giovedì 30 gennaio 2014

Inside Llewyn Davis

 

Vi parleranno di antieroi, di fallimenti e destini che non si compiono.

Vi racconteranno che un gatto di nome Ulisse trascinerà il colpevole della sua scomparsa in un’odissea senza lieto fine, ché non ci sono Penelopi per Llewyn Davis, ma solo ex compagne rancorose, manager cinici, musicisti annoiati e calci nello stomaco che non capisci nemmeno bene il perché.

O forse sì. Ci sono categorie di persone che il sapore della neve sulle labbra e il gelo nelle scarpe bagnate, l’amaro della bile che ribolle e il suono della metropoli che picchia dentro e fuori ce l’hanno nel DNA, come una colpa, un destino o una condanna. Un po’ come quel talento bello perché non costruito e che, infatti, sulla scena non funziona quasi mai.

Vi dimostreranno – come se non lo sapeste già – che non c’è nulla di peggio del talento sprecato, del successo che non arriva per chi lo agogna come un riscatto, dell’amore che non si è capaci di cantare perché manca il coraggio di viverlo e il cuore di coltivarlo.

Vedrete questo e molto altro nel nuovo film dei fratelli Coen.

Quello che non vedrete è una rivincita, la rinascita di chi è caduto troppo in basso, un filo di speranza che possa definirsi tale. Che alla fine, secondo me, al protagonista di una storia ci si affeziona sempre, anche (o forse soprattutto) quando è fondamentalmente un loser vittima della propria accidia, del proprio egoismo, della propria – spesso compiaciuta – inettitudine.

E allora in molti a sbuffare fuori dalla sala, a lamentarsi che però così è pure troppo, che depressione e che disfattismo e meno male che c’è New York e il sarcasmo che salva tante scene, poi la fotografia è stupenda e la musica, oh la musica! Anche se tutti quei pezzi dal vivo e per intero, meh. Ma voi non li ascolterete perché c’è qualcosa che vi distrae, come un fischio nella testa, un prurito sotto pelle, un retro-pensiero che decifrerete piano, a distanza di un paio di giorni, una mattina che non riuscite a dormire anche se è tutto ciò che vorreste.

Quello del film è un posto dove siete già stati e lo sguardo e la voce sofferente di Oscar Isaac (un mostro di bravura e credibilità) risuonano familiari. Non è questione di autobiografia, forse non riguarda neppure voi, quello che sentite: è un’empatia altra, una corda che vibra come tutte le volte che avete il sentore di assistere a qualcosa che coglie – seppur in maniera imperfetta e contestabile – una piccola, grande verità.

Inside Llewyn Davis descrive un certo tipo di mondo e di stare al mondo, e lo fa così bene che tutto ciò che rappresenta potrebbe essere ambientato – come è – nell’America degli anni Sessanta come in quella dei giorni nostri, riguardare – come riguarda – un aspirante cantautore in cerca di fama perso tra le strade del Village come uno scrittore semisconosciuto che cammina per le vie di Milano. Non è una cosa da poco.

E non è da poco uscire dal cinema con la sensazione di aver capito e di essere stato in qualche modo capito un po’ di più da qualcuno (ok, questa affermazione si nutre di così tante sfumature che la lascio così, meglio). Guardare la locandina con un sorriso un po’ mesto ma non rassegnato, parlare con gli amici e dire che no, non è il film della vita e che sì, effettivamente il finale è un po’ ridondante... eppure.

Un milione di eppure per cui ne vale la pena.

 

 

 

 

Ascoltando Hang Me Oh Hang me, Oscar Isaac (Inside Llewyn Davis: Original Soundtrack, 2013)

 

giovedì 23 gennaio 2014

I come inciampare, E come equilibrio



Stamattina sono uscita prestissimo, presto che era ancora buio. Pesto. 

Siccome faceva freddo (come al solito) ed ero in ritardo (come al solito), camminavo a gran velocità con le mani ficcate ben benino nelle tasche del cappotto.

Ripetete con me: buio, gran velocità e mani in tasca.

Ecco.

È successo tutto così rapidamente che faccio fatica, adesso, a ricostruirne l’esatta dinamica, ma deve essere andata più o meno così: a un certo punto la mia gamba destra ha urtato contro qualcosa di duro, ruvido e tentacoloso e in un attimo il resto del corpo le era dietro, pronto a schiantarsi rovinosamente sul marciapiede.

