venerdì 5 dicembre 2014

Non fa una piega

«Ciao!»

«Arturo! Madonna, mi hai fatto prendere un colpo!»

Ride e gli ride anche il buco del culo, come direbbe una vecchia amica.

«Come stai? Eri a scuola?»

«Quando ho questa divisa, vuol sempre dire che prima ero scuola.»

«Hai ragione, domanda scema. Allora come...»

«Perché non c’eri la scorsa settimana?»

È serio, stavolta. Lo sguardo quasi corrucciato.

«Ah, be’ io... Dovevo lavorare e non sono potuta venire.»

Aggrotta le sopracciglia.

«Ma tu lavori qui.»

La sua, evidentemente, non è una domanda.

«No, non proprio. Io qui faccio la volontaria. Vedi?» (Gli mostro il cartellino con il nome e la scritta "volontaria" stampata in maiuscolo).

«E che vuol dire?»

«Vuol dire che, quando ho tempo, vengo in biblioteca e do una mano a chi ci lavora, senza per questo richiedere niente in cambio, come soldi o cose così. Lo faccio perché lo voglio fare, per scelta mia.»

Sembra perplesso. Fissa il badge pensoso, due secondi e il viso gli si illumina.

«Quindi io che ti aiuto ogni volta che vengo...»

«Sei il mio aiutante volontario!» (Un po’ come gli spingitori di spingitori di cavalieri, vorrei aggiungere, ma temo che non coglierebbe)

«Allora forse anche io posso chiedere il cartellino e fare il volontario!»

«Sicuramente, quando sarai un po’ più grande, se avrai ancora tempo e voglia...»

«Più grande quanto?»

«Credo che l’età minima sia 16 anni.»

«Ah.»

Adesso lo sguardo trasuda delusione. Arturo ha sei anni. Immagino che il futuro sembri una cosa lontanissima, 10 volte tanto quei 10 anni che lo separano dalla meta.

«Ehi, ma intanto puoi continuare a aiutarmi quando vieni e imparare delle cose e il cartellino te lo puoi fare da solo, anzi se vuoi lì ci sono i fogli e le matite...»

Non faccio nemmeno in tempo a finire la frase che si è già lanciato verso il tavolo. Lo vedo andare e tornare alla velocità della luce, con le mani cariche di pennarelli.

«Me lo presti un attimo?», mi chiede indicando il tanto bramato badge.

«Certo, tieni». Glielo porgo sorridendo e lui sorride a sua volta. Ci amiamo molto, io e Arturo.

Fa per schizzare via ma qualcosa lo trattiene. Ce l’ha scritto in faccia. Un pensiero, un dubbio. C’è qualcosa che deve assolutamente farmi presente.

«E comunque a me mi sembra che lavori più te di tutti gli altri, quando sei qui.»

«...»

«Io, fossi in te, mi farei pagare.»

 

 

 

 

Ascoltando Something to Talk About, Badly Drawn Boy (About a Boy, 2002)

 

martedì 2 dicembre 2014

Per niente stanca

Nemmeno mi ricordavo che esistesse, io, una cantante che si chiama Carmen Consoli. Figuriamoci le sue canzoni. Figuriamoci questa.

E non lo so mica come mi sia venuta in mente. Anzi sì: è quel "per niente stanca" che ricorre una media di otto volte al giorno nei miei discorsi. Come stai? Mi chiedono. E io così. Ironia portami via.

Sono qui che scrivo come una ladra, rifugiata in un pezzo di mondo che mi appartiene ma che sento scivolarmi fra le mani. Già, ancora.

Devo avere un talento particolare per ripetere sempre – e così bene – i medesimi errori.

Trascurare, dimenticare, mettere di nuovo in secondo piano e buttarmi, letteralmente buttarmi, in imprese che non sono mie, non sono come le volevo io, non mi corrispondono ancor prima di cominciare.

Ma le persone, intorno, la gente e le persone, ripetono cose a cui sono abituata, e tendono delle reti che non ho chiesto ma che mi fanno sentire in qualche modo al sicuro, in qualche modo nel giusto.

Io mi tendo e mi rilascio in fretta.

Nemmeno mi domando quando è che sono diventata così codarda. E se me lo domando, me lo dimentico velocemente.

La chiave sta qui, nel dimenticare con facilità, nel passare oltre e soffermarsi solo in quel tempo che porta da casa al lavoro e dal lavoro a casa. Il tempo della metropolitana, il tempo dell'asciugatrice, il tempo dei tempi morti, dei tempi che non si riempiono davvero.

Anche i bicchieri se ne stanno tutti nella credenza, asciutti. E le lenzuola pulite ci ricordano che sono due settimane che non facciamo l'amore.

Ma voglio lamentarmi di questo? Voglio pesare con la mia stanchezza, i miei malumori e i pensieri di contrasto? Mica sono scema, e siete forse scemi voi? Le cose che grattano sul petto e fanno attrito nel deglutire, quei groppi che sembrano grappoli d'uva bianca lasciati lì a mezza gola. Quelli ormai li riconoscete. I più attenti di voi, almeno.

Non sapete come venirmi incontro, quello no, ma cercate di farmeli scansare, con delicatezza, quel tanto che basta a evitare un'esplosione improvvisa.

Può darsi che mi stanchi tanto apposta.

Può darsi che sia piena di incipit per non arrivare mai al finale.

Può darsi che mi ricordi tutto, ma proprio tutto tutto tutto.

Ma faccia finta che non.

 

 

 

 

Ascoltando Per niente stanca, Carmen Consoli (Confusa e felice, 1997)

venerdì 28 novembre 2014

I’m not that innocent

Perché sei sposato, perché sei sposato e ami tua moglie.

Ecco perché.

Dai, proprio oggi hai aggiornato il profilo con la foto del tuo matrimonio. LA FOTO DEL MATRIMONIO. Che sinceramente a me fa anche un po’ tristezza, che ti devo di’?, ma quella è e c’è poco da aggiungere.

Poi, scusa eh, ma quando finalmente sei riuscito a parlarci gliel’hai subito buttata lì: «Mia moglie ha detto... mi moglie ha fatto...». Questo, a casa mia, si chiama mettere le mani avanti. Parecchio avanti, manco ti avesse gettato le braccia al collo e infilato la lingua in bocca.

Come dici? Ti guarda. No, ti guarda in un modo strano. Ti guarda in un modo che nemmeno tu sai spiegare ma. MA. Me lo dici con tutte le maiuscole. Interessante. MAgari le fai schifo, magari pensa che sei un deficiente, magari non ti guarda affatto o ti guarda come guarda il resto dei suoi colleghi, non ti ha mai sfiorato l’idea, no?

No. È diverso.

Se vabbuò. Quindi?

Quindi in qualche modo lei sta attentando alla tua virtù (risate dal pubblico) e ti devi tutelare, immagino (il pubblico non accenna a smettere).

Ecco perché non la fermerai con una scusa qualsiasi per farle vedere un video imbecille di cui, per altro, dovresti anche vergognarti un tantino. Non cercherai di attaccare bottone ogni qual volta se ne presenterà l’occasione e soprattutto non sarai TU a guardarla. Spesso. E in un modo che nemmeno sai spiegare ma.

MA. Ti chiedi se le maiuscole hanno senso solo per te o se risuonano anche nella sua testa. Ti chiedi se le sarà capitato di pensarti, nonostante tutto (o nonostante il niente, a seconda dei punti di vista). Ti chiedi se è lecito immaginarla così, in modo casuale, appena tangente, quasi per accidente.

Dio, sei un attore e uno scrittore, sei nato per mentire e per mentirti, just go ahead and do it, darling.

