venerdì 10 gennaio 2014

L’indispensabile


Francesca ha occhi enormi, color nocciola, spalancati sul mondo.

I riccioli castani ondeggiano disordinati mentre spinge svogliata il monopattino verde e si ferma, di tanto in tanto, per addentare il suo panino alla mortadella. Sette anni e sette milioni di domande al minuto.

Francesca è pigra, distratta, sciattona. Ma è anche dolcissima sotto una scorza ruvida imparata chissà dove, generosa, buona di quella bontà che fa tenerezza e che si possiede solo quando si è molto piccoli o molto vecchi.

Come me, Francesca ama le storie, raccontarle e sentirsele raccontare. E io che ne sto scrivendo una, decido di farla anche a lei, quella domanda che mi porto dietro da mesi.

«Immagina di dover partire per un lungo viaggio», le dico poggiando la mano sul manubrio e aiutandola con una spinta lieve, «Come una lunga vacanza, una lunga vacanza su un’isola deserta...».

Il semaforo rosso ci costringe a una sosta.

«Immagina che si tratti di un’isola selvaggia, piena di piante e animali stranissimi e a volte anche pericolosi. Un’isola che nessun esploratore prima di te ha mai scoperto e setacciato, dove tutto è ancora sconosciuto, misterioso...». Francesca tace (il che, devo dire, è inusuale) e fissa le macchine che sfrecciano veloci con aria assente. Temo che non mi stia ascoltando e alzo lievemente il tono della voce e del racconto.

«È un’isola del tesoro! Sì, nascosto in questa terra lontana e solitaria c’è un tesoro ricchissimo che aspetta solo di essere trovato e tu stai partendo per andare a cercarlo.»

Verde. Attraversiamo.

«Immagina di dover preparare il tuo bagaglio: hai il tuo zainetto dove puoi mettere poche cose, anzi pochissime, solo quelle strettamente necessarie. Sai, no? Come quando si esce di casa e si mettono in borsa giusto le chiavi, un ombrello, il portafogli, i fazzoletti... che ne so, l’agenda con una penna... L’indispensabile, insomma. Ecco, immagina di dover partire e di poter portare con te solo l’essenziale, qualcosa di cui proprio non puoi fare a meno in quest’avventura.»

Francesca continua a stare in silenzio, ma vedo il suo profilo annuire; fa sì con la testa, lentamente, come se stesse riflettendo, mentre un vento sottile le scompiglia i capelli.

«Anzi», la ammonisco, «facciamo che puoi portarti un solo oggetto. Uno solo. Ma fondamentale. Cosa ti porti?».

Il monopattino rallenta fino a fermarsi. Lei si gira, e mi guarda. Poi, per una frazione di secondo, chiude gli occhi enormi, color nocciola. Sospira. Li riapre. E sembrano ancora più grandi mentre mi dice: «Un unicorno».

Il rumore del traffico adesso è assordante, ma riesco a sentire lo stesso anche quello che aggiunge: «Vero». Si volta verso la strada dove un automobilista affacciato al finestrino sbraita contro la macchina a fianco, gesticolando come un pazzo.

Francesca ridacchia, dà un morso al panino e si rimette in moto. Anch’io sorrido perché adesso lo so che cosa ci vuole quando si parte per una grande avventura: l’indispensabile.

Un unicorno vero.



Ascoltando Caring Is Creepy, The Shins (Oh, Inverted World, 2001)

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