Ma ecco che con uno scatto felino sfilo le gelide manine di tasca e – facendo perno sul mostro che vuole atterrarmi – lo scavalco balzando a mezzo metro di distanza, con uno slancio che, al confronto, Nino Castelnuovo è un povero sfigato. Tiè, sono salva brutto coso marrone con i... rami? Che pungono? Un piccolo abete, un ex albero di Natale abbandonato in mezzo alla strada che, non visto, stava per farmi fare la #cadutadellavita.

Scusate se mi chiedo: 1) chi c#!* è che lascia un abete nano così, buttato a tradimento nel cuore della notte, come se fosse qualcosa di cui ci si deve liberare velocemente e di nascosto? 2) ma si può disfare l’albero di Natale il 23 gennaio? Manco io arrivo a tanto.

Comunque.

Appena mi rimetto in sesto e ricomincio a camminare verso il mio nuovo lavoro, penso che in fondo è un po’ così che mi sento in questo 2014 appena cominciato: come una che ha voglia e bisogno di correre verso il nuovo, ma continua a inciampare nel passato.

Perché non è mica sempre facile metterli d’accordo, il passato e il presente. 
E “nuovo” non necessariamente significa migliore. Non è detto che ci sia nulla di bello ed eccitante nel nuovo; ciò non significa neppure che debba essere peggiore di ciò che ci siamo lasciati alle spalle, ma a volte nuovo vuol dire semplicemente diverso, non usato, sconosciuto. 
E la novità, per quanto a mio parere faccia sempre bene, spaventa anche.
Soprattutto se è qualcosa che non ti sei cercato e ti coglie all’improvviso, quasi a tradimento, mettendo a repentaglio quel poco di equilibrio e certezze che ti eri costruito. 

Non è facile coniugare quella che ero con quella che sono, contemperare esigenze diverse, far sì che le mie due me non si giudichino troppo a vicenda e non si prendano troppo a cazzotti. 
Mi chiedo – o forse lo spero, semplicemente, con tutto il cuore – che in questo percorso fatto di corse, arresti improvvisi, cadute sfiorate o botte clamorose, ne possa emergere un’altra, di me. 
La me stessa del futuro. 

Per ora decido di rallentare il passo e tiro fuori le mani, sia mai che servano ad attutire qualche capitombolo. Che poi, alla fine, me la sono pure cavata stamattina.

E non ha fatto nemmeno tanto male.






Ascoltando Brand New Shoes, She & Him (Volume Two, 2010)



domenica 19 gennaio 2014

#coglioniSì #creativiFORSE


La campagna #coglioneNO realizzata dal collettivo Zerovideo impazza in rete da poco meno di una settimana e ha suscitato una reazione molto italiana: da una parte, migliaia di condivisioni e like sui social, petizioni online, gente che improvvisamente ricorda il significato delle parole “lavoro” e “stipendio” e ne rivendica uno degno di questo nome; dall’altra, il coro dei «Ecco i soliti fighetti del cazzo/bocconiani pieni di grana/mantenuti senza né arte né parte», «Ma cosa si lamentano questi che almeno un lavoro ce l’hanno!», «Lo fanno solo per farsi pubblicità».

C’è da dire che una puntata di Uomini e Donne, in quanto a originalità degli interventi, sta messa meglio. COMUNQUE.

Cosa emerge chiaramente dal pollaio di cui sopra.

Tanta gente non ha capito che probabilmente i video non sono rivolti solo e tanto ai datori di lavoro, agli stronzi che (non) (ci) pagano, men che meno allo Stato che dovrebbe tutelare certe professioni e categorie. La campagna è per i creativi stessi, per coloro che subiscono ma – ahimè – spesso alimentano questa situazione.

Perché se è vero (ed è vero, purtroppo) che per i mestieri così detti creativi e/o intellettuali lo sfruttamento è praticamente la norma, è altresì innegabile che esiste una folta schiera di persone che, accettando di lavorare gratis o per due spicci, perché fa curriculum e per l’esperienza (e spesso e volentieri si parla di gente che ormai di esperienza alle spalle ne ha, eccome), permette a questo sistema non solo di esistere ma di proliferare in modo incontrollato. È ciò a cui stiamo assistendo in Italia negli ultimi 6 anni. Ed è drammatico.