No, lascia perdere. Anche se non c’è niente di male ma meglio non spingersi troppo in là. Poi è fidanzata anche lei, no? Sì, è fidanzata e lo sai perché ti sei informato. Però lei non te l’ha detto, non che dovesse, eh... Comunque non ci sarebbe storia in ogni caso, così per dire. Infatti non capisco perché fissarti in quel modo, con gli occhi così spalancati e quell’espressione come di stupore, ma uno stupore bello, quando vi incrociate. E vogliamo parlare del sorriso? Se quello è un sorriso normale, senza retropensieri, allora boh.

Ma insomma no, perché siete entrambi impegnati e perché figurati!

A meno che non sia una roba proprio da film, ma anche no. Una coincidenza di quelle che ti lasciano a bocca aperta e senza fiato, un segno grosso COSÌ, una roba...

Se si è tagliata i capelli. Se quando la vedo si è tagliata i capelli corti.

Solo se si è tagliata i capelli corti.

 

 

Ascoltando Oops!... I Did It Again, Britney Spears (Oops!... I Did It Again, 2000)

 

lunedì 17 novembre 2014

Impeccabile

Ha uno stile impeccabile, porco cane.

E dico porco cane perché io di stile ne ho (sempre modesta, eh), ma impeccabile, ecco, credo di non esserlo stata mai.

Se capite che cosa intendo. Non ve lo devo dire io che per esserlo devi prima pensarlo, poi crederci e infine sentirtici. Alieni, parliamo di alieni.

Come tante, forse troppe cose, l’essere impeccabili è prima di tutto una scelta, un’attitudine, più che un prenderci con quello che tiri fuori dall’armadio. Nel caso di questa signorina trattasi di cabina armadio, ne sono certa.

Una spaziosa cabina armadio. Una cabina armadio grande quanto il mio appartamento, di quelle che vedi solo su certe riviste patinate o nei film orendi come Sex&The City o con un surrogato qualsiasi di Carrie col suo Mr Big a sponsorizzare il tutto (perché, cara la mia paladina del girl power e dell’indipendenza, mi pare che strigni strigni pagasse tutto lui. O mi sbaglio?).

La sua la immagino bianca, immacolata, un tripudio di specchi tirati a lucido e luci sapientemente puntate. Cassetti, cassettoni, cassettini ordinatissimi in cui ogni capo è stato riposto con cura, manco si trattasse degli scaffali di una boutique nel giorno dell’inaugurazione. Profumo di pulito e abiti rigorosamente stirati. Tutti, mutande, calzini, foulard. Sono una persona orribile se dico che se avessi soldi da buttare (nel senso: se vivessi in una situazione in cui non devo decidere se investire 16€ a settimana in un cinema/mostra/teatro/libro o in un paio d’ore di tavola da stiro) ci pagherei senz’altro una donna di servizio che mi stirasse la mia, di roba? Suona tremendamente piccolo borghese? Esticazzi. Mica pulire, mica cucinare! Ferro alla mano e via che si va. Ché io, davvero, tutto ma quello no, non lo sopporto. E poi non sono capace (non che mi sia mai applicata più di tanto, eh). Eimen.

Ma mi starò mica perdendo?

Lei se n’è uscita dalla sua cabina armadio come dalle pagine di un magazine altrettanto raffinato e se ne sta lì, annoiata ma con garbo, perfettamente a sua agio nella camicetta candida, fiocco anni Cinquanta e una mantella blu scuro che mi fa sanguinare gli occhi tanto è bella. La spilla, le scarpe, l’orologio... qualsiasi cosa dannatamente al suo posto, ogni dettaglio che strilla "brava, amica, hai fatto la scelta giusta!", la certezza di mutande e reggiseno coordinati ed eleganti, un profumo intonato a quel modo di essere, tonnellate di crema per le mani cara in modo irragionevole, fazzolettini profumati.

E mentre mi chiedo come si fa, e perché, e poi di nuovo come, Mrs Impeccabile si volta, dandomi le spalle. Allora lo vedo. In mezzo alla chioma riccioluta, morbida, color dell’ebano. Adagiato su quei centimetri di balsamo e delicatezza, capelli di bambola perfetti come chi li porta. Lo vedo (e vorrei ma non posso non): il mollettone.

L’orripilante mollettone per capelli anni Novanta, quello di plasticaccia con i dentini che al 90% so’ pure spaiati perché qualcuno è saltato. Il fermaglio dall’immediato effetto truzzo che tutte, tutte, abbiamo indossato almeno una volta nella vita, e non certo facendo le pulizie di pasqua, lontane da sguardi indiscreti. Dai che ormai pure quell’über-faiga della Cindy ha fatto outing, potete ammettere anche voi di averne sfoggiati di rossi, gialli e verdi, d’estate (una tendenza, ahime, dura a morire), magari abbinati a un bel paio di infradito da città. Orrore. Basta poco per sentirsi Miranda Priestly.

E lei ha commesso questo errore fatale, si è concessa questa caduta di stile gratuita e imperdonabile (a mio parere, non voluta. E anche se fosse voluta ha rovinato tutto lo stesso, OCCHEI?). Proprio lei, Mrs Perfezione.

La guardo e mi viene un po’ da sghignazzare. Perché il mollettone non perdona.

Perché il mondo torna velocemente al suo posto.

E perché mi sa che a volte so’ proprio una stronza.

L’ho già detto eimen?

 

 

 

Ascoltando Non sono una signora, Loredana Bertè (Traslocando, 1982)

 

sabato 8 novembre 2014

Nel tubo

 
Mi dice che non è possibile evitare l’iniezione, che sono lì anche per quello e a un certo punto ci sarà bisogno del liquido di contrasto, per cui tiro su la manica e lei stringe il laccio con decisione.
 
Quando mio zio ci fece il discorsone sulle droghe (che adesso non mi ricordo ma posso ragionevolmente presupporre spaziasse dal fumarsi una canna al farsi le pere, tutto sullo stesso piano), aspettai che finisse senza fare domande – avrò avuto undici anni – per poi rispondere risoluta che non doveva preoccuparsi, ché io in vena non mi sarei fatta mai, mai!, perché gli aghi mi facevano troppa impressione. Povero zio.
 
Mi fanno stendere su questo lettino, prona, in posizione Superman: un braccio allungato davanti con la mano imbrigliata in questo strano aggeggio e quello col tubicino infilato nella carne piegato all’altezza del viso (con la faccia rigorosamente girata dall’altra parte), ma fa male e non so dove infilarlo. Ho dimenticato i tappi per le orecchie per cui c’è questa strana danza del medico e dell’infermiera che si adoperano a infilarmeli mentre dico "ah già, scusate, se mi liberate io...", ma vogliono pensarci loro e ho l’impressione che – così come me li hanno messi – non mi isoleranno proprio da una ceppa. Pazienza.
 
Tanto il problema non è mica il rumore – piuttosto forte e fastidioso, in effetti – quanto la vibrazione continua ogni volta che parte una sessione di raggi. Una roba che mi dà il mal di mare e mi fa venire voglia di vomitare anche quel poco che ho sullo stomaco. No, non è vero. Non è nemmeno la vibrazione, il problema. Ma il fatto di essere infilata in un tubo bianco di metallo, immobile, con la faccia spiaccicata su un cuscino, la claustrofobia che mi martella le tempie e questo campanello per l’allarme che dovevo stringere ed è caduto chissà dove e poi figurati se.
 
Penso al Natale. Penso alla cena di Natale con i nostri amici, a come ero vestita l’anno scorso, a cosa mi metterò quest’anno. Penso che voglio un maglione con le renne, una roba trash e morbidosissima. La torta della Vale, scrivere i biglietti, i regali scemi di Tiger. Madonna che nausea. Provo a stare con gli occhi chiusi ma dopo un po’ non ce la faccio, li apro e vedo solo i quadretti della mia camicia a tre centimetri dal mio naso e se li fisso i colori si mischiano tutti e diobòno ora spaglio per davvero.
 
