domenica 15 dicembre 2013

The Drowned Man: A Hollywood Fable


Percorriamo a piedi un lungo corridoio immerso nella quasi totale oscurità.

Nella stanza spoglia alla fine del percorso, una donna vestita di nero, il volto coperto da una maschera, ci dice che anche noi da questo momento dovremo indossarne una e che è severamente vietato parlare con chiunque ci circondi, pena l’espulsione dall’edificio.

Benvenuti nei Temple Studios, monumento decadente dell’età dell’oro hollywoodiana: siamo nei primi anni Sessanta, quelli dei lustrini e delle bollicine che fanno girare la testa, dei produttori dalle mani lunghe, le attricette di belle speranze e le dive che con la D maiuscola.

Cade a pezzi ma c’è tutto: i teatri di posa, gli uffici e i camerini, la sartoria, la stanza delle parrucche e quella per gli oggetti di scena. C’è una grossa insegna all’entrata e uno spesso cancello di ferro che separa questo mondo (apparentemente) dorato da quello molto meno glamorous, sporco e ruvido della vita fuori dagli studi.
Un Far West, esteticamente e metaforicamente parlando, in cui si tira avanti tra bevute al bar, passioni brucianti e insignificanti sveltine, affari sporchi e scazzottate.

La voce fuori campo di Mr Stanford, il boss degli Studios, ci invita a non abbassare la guardia mentre si spalancano le porte del suo universo che, per le prossime tre ore, sarà anche il nostro.

Un paio di minuti più tardi, un vecchio ascensore industriale si trascina lento per i piani di un enorme palazzo abbandonato, traghettando una quindicina di sconosciuti senza volto verso il loro destino.

E il destino di ognuno di noi è diverso perché ciascuno è artefice della propria sorte, in The Drowned Man; in questo sta la prima differenza con uno spettacolo canonico, dove allo spettatore comodamente seduto in poltrona non si chiede altro che un po’ d’attenzione e, auspicabilmente, un minimo di partecipazione emotiva nei confronti di ciò che accade in scena.

Qui non c’è nessun palcoscenico: ci sono quattro piani (e più di cento stanze) di un ex-deposito di smistamento della Royal Mail, vicino a Paddington Station (Londra), che gli spettatori sono liberi di girare a loro piacimento e la storia bisogna andarsela a cercare perché nulla è offerto su un piatto d’argento e in fondo – come ci ricorda la voce che ci accompagna lungo il tragitto – la fortuna aiuta gli audaci.

Che poi una trama ci sarebbe anche, dal momento che The Drowned Man è liberamente (molto liberamente) ispirato al Woyzeck di Buchner e vede intrecciarsi le storie di ben due coppie fedifraghe: quella tra l’ingenua debuttante Wendy e il commediografo squattrinato Marshall che si fa sedurre da Dolores, attrice navigata e fascinosa, e da tutto il mondo di eccessi che la circonda e l’amore infelice tra William e Mary in cui è quest’ultima a cedere alle lusinghe dell’audace cowboy che gestisce il drugstore della città.

Entrambe sfociano nella tragedia, con la scoperta del tradimento e l’uccisione del/la compagno/a.
Ma in questa macro–trama se ne innestano decine di altre e ogni spettatore assiste, in pratica, a uno spettacolo differente, in base agli attori incontrati e ai luoghi visitati durante la permanenza nel gigantesco fabbricato.

Di più, a parer mio la “storia” è davvero l’elemento meno significativo di tutto il prodotto: perché è sostanzialmente difficile seguire anche solo un intreccio dall’inizio alla fine, perché – anche laddove si riesce a cogliere il succo di una scena – i protagonisti fanno di tutto per alimentare l’idea che ci sia dell’altro e si ha sempre la sensazione che sfugga qualcosa di determinante, perché i dialoghi sono ridotti all’osso e ciò che vediamo sono, di fatto, delle brevi performance di teatro fisico a sé stanti, perché – DICIAMOLO – se c’è un piano in cui lo show dei Punchdrunk è piuttosto carente, è quello drammaturgico.