Personalmente, non so so se mi fa più ridere o rabbia vedere tanta gente frignare o indignarsi, quando ne ho vista (e ne vedo) altrettanta abbassare la testa tutti i santi giorni e accettare qualsiasi condizione lavorativa le venga proposta “pur di”. Pur di rimanere “nel giro” (quali siano e come funzionino questi giri, poi, è tutto da discutere), pur di poter dire “lavoro qui e sono stocazzo” (tralasciando il piccolo particolare che lo si fa gratis), pur di non doversi sobbarcare il peso (emotivo e materiale) di un altro tipo di lavoro e definizione di sé.

Sono gli stessi che ti guardano con un misto di compassione e disgusto quando dici che hai una laurea, un master e diverse esperienze lavorative alle spalle ma che al momento campi facendo la cameriera/babysitter/barista/ripetizioni e simili perché non puoi o non vuoi essere sfruttata per il tuo lavoro e, di conseguenza, vivere da mantenuta. Sottolineo il non vuoi, dato che non è obbligatorio essere squattrinati per fare lavori di questo genere pur essendo (altamente) qualificati per altro.

Per quanto mi riguarda è una questione di dignità: a un certo punto (e a una certa età) non ci si può permettere di fare i disoccupati di lusso. Quelli che continuano a prendere i soldi di mamma e papà, a fare master su master (ormai una presa per il culo, pure quelli, che vabbuò), stage non retribuiti (uno va bene, poi anche basta) o il nulla più totale perché «proprio non si trova nulla». Cari miei, la crisi c’è e picchia forte, siamo al punto che è difficile trovare pressoché qualsiasi lavoro, ma la verità è un’altra: voi certi lavori non li volete fare (e manco li cercate). Punto.

E, notate bene, ci sono anche buoni motivi per comportarsi così: sono lavori pesanti e mal pagati, è ingiusto buttare anni di studio e sacrifici nel cesso (per chi di sacrifici – economici e non – ne ha fatti, però!), se si vuol sperare di lavorare in determinati settori è bene fare qualcosa di attinente e – avendone la possibilità – conviene accumulare esperienze e professionalità in quell’ambito (anche se non retribuite) in attesa che qualcosa di decente salti fuori, piuttosto che fare cose non rivendibili in questo senso.

Ragioni sacrosante. Peccato che 1) così facendo si alimenta il sistema di cui sopra, 2) spesso non serve a niente comunque, 3) ancora più spesso questa diventa una buona scusa per non fare una beata mazza, contribuendo alla tristemente diffusa idea che certe professioni (quelle creative, appunto) siano fondamentalmente appannaggio e rifugio di figli di papà viziati e fancazzisti.

Io non sono un’eroina senza macchia e senza paura, ma dacché lavoro di “no” ne ho detti tanti, ho litigato e preteso (molte volte senza risultato, altre cavandomi qualche soddisfazione), spianando la strada a chi è arrivato dopo di me. E se ho SEMPRE dovuto lottare, se non ho potuto contare su un tessuto sano e meritocratico, se me la sono sovente presa nel didietro e a oggi mi trovo distante chilometri dal fare ciò per cui ho studiato e che sognavo di fare è certo per colpa della politica, dei capi e di coloro che danno quelle #rispostedastronzo, ma anche e soprattutto di chi non solo non controbatte, ma accetta e poi, magari, si lamenta pure.

#epicfail. Direbbero sui social. Coglione, si dice a casa mia.

Piuttosto che incazzarvi su internet, imparate a dire di no nella vita reale, abbiate le palle di metterci la faccia, quella vera. E se non si muove nulla muovete il culo voi e fate qualcos’altro, nel frattempo. Ci vogliono il doppio della determinazione, della fatica e del coraggio a tentare strade alternative, aggiustare i percorsi, reiventarsi senza perdersi. Parecchia fantasia e tanta, ma tanta creatività.

Di quella vera, però, ché a fare i creativi della domenica siamo bravi tutti.

#amen.





Ascoltando Io sto bene, CCCP Fedeli alla linea (Affinità-divergenze fra il compagno Togliatti e noi del conseguimento della maggiore età, 1985)



venerdì 10 gennaio 2014

L’indispensabile


Francesca ha occhi enormi, color nocciola, spalancati sul mondo.

I riccioli castani ondeggiano disordinati mentre spinge svogliata il monopattino verde e si ferma, di tanto in tanto, per addentare il suo panino alla mortadella. Sette anni e sette milioni di domande al minuto.

Francesca è pigra, distratta, sciattona. Ma è anche dolcissima sotto una scorza ruvida imparata chissà dove, generosa, buona di quella bontà che fa tenerezza e che si possiede solo quando si è molto piccoli o molto vecchi.