Che poszione scomoda, con quello che mi sta sicuramente guardando il culo. Mi dico che è proprio un pensiero da fighetta presuntuosa, anche se certi modi di sorridere degli uomini, io boh. Devo scrivere quella mail, devo chiamare mio padre, devo smettere di dire che devo fare cose che poi non faccio. Chissà cosa pensano se muovo i piedi così? Che sto male, che sto avendo un infarto? Io ci farei caso. Mi tireranno fuori? La voce ripete solo numeri e fa la conta delle attese. Ma quanto sarà passato, mi sembrano dodici anni. Venticinque minuti, ha detto. Venticinque minuti sono tanti.
 
Chissà lei quanto c’è stata dentro questi tubi, quando era malata. Quando ti guardano la testa, lì deve essere peso, altroché. Sarebbe bello un weekend a giro in un posto un po’ fuori dal mondo, un vecchio mulino, una casa colonica con qualcuno che cucina da dio, ma anche delle terme belle. Quest’anno ho almeno due anniversari importanti da festeggiare. Devo stare bene. Io mi sento bene per cui devo stare bene per forza. I soldi, che palle ’sti soldi, tanto morire muoio povera. Basta, dai, mi viene da vomitare. Are ere ire la mutina va a dormire.
 
Insomma, venticinque minuti così, ma non ci si capisce comunque nulla e allora ci rivediamo a fine mese. E quando sono le tre del pomeriggio e sto per addentare il primo boccone della giornata succede che l’universo si sveglia e chiamano tutti e i lavori che non c’erano adesso sono tre e il Natale si allontana e mio padre lo chiamo davvero e non mi compro nessun maglione con le renne ma un paio di pantaloni neri.
 
Il giorno dopo mi era passata la nausea e sono andata al museo a vedere le meduse.
 
 
 
 
Ascoltando Do I Wanna Know? Arctic Monkey (AM, 2013)

 

lunedì 3 novembre 2014

I could be brown, I could be blue, I could be violet sky

Dunque, dunque, non so da dove cominciare perché ci sono tante cosine di cui vorrei parlarvi e ne vorrei parlare in un unico post, mica facile. Si tratta di due libri che meriterebbero ognuno un discorso a parte, ma come sapete miei irriducibili 8 lettori (chi siete? Non so cosa vi porti qui però vi vedo, manifestatevi, caz!) produco un post ogni morte di Papa, solo immaginare di scriverne BEN TRE in un’unica settimana mi sembra un’impresa titanica, una roba da dodici fatiche di Ercole, insomma anche no.

Che poi, a essere proprio sinceri, il motivo non è neanche tanto quello, quanto il fatto che più che parlare dei libri in sé, vorrei descrivervi una sensazione che mi è rimasta addosso e condividere una riflessione più generale, ma detto così fa due palle, quindi bòn, cominciamo e vediamo che succede.

Voi che siete tutti sul pezzo conoscerete sicuramente Blue Is the Warmest Color (Le bleu est une couleur chaude) dell’artista francese Julie Maroh – recentemente ospite al Lucca Comics dove ha presentato la sua nuova raccolta di storie in edizione limitata City&Gender (che avrei voluto recuperare in tempo per questo post, ma il mondo è brutto e cattivo quindi bau) – da cui è stato tratto l’omonimo film di Kechiche (quello di Cous Cous, per capirsi), vincitore della Palma d’Oro a Cannes l’anno scorso. [Pausa per respirare e premio numero di link per parola]

Io il film non l’ho visto e vorrei recuperare a dispetto del fatto che, pare, si tratta di una roba completamente diversa e sia uno sfracellamento di maroni infinito, MA ho finalmente letto la graphic novel e mi è piaciuta molto. Molto.

Poi, proprio negli stessi giorni, mi è capitato fra le mani pure The Boy in the Dress (in italiano si chiama – ahimè! – Campione in gonnella ed è edito da Giunti Junior) che nel 2008 ha segnato il debutto letterario dell’inglese David Walliams, fino a quel momento noto ai più come ideatore e interprete della serie TV Little Britain (è inutile che me lo chiediate, non l’ho vista). Lui è uno che in Inghilterra viene definito da molti il nuovo Dahl, continua a collezionare premi letterari, scrivere cose per la televisione e i suoi libri diventano film, sta pure con quella figa di Lara Stone, per cui mi sa che ha già vinto... ma mi sto perdendo.

Questi libri parlano di diversità che è qualcosa di cui so molto e non so nulla. Perché la diversità è un concetto vastissimo e minuscolo al tempo stesso. È una medusa dai tentacoli sinuosi, ipnotici, di quelle che osservi con la faccia appiccicata al vetro dell’acquario e non ti schioderesti mai. Se fossi in mare aperto, però, quella creatura meravigliosa ti farebbe anche un po’ paura, perché le sue propaggini gelatinose sono urticanti e se ti toccano potrebbero farti male.

Per molti la diversità è così, qualcosa che attrae e respinge al contempo. Qualcosa che spaventa (perché disturba e mette in discussione le nostre tutt’altro che solide certezze), ma non si può fare a meno di guardare. E giudicare. Ché tanto il giudizio non implica contatto, anzi, è sulla distanza che agisce meglio: ci avete fatto caso?

Più i giudizi arrivano da lontano, più si gonfiano e assumono il tono e la forza di sentenze senza possibilità di appello. Non ti tocco, non mi contamino, non lo so davvero di che sostanza sei fatto ma ne ho un’opinione insindacabile.

E per lo più cattiva.

Blue is the Warmest Color parla di divesità di genere e omosessualità, dell’amore passionale e profondo fra Emma e Clementine, della difficoltà di accettarsi ancor prima che di farsi accettare, dello scontro con i pregiudizi di amici, familiari e società tutta; i soliti pregiudizi, perché sempre quelli sono, tanto che mi chiedo come faccia la gente ad averne ancora – identici – alle soglie del 2015, fosse solo per la noia, la stanchezza e lo sconforto di sentir ripetere certe minchiate.

Non ho nessun migliore amico gay sensibile che ama la moda e Madonna (scusa S. ma te ti vesti a cazzo di cane e la musica che ascolti non saprei nemmeno come definirla. Baci!) e non mi lancerò qui in una campagna a strisce arcobaleno. Ma il libro mi è piaciuto proprio perché mette al centro sentimenti, sensazioni, un tormentarsi che io – eterosessuale e ormai piuttosto lontana da strazi adolescenziali di qualunque tipo – ho provato e per alcuni versi provo tutt’ora.

E il sesso e l’amore sono cruciali ma c’è di più: la paura di capire e capirsi, il coraggio di esporsi, la coscienza che diventa politica, l’intimità come scudo ma anche come semplice carezza, la solitudine di vivere come e con chi si vuole, di non limitarsi, di non cedere al "così non si può, non si deve, non si fa", cadendo preda del suo esatto contrario.

Cose che sono al centro anche di The Boy in the Dress, un libro per ragazzi di tutt’altro segno: molto più leggero, delicato e ironico, ma non meno forte nel suo genere. Come ci suggerisce il titolo, la vicenda è quella di un ragazzino (Dennis, 12 anni) che ama gli abiti femminili, e non si limita a guardarli di nascosto su Vogue. È gay? No, o meglio boh. Diciamo che non si sa e non lo si scoprirà manco alla fine del libro (anche se c’è chi sostiene di sì) e vi dirò che va benissimo così, fosse solo che quella è l’età dell’esplorazione e delle incertezze, se non è sacrosanto avere qualche dubbio allora, ditemelo voi quando.

Di sicuro Dennis è differente e tale si sente. Rispetto a un padre piuttosto rude, parco di attenzioni e di abbracci, a un fratello altrettanto ruvido e fieramente "maschio", a dei compagni di scuola ignoranti (nel senso più ampio del termine) e facilmente crudeli. Nostante anche lui, come loro, ami il calcio e ne sia addirittura un piccolo fenomeno e di fronte alla bonona dell’istituto sfoderi gli stessi occhi a cuore e le reazioni goffe di chi ci sta sotto come pochi.

