domenica 19 gennaio 2014

#coglioniSì #creativiFORSE


La campagna #coglioneNO realizzata dal collettivo Zerovideo impazza in rete da poco meno di una settimana e ha suscitato una reazione molto italiana: da una parte, migliaia di condivisioni e like sui social, petizioni online, gente che improvvisamente ricorda il significato delle parole “lavoro” e “stipendio” e ne rivendica uno degno di questo nome; dall’altra, il coro dei «Ecco i soliti fighetti del cazzo/bocconiani pieni di grana/mantenuti senza né arte né parte», «Ma cosa si lamentano questi che almeno un lavoro ce l’hanno!», «Lo fanno solo per farsi pubblicità».

C’è da dire che una puntata di Uomini e Donne, in quanto a originalità degli interventi, sta messa meglio. COMUNQUE.

Cosa emerge chiaramente dal pollaio di cui sopra.

Tanta gente non ha capito che probabilmente i video non sono rivolti solo e tanto ai datori di lavoro, agli stronzi che (non) (ci) pagano, men che meno allo Stato che dovrebbe tutelare certe professioni e categorie. La campagna è per i creativi stessi, per coloro che subiscono ma – ahimè – spesso alimentano questa situazione.

Perché se è vero (ed è vero, purtroppo) che per i mestieri così detti creativi e/o intellettuali lo sfruttamento è praticamente la norma, è altresì innegabile che esiste una folta schiera di persone che, accettando di lavorare gratis o per due spicci, perché fa curriculum e per l’esperienza (e spesso e volentieri si parla di gente che ormai di esperienza alle spalle ne ha, eccome), permette a questo sistema non solo di esistere ma di proliferare in modo incontrollato. È ciò a cui stiamo assistendo in Italia negli ultimi 6 anni. Ed è drammatico.

Personalmente, non so so se mi fa più ridere o rabbia vedere tanta gente frignare o indignarsi, quando ne ho vista (e ne vedo) altrettanta abbassare la testa tutti i santi giorni e accettare qualsiasi condizione lavorativa le venga proposta “pur di”. Pur di rimanere “nel giro” (quali siano e come funzionino questi giri, poi, è tutto da discutere), pur di poter dire “lavoro qui e sono stocazzo” (tralasciando il piccolo particolare che lo si fa gratis), pur di non doversi sobbarcare il peso (emotivo e materiale) di un altro tipo di lavoro e definizione di sé.

Sono gli stessi che ti guardano con un misto di compassione e disgusto quando dici che hai una laurea, un master e diverse esperienze lavorative alle spalle ma che al momento campi facendo la cameriera/babysitter/barista/ripetizioni e simili perché non puoi o non vuoi essere sfruttata per il tuo lavoro e, di conseguenza, vivere da mantenuta. Sottolineo il non vuoi, dato che non è obbligatorio essere squattrinati per fare lavori di questo genere pur essendo (altamente) qualificati per altro.

Per quanto mi riguarda è una questione di dignità: a un certo punto (e a una certa età) non ci si può permettere di fare i disoccupati di lusso. Quelli che continuano a prendere i soldi di mamma e papà, a fare master su master (ormai una presa per il culo, pure quelli, che vabbuò), stage non retribuiti (uno va bene, poi anche basta) o il nulla più totale perché «proprio non si trova nulla». Cari miei, la crisi c’è e picchia forte, siamo al punto che è difficile trovare pressoché qualsiasi lavoro, ma la verità è un’altra: voi certi lavori non li volete fare (e manco li cercate). Punto.

E, notate bene, ci sono anche buoni motivi per comportarsi così: sono lavori pesanti e mal pagati, è ingiusto buttare anni di studio e sacrifici nel cesso (per chi di sacrifici – economici e non – ne ha fatti, però!), se si vuol sperare di lavorare in determinati settori è bene fare qualcosa di attinente e – avendone la possibilità – conviene accumulare esperienze e professionalità in quell’ambito (anche se non retribuite) in attesa che qualcosa di decente salti fuori, piuttosto che fare cose non rivendibili in questo senso.

Ragioni sacrosante. Peccato che 1) così facendo si alimenta il sistema di cui sopra, 2) spesso non serve a niente comunque, 3) ancora più spesso questa diventa una buona scusa per non fare una beata mazza, contribuendo alla tristemente diffusa idea che certe professioni (quelle creative, appunto) siano fondamentalmente appannaggio e rifugio di figli di papà viziati e fancazzisti.

Io non sono un’eroina senza macchia e senza paura, ma dacché lavoro di “no” ne ho detti tanti, ho litigato e preteso (molte volte senza risultato, altre cavandomi qualche soddisfazione), spianando la strada a chi è arrivato dopo di me. E se ho SEMPRE dovuto lottare, se non ho potuto contare su un tessuto sano e meritocratico, se me la sono sovente presa nel didietro e a oggi mi trovo distante chilometri dal fare ciò per cui ho studiato e che sognavo di fare è certo per colpa della politica, dei capi e di coloro che danno quelle #rispostedastronzo, ma anche e soprattutto di chi non solo non controbatte, ma accetta e poi, magari, si lamenta pure.

#epicfail. Direbbero sui social. Coglione, si dice a casa mia.

Piuttosto che incazzarvi su internet, imparate a dire di no nella vita reale, abbiate le palle di metterci la faccia, quella vera. E se non si muove nulla muovete il culo voi e fate qualcos’altro, nel frattempo. Ci vogliono il doppio della determinazione, della fatica e del coraggio a tentare strade alternative, aggiustare i percorsi, reiventarsi senza perdersi. Parecchia fantasia e tanta, ma tanta creatività.

Di quella vera, però, ché a fare i creativi della domenica siamo bravi tutti.

#amen.





Ascoltando Io sto bene, CCCP Fedeli alla linea (Affinità-divergenze fra il compagno Togliatti e noi del conseguimento della maggiore età, 1985)



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