Come me, Francesca ama le storie, raccontarle e sentirsele raccontare. E io che ne sto scrivendo una, decido di farla anche a lei, quella domanda che mi porto dietro da mesi.

«Immagina di dover partire per un lungo viaggio», le dico poggiando la mano sul manubrio e aiutandola con una spinta lieve, «Come una lunga vacanza, una lunga vacanza su un’isola deserta...».

Il semaforo rosso ci costringe a una sosta.

«Immagina che si tratti di un’isola selvaggia, piena di piante e animali stranissimi e a volte anche pericolosi. Un’isola che nessun esploratore prima di te ha mai scoperto e setacciato, dove tutto è ancora sconosciuto, misterioso...». Francesca tace (il che, devo dire, è inusuale) e fissa le macchine che sfrecciano veloci con aria assente. Temo che non mi stia ascoltando e alzo lievemente il tono della voce e del racconto.

«È un’isola del tesoro! Sì, nascosto in questa terra lontana e solitaria c’è un tesoro ricchissimo che aspetta solo di essere trovato e tu stai partendo per andare a cercarlo.»

Verde. Attraversiamo.

«Immagina di dover preparare il tuo bagaglio: hai il tuo zainetto dove puoi mettere poche cose, anzi pochissime, solo quelle strettamente necessarie. Sai, no? Come quando si esce di casa e si mettono in borsa giusto le chiavi, un ombrello, il portafogli, i fazzoletti... che ne so, l’agenda con una penna... L’indispensabile, insomma. Ecco, immagina di dover partire e di poter portare con te solo l’essenziale, qualcosa di cui proprio non puoi fare a meno in quest’avventura.»

Francesca continua a stare in silenzio, ma vedo il suo profilo annuire; fa sì con la testa, lentamente, come se stesse riflettendo, mentre un vento sottile le scompiglia i capelli.

«Anzi», la ammonisco, «facciamo che puoi portarti un solo oggetto. Uno solo. Ma fondamentale. Cosa ti porti?».

Il monopattino rallenta fino a fermarsi. Lei si gira, e mi guarda. Poi, per una frazione di secondo, chiude gli occhi enormi, color nocciola. Sospira. Li riapre. E sembrano ancora più grandi mentre mi dice: «Un unicorno».

Il rumore del traffico adesso è assordante, ma riesco a sentire lo stesso anche quello che aggiunge: «Vero». Si volta verso la strada dove un automobilista affacciato al finestrino sbraita contro la macchina a fianco, gesticolando come un pazzo.

Francesca ridacchia, dà un morso al panino e si rimette in moto. Anch’io sorrido perché adesso lo so che cosa ci vuole quando si parte per una grande avventura: l’indispensabile.

Un unicorno vero.



Ascoltando Caring Is Creepy, The Shins (Oh, Inverted World, 2001)

sabato 4 gennaio 2014

Momenti di trascurabile felicità



Il mio 2014 è cominciato con un viaggio in treno.

Con un libro aperto nell’istante in cui ci siamo mossi e richiuso pochi minuti prima di fermarci.

Ho viaggiato in Italia, meglio: in una parte bellissima dell’Italia, una parte che è casa mia e tutte le volte che ci torno o ci passo penso “però, che meraviglia è questo posto e che fortuna che sono nata qui” e poi più niente, nessun retro-pensiero, rammarico, nostalgia o ragionamento. Guardo fuori dal finestrino e mi riempio gli occhi del giallo dei campi, dei dorsi morbidi delle colline, delle pinete aspre, poi, del mare.

Ho viaggiato in un’ora che amo molto d’inverno, un dopo pranzo placido e luminoso, con pochissima gente in giro e ancor meno nelle stazioni. Mi sono infilata il cappotto al contrario ché mi sembrava di essere sul divano di casa, e avevo le guance calde e tutto il tempo del mondo davanti. Un libro nuovo, sottile, di quelli che si leggono in fretta, e la voglia di farlo subito.

Il mio 2014 è cominciato con un momento di trascurabile felicità.

Il libro di Piccolo risale a qualche anno fa; ne avevo sentito parlare, letto recensioni, mi era stato consigliato. Lo avevo persino segnato in una delle infinite liste dei libri da acquistare ma – a parte il fatto che quando compro un libro va a finire che non è MAI uno di quelli delle liste – non mi sembrava poi un titolo fondamentale e, puntualmente, gli avevo preferito qualcos’altro. Fino a Natale, quando me l’hanno regalato e mi sono detta “dai, dopo tanto tempo, è corto e leggero, lo infilo in borsa”. Il resto è venuto da sé. Il 1 gennaio 2014.