Ma quel mondo, il suo mondo, è grigio, regolato da dettami ferrei e stupide consuetudini. Dennis vorrebbe cambiarlo, riempirlo di colori, risate e gesti d’affetto che non conoscano distinzioni, i gesti di cui è rimasto senza quando sua madre ha fatto le valigie, precipitando l’intera famiglia in un buio denso e appiccicoso. Perché non è possibile rompere le regole e, semplicemente, abbracciarsi? Che male c’è a mostrarsi scoperti, bisognosi d’amore e affamati di vita?

Il mondo è bello perché è vario e il conformismo è d’una noia disarmante, ci dice Walliams. Sicché Dennis si traveste e succedono un sacco di casini perché pochi attorno a lui – in primis adulti dal comportamento spesso tutt’altro che esemplare – riescono accettare la sua diversità, anche se raccontata come un gioco divertente, senza retrogusti e prese di posizione. Meno male ci sono gli amici veri e le persone crescono (e nell’arco di queste poche pagine i personaggi evolvono, un altro punto a favore del libro) e a volte l’incoscienza diventa coraggio e viceversa.

Meno male che esistono gli happy end che, per quanto ingenui, danno un segnale di speranza e un messaggio positivo che in certi casi (e, a maggior ragione, a una certa età) servono, secondo me.

I capitomboli, le verità che sono tali solo in parte, la gioia di scoprirsi e la consapevolezza che si può non essere soli, che anzi si può essere amati per come si è e che bisogna concedere e concedersi di farlo. Mi sembra un’idea di una portata e un peso talmente grandi da travalicare ogni confine di genere e orientamento sessuale.

Sarebbe davvero sciocco e presuntuoso pensare il contrario. O no?

 

 

ps: come avrete notato, le illustrazioni de The Boy in the Dress, sono di Quentin Blake. Credo non ci sia bisogno di aggiungere altro.

 

 

Acoltando Grace Kelly, Mika (Life in Cartoon Motion, 2

mercoledì 29 ottobre 2014

Non è tardi

Sicché c’era quest’uomo – questo ragazzo, via, perché avrà avuto sì e no venticinque anni e io di uomini di quell’età ne ho conosciuti ben pochi – c’era questo ragazzo in fondo alle scale della metro che cantava Don’t worry, be happy e intorno tantissima gente. Ma tanta che mi sono sono chiesta “ma dove va tutta ’sta gente di mercoledì sera?” (voglio dire, il cinema costa meno ed è un giorno come un altro, però...), anzi a dire la verità non me lo sono domandato sul serio perché so benissimo che ci sono milioni di cose che puoi fare in Questa Città di mercoledì sera, come nei restanti giorni della settimana, del resto.

Solo che io non le faccio.

Va da sé che m’è partita immediata la bambola su tuttoquellochenonstofacendomacomeproprioioproprioqui.

E in mezzo a tanti pensieri – amari, nostalgici, razionali, consolatori, tristi, felici (“guarda piuttosto quante cose hai fatto”) – si è infilato un ammasso di capelli rossi e riccissimi e pof! Ho smesso di pensare. Tanto c’è poco da sindacare, quando gli occhi ti si riempiono di un’immagine, una sola ma abbastanza grande da colmarli tutti, non rimane spazio per concentrarsi su altro, si guarda e basta.

Inebetita e immobile come in quei film, tantissimi, in cui la protagonista rimane a fissare: 1) un figo della Madonna che fa il suo spavaldo ingresso nella storia (e adesso non la nota ma ehi! Fra un minuto state pur certi che si innamorerà di lei) 2) uno tzunami o qualche altra catastrofe più o meno naturale che si abbatte sulla città e a cui la tipa – non si sa COME data la sua totale mancanza di reazioni – scamperà 3) qualcuno che schiatta, in molti casi il suddetto figo della Madonna con cui nel frattempo la poveretta ha vissuto la storia d’ammmore più sdolcinata, perfetta e dunque improbabile della vita.

Insomma, stavolta ci sono io che scendo lentissima sulle scale mobili (mi dovete immaginare come nella scena iniziale de Le conseguenze dell’amore e con la stessa colonna sonora, please) e questa novella Merida (Brave, anyone?) che sale sulla scala opposta. Un paio di scalini davanti a lei, un ragazzo di cui mi ricordo appena la faccia, ed era un secondo fa. So che sono entrambi giovani, che ridono come cretini e ballano, improvvisando una coreografia demente sulle note del tizio che suona.

Li guardo, li guardano tutti (queste cose non sono forse fatte per essere guardate? Forse sì, ma magari anche no, alla fine). Ed è qui che faccio il pensiero più sconfortante e da vecchia degli ultimi anni: che cazzo succede – penso – che cazzo succede che fino a poco tempo fa era la sottoscritta quella che ballava sulle scale con la gente che si girava e manco me ne accorgevo (o forse sì, vedi sopra)? Insomma, non ho mica l’età per sentirmi pensare così e farmi sfiorare dal dubbio che ho buttato via quella che ero senza avere la più pallida idea di quella che sarò. In ogni caso non si dovrebbero rimpiangere le cose quando si ha tutto il tempo del mondo per farle e, soprattutto, è poi vero che ho smesso di... pof! Spariti i pensieri. Di nuovo e per sempre.

Come nei film, la musica si interrompe di botto e c’è un sacco di gente che spinge e mi ricorda che devo scegliere da che parte andare e per un istante esito e non lo so mica che direzione è, la mia. A volte le cose si fanno in automatico, ritrovare la strada di casa è facilissimo, è un piede davanti all’altro e il tunnel che si apre solo alla fine, oltre quel ponte sospeso nel buio.

Dopo è tutto familiare, come il sapore della sigaretta che non si potrebbe.

Solo che una volta seduta sul letto, non mi è venuto da parlare per un bel po’.

E allora può darsi che mercoledì esca.

 

 

 

Acoltanto Scary World Theory, Lali Puna (Scary World Theory, 2001)

 

lunedì 13 ottobre 2014

These Days



I’ve been out walking
I don’t do too much talking these days
These days...
These days I seem to think a lot
About the things that I forgot to do

And all the times I had the chance to.

I’ve stopped my rambling,
I don’t do too much gambling these days
These days...
These days I seem to think about
How all the changes came about my ways

And I wonder if I’ll see another highway.




I had a lover,
I don’t think I’ll risk another these days
These days...
And if I seem to be afraid
To live the life that I have made in song

It’s just that I’ve been losing so long.

I’ve stopped my dreaming,
I won’t do too much scheming these days
These days...
These days I sit on corner stones
And count the time in quarter tones to ten.

Please don't confront me with my failures,
I had not forgotten them.






Ascoltando These Days, Nico (Chelsea Girl, 1967)

lunedì 6 ottobre 2014

Ma lasciatemi dire

Giuro che questo post si trasformerà in qualcosa di stupidissimo nel giro di poche righe, lo giuro.


Ma prima lasciatemi dire.


Che si fa una fatica boia, pur mettendocela tutta.


Io e te. Da soli. E come Noi.


Si può arrivare in un modo tanto stronzo? Dopo una tirata di luce brillante e due strati appena sulla pelle, io che mi sforzo di vedere il buono anche dove non c’è e per un attimo credo di aver il mondo in mano pur stringendo, al solito, poco o niente. Tu che vabbuò, ma io di te non parlo, non sono mica capace.


Sarà stata quest’estate che non ha avuto voglia di saltare il giro ed è arrivata tardi, infondendo quell’entusiasmo che tanto giova agli inizi, la pelle biscotto fino alla fine e un filo appena di terra sugli zigomi ché sembrava d’essere rimasti in Maremma.


