essere sul divano di casa, e avevo le guance calde e tutto il tempo del mondo davanti. Un libro nuovo, sottile, di quelli che si leggono in fretta, e la voglia di farlo subito.

Il mio 2014 è cominciato con un momento di trascurabile felicità.

Il libro di Piccolo risale a qualche anno fa; ne avevo sentito parlare, letto recensioni, mi era stato consigliato. Lo avevo persino segnato in una delle infinite liste dei libri da acquistare ma – a parte il fatto che quando compro un libro va a finire che non è MAI uno di quelli delle liste – non mi sembrava poi un titolo fondamentale e, puntualmente, gli avevo preferito qualcos’altro. Fino a Natale, quando me l’hanno regalato e mi sono detta “dai, dopo tanto tempo, è corto e leggero, lo infilo in borsa”. Il resto è venuto da sé. Il 1 gennaio 2014.

Questo libro non è un capolavoro («infatti», direbbe l’autore) e più di una volta ho pensato “sì vabbè, ma non dice nulla di eccezionale, poi scritto con questo stile quasi annoiato, senza slancio, non fa nemmeno tanto ridere”. Salvo realizzare che la sua forza sta proprio qui: in quell’ordinario còlto nella sua maniera più scoperta e pertanto – spesso – banale (ma la banalità bisogna saperla raccontare e non è mica facile), nelle manie piccole, nelle fisime assurde, nelle abitudini stupide e talvolta perfide che avremmo il coraggio di definire tali se non fossero anche le nostre, in quegli attimi marginali e apparentemente irrilevanti che, al contrario, si rivelano fondamento delle decine di sospiri di sollievo, risate a denti stretti, pensieri felici che – Dio grazie – illuminano il quotidiano.

Ciò che fa volare alto Piccolo non è solo e tanto la capacità di giudicare e giudicarsi senza retoriche e buonismi, ma quella – a mio avviso straordinaria e illuminante – di assolvere e soprattutto di assolversi. “Di accettarsi non perché ci si stimi incondizionatamente, ma perché si arriva a possedere il codice di se stessi anche attraverso i difetti e le debolezze”, parola di Michele Serra (e scusate se riporto la quarta di copertina come alle medie, è che non avrei saputo dirlo meglio, o forse sì, ma mi scopro molto pigra in questi giorni).

Ecco, io trovo tutto ciò incredibilmente liberatorio; qualcosa che sta anni luce lontano da me (nel concetto, nel linguaggio, nello spirito), ma forse proprio per questo affascinante e desiderabile.

L’anno nuovo non era neanche cominciato ché già fioccavano auguri e discorsetti grondanti di buoni propositi, inviti a godere appieno della propria vita e a inseguire i propri sogni, fare valigie e andare incontro al nuovo, curare il corpo e lo spirito, essere tutto e il contrario di tutto. Incoraggiamenti sacrosanti, per carità, consigli ed esortazioni carichi di sincero entusiasmo e, in un paio di casi, persino efficaci e appetibili.

Però (lo sapete che con me va così, via).

Però basta. Perché a fronte di milioni di persone che arrivate al 31 dicembre fanno bilanci delle proprie vite e si accorgono che, ops!, un altro anno è passato senza che si decidessero a muovere il culo e affrontare il pantano in cui sguazzano, persone che hanno bisogno di spiare le vite degli altri per piangere sulla propria e di leggere, poi, con trasporto le parole di augurio dei loro eroi pixelati, ricordarsi che al mondo c’è di più e per un attimo convincersi che sì, quest’anno faranno tutto quello che rimandano da sempre (per poi riadagiarsi comodi in poltrona, passata l’euforia disperata del momento)... beh, a fronte di questa massa informe e grigiastra esiste un’ostinata minoranza per cui i discorsi di cui sopra sono il pane quotidiano.

Gente che si confronta tutti i giorni con gli standard belli alti che si impone come riferimento, che cerca di non dimenticarsi chi è e cosa vuole essere, che vive, viaggia, immagina, ascolta e legge, studia, lotta, esplora, rischia. Gente pronta a mettere e mettersi in discussione, che pretende molto dalla vita e dagli altri, ma solo perché pretende da se stessa anche di più. Ed è bello, impagabile, vale sempre la pena. Ma è anche una fatica boia.

Auguro a queste persone, e a me stessa, di imparare ad allentare la corda, ogni tanto; fermare la corsa, prendere fiato, darsi pace.

E senza lasciar scivolare sogni, aspirazioni, ideali e obiettivi, mettere a tacere quello spirito guerriero e sempre vigile che rugge dentro (caro Ugo ti scrivo), vivere più serenamente le proprie e le altrui imperfezioni e perdonarsi. Darsi un’auto-pacca sulla spalla e pensare più spesso “oh, ’sticazzi”, senza viverlo come una rinuncia o un fallimento.

Perché vivere in profondità non ha prezzo, ma la leggerezza aiuta e non è mai troppo tardi per impararla. Spero.

Buon 2014, gente, si ricomincia.



Ascoltando le rotaie e il rumore che fa nella testa un momento di serenità.


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