Questo libro non è un capolavoro («infatti», direbbe l’autore) e più di una volta ho pensato “sì vabbè, ma non dice nulla di eccezionale, poi scritto con questo stile quasi annoiato, senza slancio, non fa nemmeno tanto ridere”. Salvo realizzare che la sua forza sta proprio qui: in quell’ordinario còlto nella sua maniera più scoperta e pertanto – spesso – banale (ma la banalità bisogna saperla raccontare e non è mica facile), nelle manie piccole, nelle fisime assurde, nelle abitudini stupide e talvolta perfide che avremmo il coraggio di definire tali se non fossero anche le nostre, in quegli attimi marginali e apparentemente irrilevanti che, al contrario, si rivelano fondamento delle decine di sospiri di sollievo, risate a denti stretti, pensieri felici che – Dio grazie – illuminano il quotidiano.

Ciò che fa volare alto Piccolo non è solo e tanto la capacità di giudicare e giudicarsi senza retoriche e buonismi, ma quella – a mio avviso straordinaria e illuminante – di assolvere e soprattutto di assolversi. “Di accettarsi non perché ci si stimi incondizionatamente, ma perché si arriva a possedere il codice di se stessi anche attraverso i difetti e le debolezze”, parola di Michele Serra (e scusate se riporto la quarta di copertina come alle medie, è che non avrei saputo dirlo meglio, o forse sì, ma mi scopro molto pigra in questi giorni).

Ecco, io trovo tutto ciò incredibilmente liberatorio; qualcosa che sta anni luce lontano da me (nel concetto, nel linguaggio, nello spirito), ma forse proprio per questo affascinante e desiderabile.

L’anno nuovo non era neanche cominciato ché già fioccavano auguri e discorsetti grondanti di buoni propositi, inviti a godere appieno della propria vita e a inseguire i propri sogni, fare valigie e andare incontro al nuovo, curare il corpo e lo spirito, essere tutto e il contrario di tutto. Incoraggiamenti sacrosanti, per carità, consigli ed esortazioni carichi di sincero entusiasmo e, in un paio di casi, persino efficaci e appetibili.

Però (lo sapete che con me va così, via).

Però basta. Perché a fronte di milioni di persone che arrivate al 31 dicembre fanno bilanci delle proprie vite e si accorgono che, ops!, un altro anno è passato senza che si decidessero a muovere il culo e affrontare il pantano in cui sguazzano, persone che hanno bisogno di spiare le vite degli altri per piangere sulla propria e di leggere, poi, con trasporto le parole di augurio dei loro eroi pixelati, ricordarsi che al mondo c’è di più e per un attimo convincersi che sì, quest’anno faranno tutto quello che rimandano da sempre (per poi riadagiarsi comodi in poltrona, passata l’euforia disperata del momento)... beh, a fronte di questa massa informe e grigiastra esiste un’ostinata minoranza per cui i discorsi di cui sopra sono il pane quotidiano.

Gente che si confronta tutti i giorni con gli standard belli alti che si impone come riferimento, che cerca di non dimenticarsi chi è e cosa vuole essere, che vive, viaggia, immagina, ascolta e legge, studia, lotta, esplora, rischia. Gente pronta a mettere e mettersi in discussione, che pretende molto dalla vita e dagli altri, ma solo perché pretende da se stessa anche di più. Ed è bello, impagabile, vale sempre la pena. Ma è anche una fatica boia.

Auguro a queste persone, e a me stessa, di imparare ad allentare la corda, ogni tanto; fermare la corsa, prendere fiato, darsi pace.

E senza lasciar scivolare sogni, aspirazioni, ideali e obiettivi, mettere a tacere quello spirito guerriero e sempre vigile che rugge dentro (caro Ugo ti scrivo), vivere più serenamente le proprie e le altrui imperfezioni e perdonarsi. Darsi un’auto-pacca sulla spalla e pensare più spesso “oh, ’sticazzi”, senza viverlo come una rinuncia o un fallimento.

Perché vivere in profondità non ha prezzo, ma la leggerezza aiuta e non è mai troppo tardi per impararla. Spero.

Buon 2014, gente, si ricomincia.



Ascoltando le rotaie e il rumore che fa nella testa un momento di serenità.