Ma lasciatemi dire che se da una lunga domenica di sole e mercatini, ci si sveglia un lunedì che è ancora buio e piove, piove, piove... Lasciatemi dire che se si oscilla fra l’avere due lavori a testa e il non averne affatto, se la famiglia lontana si trasforma in un bollettino di guerra a cadenza semestrale, se ci sono così tanti "se" che mi stanco persino a scriverne. Be’, qualche madonna poi è il minimo che ti possa scappare.


Allora stasera siamo incazzati in tanti e depressi in di più, l’atunno evoca tutto meno che zucche, camini accesi e vin brulé, calzettoni di lana, caldarroste e foglie che scricchiolano sotto i piedi, cannella e bagni caldi (gli ho elencati tutti i luoghi comuni del periodo? Amiche blogger, non se ne pole più) e Questa Città si fa improvvisamente di piombo. Stasera dovevo solo riguardarmi The Grand Budapest Hotel e non. pensare. a. nulla. #einvece

Di fare qualcosa di produttivo non se ne parla neanche. Affossiamoci completamente sull’onda del "tanto è uguale" e partoriamo nonsense e futulità, diamo un significato a questo atroce 6 ottobre consacrandolo ufficialmente giornata mondiale del fastidio e dell’inconcludenza.

Cosa meglio di una lista inutile, dunque? Anche un po’ per onorare la tradizione delle liste antifèscion, anacronistiche, svogliate e completamente a cazzo di cane, come piacciono a noi.

Si diceva che ho visto tutti i film di Harry Potter e mi sono piaciuti sicché va da sé che qualche gadget a tema mi pare d’obbligo.

Dove andate voi, ridicole fèscion bloggers fiere dei vostri stivaloni da pioggia e della parola zenzero usata a casaccio (un po’ come, immagino, nelle vostre cucine), senza l’indispensabile per affrontare la nuova stagione?

 



Mappe, ci vogliono! E possibilmente magiche. Perché i sentieri si moltiplicano e io mi ero già persa prima di ficcarmici, nel labirinto. Perché le mappe sono belle a prescindere e male che vada ne faremo un oggetto di arredamento dal gusto antico, ché quel giallognolo lì sta bene un po’ con tutto. Perché se solo avessi la Marauder’s Map sarei un pezzo avanti. Nella vita proprio.
 
Poi ve l’ho detto: piove. Cosa è tutta questa voglia di uscire e saltare nelle foglie? Ma state a casa, fate il favore! E trovatevi dei rispettabili passatempi, piuttosto. Gli scacchi – per cui vale quanto appena detto per le mappe – sono uno dei primi, pochi giochi che mi abbia insegnato mio padre e mi cruccio molto del fatto che sono secoli che non ci gioco, secoli. Su questi – bellissimi – non mi dilungo neanche, chi ha letto/visto Harry Potter sa.
 
Se invece dovesse farvi l’effetto "per molti ma non per tutti", eccomi con la soluzione numero due: i Lego (ovviamente ispirati alla saga), qui in versione partita di Quidditch. Si trova la qualunque, dal castello di Hogwarts alla Foresta Proibita, ed è inutile dire che c’è stato un momento in cui li ho desiderati fortissimamente tutti (parentesi: ma costavano così anche quando eravamo piccoli?). Non penso che ci investirò un cent – sai, le priorità – ma mai dire mai.
 
Quello di cui avrei davvero bisogno, è il Time Turner. Funzionante, però. Hermione cara, hai tutta la mia stima. In un mondo perfetto quel prodigioso ciondolo di vetro e metallo dorato rappresenterebbe la mia salvezza nei mesi a venire: clessidra in avanti, clessidra all’indietro, clessidra in avavanti, clessidra all’indietro. Peccato che io abiti in uno squallido mondo di babbani con poca fantasia e allora mai una gioia.
 
Gli orecchini, lì si torna. Un regalino da signorina un tocco più scontato, no? Però questi hanno in sé i doni della morte, sono essenziali, fini e triangolari, non credo di dover aggiungere di più.
 
Come sempre e più di sempre: amen.
 
 
 
 
 
 
 
Ascoltando Ballad of Big Nothing, Elliot Smith (Either/Or, 1997)

 

martedì 30 settembre 2014

I am an outsider, outside of everything (Seconda parte)

Disclaimer: questo post può contenere spoiler per tutti coloro che, come la sottoscritta, abitano nel mondo dei Puffi (ma quelli de La Canzone dei Puffi e John e Solfamì eh, mica de I Puffi sanno e quei troiai lì) e non hanno ancora letto e visto la saga completa di Harry Potter e Il Signore degli Anelli. Sì, esistono e vivono in mezzo a voi, sappiatelo.

Cominciamo col dire che siamo qui per Harry Potter perché la pallosissima saga de Il Signore degli Anelli ce la siamo già lasciata alle spalle e se mai ci torneremo sarà per parlare del libro (si spera in tutt’altri termini). La cosa in sé basterebbe a farmi redigere una recensione (AH AH AH) positiva, davvero il mero accostamento sarebbe sufficiente. MA vogliamo fornirle due argomentazioni (oggi parole in libertà) in croce e spiegare perché ho amato tutta la serie? Daje.

Alla scuola materna ho spaventato fino alle lacrime un gruppo di circa dieci bimbetti di 4 e 5 anni (ne ero il capo e loro erano tutti maschi, poi dicono che il girl power non esiste, tzè) raccontando loro che il pezzo di Lego Duplo che tenevo fra le mani era in realtà una potentissima bacchetta magica con cui avrei potuto immobilizzarli prima e disintegrarli poi.

La memoria potrebbe trarmi in inganno ma ahimè credo proprio di aver usato questo termine. Temo anche di non essermi limitata a parlare di autorevoli maghi/maestri (e chi poteva essere l’allieva prediletta dei suddetti maghi, La Prescelta, indovinate un po’?) e infallibili incantesimi, tirando in ballo pure un universo parallelo popolato da creature mostruose e alieni battaglieri, ovviamente parenti miei. Ma come vi dicevo, potrei anche sbagliarmi.

Comunque. Me lo ricordo bene perché – quando sono arrivate le maestre e hanno messo fine a quel siparietto che doveva evidentemente essere stato molto convincente – l’ultimo a calmarsi è stato il mio migliore amico Giacomo Fortunati. Giacomo Fortunati singhiozzava inconsolabile, farfugliando che lui lo sapeva, che mi aveva visto fare delle cose magiche ma che ora aveva paura che qualche malvagio mago alieno (sic) mi avesse convinta a usare i miei poteri per fare del male, persino a lui. Ci ho messo un po’ a convincerlo che a lui non avrei fatto alcun male.

Alle elementari sono stata un misto tra Yū/Creamy, Pollon e Lamù (potete immaginare quanto ne capissi di tette e reggiseni tigrati, la mia era giustamente una versione da suora laica) e alle medie sono arrivati i giochi di ruolo (dove vestivo i panni di – ma dai? – un’abilissima quanto ambigua maga) e le sedute spiritiche.

Poi è subentrata la realtà. In un modo così spietato che be’, non ci sono stregonerie che tengano a volte, no?

Ma la mia fascinazione per incanti, sortilegi, pozioni e incantesimi ha solo vestito panni più adulti e – nonostante tutto – una massiccia dose di sogni "particolari", piccole grandi premonizioni e uno spiccato, talvolta inquietante, sesto senso mi sono valse l’appellattivo di "stregaccia" da parte delle amiche più strettte (non siamo i tipi da chiamarsi tesorino e pucci pucci, anyway).

 

 
Insomma, lo sapevo, mi sono persa, ma cosa devo dirvi?
C’è tanta magia di quella fatta bene, i personaggi sono ben disegnati (e, Zeus grazie, qui vengono sviluppati, crescono e CAMBIANO nel corso della vicenda), la trama è avvincente e regge fino alla fine (e 7 film – che poi sono 8 – son tanti, eh), gli attori di tutto rispetto e ambientazioni ed effetti speciali non deludono. Cosa volete di più? Leggervi i libri, ecco cosa volete! (Su, tanto lo so che non sono l’unica sulla faccia della Terra che non l’ha ancora fatto)
 
E fate bene, perché se l’ho desiderato a mo’ di riscatto dopo la visione de Il Signore degli Anelli, nel caso di Harry e compagni mi è proprio scesa la lacrimuccia al pensiero di essermi in larga parte giocata il piacere di una lettura di cui – sono ormai sicurissima – avrei goduto assai. #meaculpameamaximaculpa
 
A parte il finale oribbile (ho letto "19 anni dopo" con la morte nel cuore, già sapevo) e l’inutilità di Ron e delle sue smorfie (una sorta di Frodo 2 ma più molesto), ci sono delle chicche irrinunciabili sparse un po’ dappertutto e idoli come Snape (il miglior personaggio della storia, IMHO), Neville e Luna (oh, Luna, tu e le tue stramberie meritereste un post a parte) che non potrete non adorare.
 
 
Ecco, dunque, come procederò nel primo momento di tregua: mi recherò in una libreria qualsiasi per riformirmi dei 7 tomi (la crisi si fa sentire, un Evanesco mi verrà di certo utile), tornerò a casa e mi assicurerò che non ci sia nessuno (Homenum Revelio!) e, in caso di presenze sgradite, mi ricorderò che un Languelingua o un Silenciu non si negano a nessuno e che basta un incantesimo sigillante (Colluportus!) per lasciare il mondo fuori dai coglioni. Dopodiché, sull’eco di un semplice Wingardium Leviosa, verranno a me latte di avena e cereali (a ognuno le sue droghe) e un comodo cuscino su cui poggiare la testa. Adiós.
 
So che sarà bellissimo. Male che vada, qualcuno che mi faccia un Oblivion lo troverò, che dite?
 
 
 
 

Ascoltando Outsider, Ramones (Subterranean Jungle, 1983)

 

 

 

 

martedì 23 settembre 2014

I am an outsider, outside of everything (Prima parte)

Disclaimer: questo post può contenere spoiler per tutti coloro che, come la sottoscritta, abitano nel mondo dei Puffi (ma quelli de La Canzone dei Puffi e John e Solfamì eh, mica de I Puffi sanno e quei troiai lì) e non hanno ancora letto e visto la saga completa di Harry Potter e Il Signore degli Anelli. Sì, esistono e vivono in mezzo a voi, sappiatelo.

Io ero una di loro. Poi tutto è cambiato e nell’arco di – quanto? – un paio di settimane, mi ritrovo a essere una persona diversa, una persona non certo migliore, più corrotta, più mondana, più cialtrona di quanto non fossi già. Che mondaccio. Ma ormai è troppo tardi: ho visto tutto. Tutti i film, intendo. Senza. Aver. Letto. I. Libri.

L’ho detto. Ma soprattutto l’ho fatto. Amen.

Questa cosa mi condannerà a vagonate di insulti, crociate sanguinose intraprese dai fedelissimi del genere e occhiate dall’alto in basso da parte di quelli che "Adesso non mi piace perché è mainstream ma ovviamente avevo letto e guardato tutto per tempo, io". [Quel "per tempo" è da intendersi come un punto qualsiasi nell’arco temporale che va da "Tolkien? Che matte risate quando abbiamo fondato gli Inklings!" a "Io e la Rowling ci siamo bevuti i sussidi statali nei peggiori pub di Edimburgo, che anni quelli!"]

Al solito, credo che sopravviverò.

E, a questo proposito, sto per fare un’affermazione se possibile ancor più azzardata: ho trovato il Signore degli Anelli di una noia mortale. Sì, signori miei, avete letto bene. Ora, è doveroso specificare che mi sono puppata la versione estesa della trilogia e immagino che ciò non abbia aiutato. Nondimeno fatemelo ripetere a gran voce: Che. Due. Palle.

Già vi vedo, incarogniti e pronti a farmi notare quanto il film sia ben fatto (scenografie, costumi/trucco, colonna sonora, fotografia) e che paesaggi spettacolari e "ma lo sai quanti Oscar si sono portati a casa?". Sì, è la saga dell’effetto speciale e c’è un gran dispendio di dollari ed energie, la Nuova Zelanda toglie il fiato e sono film, questi, concepiti per fare incetta di premi.

Ma rimane un film brutto.

Lento, piatto, incapace di affrancarsi dal paradigma che segue: preparativi per affrontare il nemico - dialoghi eterni sulla disparità numerica e relative difficoltà da affrontare (cui ci si oppone con gli immancabili richiami al destino, al coraggio, alla lealtà e ai valori fondanti tutti della società dei buoni) - monotoni speech alla Braveheart (nelle varianti: William Wallace, temperatura ambiente e intimo alla Gandalf) - battaglia sanguinosissima e interminabile in cui i cattivi sembrano sempre avere la meglio e almeno un buono cade eroicamente sul campo - arrivo di qualche alleato/figo di turno/deus ex machina/colpo di culo che fa sì che il nemico venga sconfitto e rimandato a casa, fino alla prossima occasione. So exciting.

Il resto si riduce a, in ordine sparso: sconfinati quanto inservibili spiegoni zeppi di nomi/fatti/cose che non ricorderete mai, flashback a casaccio, piagnistei e momenti strappacore che il latte alle ginocchia che m’è venuto lo sa Zeus, lo sa.

Poi Elijah Wood, parliamone. Ma anche no vai, sono sufficienti tre cose tre: 1) la gamma di espressioni padroneggiate da Raul Bova è più vasta 2) riesce a essere un personaggio inutile pur essendo il protagonista della storia (oddio, riflettendoci questo è un talento non comune) 3) non ha nemmeno la scusante di essere discreto. Con quella smorfia tragica e gli occhi costantemente sbarrati; ho capito, sono enormi e blu, ti sembro impressionata? NO. E allora sparisci sul Monte Fato insieme all’anello e non rompere i coglioni.

Io sono sicura, sicurissima, che i libri siano davvero validi e molto più che degni di essere letti. Anzi spero di farlo un giorno non lontano e di cancellare così il ricordo di questa versione. Perché quella cinematografica, ragazzi, è una cosa tremenda. Manca di ritmo, credibilità (sì, anche un film fantasy può essere credibile), cuore. È solo Hollywood nella sua accezione più scontata e insulsa.

Persino gli sforzi del divino Legolas – quel bono di Orlando Bloom qui in versione elfo troppo biondo ed effemminato per essere materassabile – sono vani. Riesce a non smuovermi un pelo manco Viggo Mortensen che, voglio di’, anche con la lebbra di solito. La pace dei sensi.

Insomma. Per me è no.

La parte più divertente di tutta l’esperienza è stata, dopo, andarmi a vedere meme a tema in giro per la rete, io che in genere le odio queste cose! Sarà che ero talmente delusa e tediata da aver bisogno di una sorta di riscatto, chiamatelo rispondere allo sdegno con lo sdegno o semplice voglia di farsi una risata cretina. E allora... ecco. Adieu.

A presto con la seconda parte: Harry Potter. Quella, amici, è tutta un’altra storia.

 

 

 

 

Ascoltando Outsider, Ramones (Subterranean Jungle, 1983)

 

 

 

 

sabato 13 settembre 2014

Le vent se lève, il faut tenter de vivre

Mentre scrivo l’aria è elettrica e l’alberello davanti alla finestra agita le fronde verde rame come se a scuoterlo fossero la mani pesanti di un gigante incazzato. Le nuvole sono cariche di pioggia e credo che alla fine non uscirò.

Ho la testa piena di tante cose, come sempre, ed è passato tanto, tanto tempo dall’ultima volta che sono stata qui. È questo "tanto" che spesso mi spaventa. Questo vedere tanto, sentire tanto, leggere tutto, dentro e fuori dalle righe, dalle cose, dalle persone.

Ho provato a fermarmi un po’ e a tornare indietro, ma ho scoperto – e sai che novità – che dalla propria storia c’è poco da allontanarsi. Allora sto cercando di prendere un respiro grande, profondo. Sto mettendo insieme un bagaglio di ispirazioni, lucidità e impazienza. Mi ripeto di frequente ciò che mi è mancato e mi manca, e in quest’immaginaria lista della spesa provo a includere davvero tutto, anche e soprattutto le cose che non si possono dire a voce alta.

Perché a forza di non essere pronti (e gli anni passati a gridare «estote parati!» come un’invasata lo sa Dio se mi avevano insegnato il contrario) finisce che è la vita a sorprenderci impreparati e boh, lo vogliamo davvero? Io forse no.

Ho letto questo libro che poi sono due, Boy e Going Solo, l’autobiografia di Roald Dahl di cui oggi si celebra il 98esimo compleanno. Lui è morto a Oxford quando di anni ne aveva 74 ma l’eredità che ci ha lasciato, come si dice in questi casi, non ve la devo spiegare io.

Quello che invece vi voglio raccontare è come ci si sente a leggere qualcosa di così vivace, autocelebrativo, sarcastico, sorprendente, asciutto, puntuale, commovente, denso. Trasmettervi la gioia di quelle risate che sgorgano spontanee e il senso delle ore e dei minuti che si dilata come in quei pomeriggi infiniti di bambino, quando leggere poteva davvero durare tutto il tempo del mondo e non c’erano compiti, scadenze, sensi di colpa, robe più importanti dell’essere lì, in quel momento, con una storia fra le mani fatta solo per essere assaporata.

Giuro che non vuole essere il solito pippotto nostalgico e si stava meglio quando si stava peggio, giovini e spensierati, no! È che si è trattato proprio di questo: la sensazione di trovarsi di nuovo lì, così dentro le parole, in una vita distante nei modi e negli anni ma che in qualche modo risuona con una certa familiarità. Mi ha sorpreso il fatto di appassionarmi tanto a un racconto autobiografico (non vado matta per le biografie, io) e la gioia di perdermi fra le pagine con un gusto per le vite degli altri che, lo ammetto, avevo smarrito da un po’.

Con quei bambini che sono sempre meravigliosamente perfidi o ingenui e creduloni da spaccarti il cuore (o anche, più spesso, tutte e due le cose). Con gli adulti che ci fanno sovente la figura degli imbecilli, con vagonate di ricordi talvolta spiacevoli – ché l’infanzia non è tutta spensieratezza, caramelle e baci – ma anche teneri (la figura della madre darà un nuovo senso alle parole rifugio e sicurezza e se avete letto Le Streghe capirete da dove sbuca quella figura meravigliosa che è la nonna) e assai spassosi.

E poi, che ne so, saranno state le vacanze e l’avere modo di non fare nulla per davvero, dormire molto senza sognare, la cena pronta e la sabbia nelle pagine che parlano di dune e di Africa e di voli.

In questo libro si vola tanto, perché Dahl è stato un pilota appassionato, ha fatto pure la guerra e in Going Solo ce la racconta, portandoci molto in alto ma anche – inevitabilmente – molto in basso. Ci sono episodi e personaggi ai limiti dell’assurdo e talvolta si ha la netta sensazione che sì, ce/se la stia proprio raccontando, ma si finisce per credere a tutto, tutto-tutto-tutto come abbiamo creduto alla pozione fabbricatopo a scoppio ritardato, ai biglietti d’oro nascosti nelle tavolette Wonka e al tremendo strozzatoio, ai popolli e ai cetrionzoli.

E poi c’è l’avventura, il senso dell’avventura che pervade tutto il racconto. E io all’avventura ho scoperto di non resistere. Che si tratti di infilare topi morti nei barattoli luridi di una zozza venditrice di dolciumi (gli Sporcelli mica sono nati a caso, ve’) o di rischiare la pelle colando a picco sul deserto libico.

Tanto non c’è niente da fare, puoi avere tutte le paure del mondo ed esserti perso mille e una volta, smarrendo persino il senso di quel cercare. Può esserci della ruggine alta due dita sugli ingranaggi e un mucchio di polvere che ti riempie le tempie e il petto. Ma quando il vento decide di alzarsi – e va’ là che prima o poi succede – non ti resta che prendere la rincorsa.

Succede che non hai scelta, quando il vento si leva.

Altroché.

Si vola e si deve volare.

 

 

 

 

Ascoltando It’s Time to Stop Living in the Past, Isn’t It? (Originally from Pom Poko), Anime Kei (A Tribute to Studio Ghibli, 2013)

 

mercoledì 23 luglio 2014

E la chiamano estate

Ricordi

quando scappavo al lago e venivo a scrivere di te.

Mi sono sempre portata dietro questo modo di andare via,

un passo che somiglia all’ammassarsi delle nuvole prima del temporale

silenzioso eppure già carico di lampi improvvisi, di scrosci furiosi, di tuoni da far tremare la terra sotto i piedi.

Quel chiudersi la porta alle spalle come un’urgenza

ora o mai più, che tra un secondo è già tardi

il mondo ha fatto una capriola ed è tutto capovolto.

Nulla è più al suo posto, proprio nulla.

È così nella mia testa, dove tutto si rovina facilmente ancor prima di cominciare, la mia testa capace di meraviglie ma anche di inferni da cui è davvero, davvero difficile uscire indenni.

Ma insomma, dicevo, ti ricordi?

Che l’atmosfera era più o meno quella di oggi, il taccuino e il cellulare spento e le sigarette.

Mi chiedo cosa ci faccio col tabacco ora che ho smesso di fumare e il quaderno, io che non so manco più tenere una penna in mano, scrivere poi, figuriamoci.

Ti ho sempre detto che conosco il linguaggio delle anatre e che da piccola, sui monti, fischiavo alle marmotte e mio padre mi sorrideva dalle ferrate. Magari è pure vero e comunque era parecchio tempo fa.

Adesso trovo più semplice spendermi sulle coppie per mano, spiare le amiche coi calici di vino che si leggono le frasi dei libri, i ragazzi che corrono e i vecchi che si siedono lenti lenti, quasi assorti, sulle panchine.

Certo che ci penso a tornare a casa.

Ci penso tutti i santi giorni

da un po’.

Ma davvero non l’hai ancora capito che è la cosa che mi fa più paura al mondo?

Io forse l’ho sempre saputo

ma non era mai stato così chiaro fino a un minuto fa, quando mi sono seduta sul legno che s’affaccia sul lago (e non è buffo che sia stato proprio tu, a dirmi di venire?) e ho osservato quel profilo verde e castano schizzare da una sponda all’altra e veloce planare sull’acqua con l’inevitabilità dello schianto.

Rimanere immobile per un istante, spiazzata, incerta sulla direzione, apparentemente dimentica di cosa l’aveva spinta fino a lì.

Poi, come un colpo di vento, con l’aria che si alzava e i dintorni a placarsi, il cielo riverso sulle cime dei salici, darsi una spinta e ripartire, assecondando la corrente.

[Se lo domandano mai come si fa, quelli che nuotano davvero? Voglio dire, è come quando impari ad andare in bicicletta che poi ti viene naturale? Perché io ogni volta me lo devo ricordare come si sta a galla e spesso mi prende il panico di andare giù.]

L’orizzonte si carica di ore incerte e forse torneremo qui anche noi col vino e le mani intrecciate.

Ma lo so che devo andare da sola e che non si tratta solo di una vacanza.

Allora accendo un’altra sigaretta e spero forte, fortissimo di trovare il coraggio di partire, di lasciarmi tutto alle spalle, di tornare e di non trovare più nulla così come lo conosco.

Eccetto te.

E la voglia di raccontarti dove sono stata.

 

 

Ascoltando Think Twice, Groove Armada (Lovebox, 2002)

 

giovedì 10 luglio 2014

Piccole donne crescono (Mentre voi)


Mentre qui (non) si smuovono situazioni, il tempo vola, il caffè si fredda e si impongono decisioni.
Mentre i bocconi sono indigesti, gli slanci inutili, i pensieri ingarbugliati.

Una famiglia in attesa a un capo del telefono, all’altro amici a fare il tifo e nel mezzo volti e discorsi che scivolano fra le mani come farina. Con quel fastidio che ti rimane attaccato alle dita e la promessa di qualcosa di buono che non basta a placare il desiderio di lavarle in fretta, strofinare forte, cancellarne le tracce sul tagliere e nel lavello.

Diobòno che palle vivere così, come si fa da adulti, quando non riesci a tradire quei desideri di mezza estate ma il giudizio è troppo forte su tutto e su tutti. Quando il pensiero malvagio sei tu che ti sei dimenticato chi volevi essere ma non abbastanza da lasciarti vivere.

Intanto in Questa Città è tornato l’inverno, bevo soya cappuccino come se fosse una cosa normale e se vedo qualcuno entrare dalla porta del caffè abbasso lo sguardo e non saluto come una cafona qualunque e non mi sento stronza nemmeno un po’ e penso che devo stare attenta perché potrebbe anche cominciare a piacermi, questa cosa.

Mentre voi vi rimettete in forma, pensate al mare e alle solite minchiate che si trascina dietro luglio, io ho smesso di allenarmi perché gli addominali erano quelli di una ginnasta e i muscoli si tendevano forti ovunque, anche dove pensavo di non averne, con una velocità, con una necessità che mi ha fatto spavento.

Cosa vi devo dire, mi è presa voglia di essere debole. Debole, sì.

A un certo punto devo averlo persino detto a voce alta, con un tono da esaurita che avrebbe fatto impallidire mia nonna. Che se potessi tornerei a farmi coccolare, rimpinzare come un maiale e tutte quelle cose da bimbetta viziata che non mi sono concessa mezza volta in vita mia.

Il lusso della debolezza.

Mentre la gente mangia bene, legge bene, lavora bene, ama e si fa amare.
È aperta una pizzeria buonissima proprio sotto casa e io non vivrei d’altro.
Mentre fai la valigia e ti prepari – anche tu – al vento pulito che soffia al di là del canale.
Aladdin, gli Hunger Games, Il Buio oltre la siepe e persino Dirty Dancing.

Mentre si impone la necessità di vivere così, come si fa da adulti.

Il cartone della pizza e il proiettore.

Le foto venute male.

Piccole donne che si rifiutano, ostinate, di crescere.

Ma sanno che è arrivato il momento.







Ascoltando Acqua stagnante, Daniele Silvestri (S.C.O.T.C.H., 2011)


mercoledì 25 giugno 2014

E sorridevi e sapevi sorridere


È arrivata con tre ore di ritardo e ha invaso la casa di parole e risate.

Le osservavo le mani cariche di anelli tormentarsi senza posa le ciocche turchine, le gambe sottili incrociate sul parquet, gli occhi trasparenti, lo sguardo fresco e sempre in movimento. Ho pensato all’acqua del torrente dove si andava a fare il bagno di giugno; ho pensato che era bella e molto, molto dolce.

Ci siamo innamorati all’istante, tutti quanti, anche se di cose molto diverse.

Esplosa nella tua giovinezza di curve veloci e spigoli che sono appartenuti anche a me. All’apparenza risoluta e in realtà fragilissima, un manuale di quei vent’anni 2.0 che suonano così diversi dai nostri e che alla fine boh, mi sa che che i nodi sono quelli e i geni pure.

Ma come fanno le mamme?

Qualche volta penso a come fanno le figlie. Ci penso perché non lo so. A comprare i vestiti, a litigare forte e fare pace velocemente, a dirsi poco ti voglio bene o a dirselo tantissimo, invece. A quel modo di commentare il mondo che è loro soltanto.

Io con lei mi sento vecchissima e saggia e dispenso consigli senza accorgemene e senza volere. Io con lei fumo anche se ho smesso e compro tante cose perché insieme ci piace proprio tutto e le faccio fare merenda con le crêpes alla Nutella come quando avevo quindici anni e me la porto a mangiare il sushi col vino buono e la ascolto fino a che non ce la faccio più.

E qualche volta riesco a respirare, anche se non prendiamo fiato mai.

C’è stata una storia per ogni treno perso perché è più facile che tutto diventi un’avventura, quando sei disposto a crederci. Decine di incontri da celebrare e promesse di futuro a ogni angolo.

Per lunghi attimi mi sei sembrata indistruttibile davvero, difficile da riacciuffare per tangenti che mi sono lasciata alle spalle, detestabile persino, in quella che è una sacrosanta mancanza di esperienza. Ché diobòno la vita è lunga, deve esserlo per te, sirena meravigliosa.

Quando ha cominciato a tremarle la bocca ho capito che era tempo e ho temuto di non essere all’altezza di quella fiducia cieca e disperata. Ho avuto paura di non essere più necessaria. Per poi realizzare – con sorpresa e infinita gratitudine - che le bastava avermi lì, armata di nulla, solo un po’ più consapevole che ce la caveremo anche così.

A vent’anni non ti servono risposte e, se stai cercando bene, sono le domande giuste, quello di cui hai bisogno. O di qualcuno che ti fa fermare un momento, dicendo che non è tempo né per le une né per le altre; che ti mette la mani sulle ginocchia e ti sussurra con tutta la verità di cui è capace che troverai il tuo posto nel mondo. No matter what.

Sei arrivata con tre ore di ritardo e hai invaso la casa di parole e risate e ora se ne stanno tutte lì, fra il telefono e il cuore, dove è difficile andarle a cercare. E chiedersi come fanno le mamme, sentirti un po’ sorella e un po’ figlia e benedire quella scia magica che ti sei lasciata dietro.

Fresca, trasparente e sempre in movimento; acqua di torrente.

Come te.

Come di giugno.




Ascoltando Farewell, Francesco Guccini (Parnassius Guccinii, 1993)


lunedì 9 giugno 2014

New York, New York


Dicono che faccia bene, a volte, prendersi una vacanza dalla vita.
E che non c’è posto migliore per perdersi e ritrovarsi.
Che le si appartiene istantaneamente anche se lei non ci appartiene e che c’è qualcosa nell’aria che che rende il sonno inutile e ti impedisce di fermarti anche quando hai le gambe molli e il ronzio nelle orecchie.


Io non ne so nulla, mai saprò nulla, di questa città. A fatica riesco a metterne insieme dei pezzi piccolissimi e mi sembra che sia passato un secolo ed era ieri. I nostri occhi che si fanno grandi e tondi per coprirne la superficie, la pioggia che ci lava di dosso le promesse dell’amore, il senso di aver già visto tutto.

Eppure macinare chilometri e mappe ché non si è ancora goduto di niente e pentirsi del biglietto di ritorno ancora prima di partire.


 
Non è vero che a New York puoi essere qualsiasi cosa, ma puoi immaginarlo, quello sì, come e meglio che in qualunque altro posto. Perché l’effetto cinema si fa sentire forte e hai sempre la sensazione di guardarti dal di fuori, mentri cammini fingendo di esserci nata, ché non sei mica come i tanti di passaggio, tu; ammassati sui luoghi comuni, quelli che sanno dove andare e cosa provare, che si muovono al ritmo di playlist fatte da altri e fanno milioni di foto quando a te non resta che il tempo di respirare e ti viene da piangere ogni volta che ne sprechi un istante per fare uno scatto.

Poi penso che adesso c’è un pezzo di me che se l’è scelta come casa e comincio a trattenere il fiato.

I posti belli non andrebbero fotografati, proprio come le persone.

 

Ascoltando New York, Cat Power (Jukebox, 2008)