Per cui ecco, ho goduto immensamente delle coreografie e della bravura degli attori tutti, ma dal punto di vista dell’azione “pura” sono rimasta delusa e capisco la frustrazione e il disappunto dei tanti che si aspettavano qualcosa di più coinvolgente.

Però.

Però poi c’è il sogno (direi il trip allucinogeno, ma suona ancora più bimbominkia) e se un minimo di curiosità, stupore bambino e voglia di farvi suggestionare sono sopravvissuti ai vostri anni (che saranno comunque sempre troppi per lasciarvi andare come dovreste) non potrete fare a meno di sgranare gli occhi e farvi scappare diversi “oooh!” di sincera meraviglia.

Immaginate di entrare in qualcosa che sta a metà strada tra la casa stregata e quella degli specchi del luna park, un set cinematografico in cui David Lynch e Lars von Trier si danno amichevolmente il cambio alla regia e uno di quei sogni (o incubi) da cui ci si sveglia sudati e confusi, portandone le immagini attaccate addosso per il resto della giornata.

Ed è tutto REALE.

Cioè, è talmente ben fatto che potrebbe esserlo.

Ci sono case, fontane, roulotte, bar, cripte, negozi ricostruiti nei minimi dettagli. 
C’è un cinema che proietta un film horror, un bosco immerso nella nebbia e un deserto con la sabbia che ti entra nelle scarpe.
Ma non sono scenografie posticce, sono stanze vere, con oggetti veri e incredibilmente aderenti al contesto e all’epoca in cui è ambientata la pièce. Da perderci la testa.

E se non dovesse essere abbastanza (sarò mica l’unica sulla faccia della Terra che avverte, costante, il bisogno di quel piccolo passo in più?), ci si può anche spingere oltre: perché ci sono milioni di mondi dietro a un paio di tende rosse, cantine, labirinti, tunnel che si diramano sotto le dune cui puoi accedere solo se hai un occhio di falco e sei disposto a gattonare, passaggi segreti nascosti sotto le cabine del telefono.
Non so voi, ma per me anche solo l’idea è un invito a nozze e i momenti in cui ho goduto di più sono stati proprio quelli in cui mi sono trovata da sola a esplorare qualche angolo recondito dell’edificio.



In barba alle orde di persone che ho visto spintonarsi l’una con l’altra, accalcandosi attorno ai protagonisti per non perdersi le “scene clou” o tallonare in decine gli stessi attori (in genere quelli “principali”), come un branco di pecore, nella speranza che accadesse qualcosa.

Raga’, tre punti abbastanza fondamentali: 1) teatro immersivo significa sì che è desiderio/tentativo/scopo ultimo della compagnia creare un’esperienza in cui lo spettatore si possa calare a tutto tondo, ma voi per primi ci dovete mettere del vostro sennò bau, 2) come nella vita: se vi limitate a seguire il flusso e non usate tutta una serie di cose come intuito, gusto (vostro, eh!), sensibilità, curiosità, intelligenza... come sperate di godervela? 3) so che siete stati attirati come mosche dall’elemento interattivo, che avevate letto che se un performer vi avesse guardati dritti negli occhi e presi per mano avreste potuto godere di un inusuale ed emozionante tête-à-tête, ma secondo voi quante possibilità ci sono se fate la fila indiana dietro al più gettonato degli attori, sgomitando come le vecie al banco dei formaggi? Dai.

Io si sa, sono antifèscion e bastian contraria dentro, e il mio girovagare discreto e volutamente solitario è stato premiato non con uno ma ben due dei sopracitati “incontri privati”. Rosicate, sopravviverò.

Non starò qui a raccontarveli per filo e per segno (in caso chiedete e vi sarà dato), vi basti sapere che – fatta eccezione per la particolarità del momento e l’ambientazione da paura – non ne sono uscita così impressionata.

In uno ho avvertito scarso coinvolgimento, troppa attenzione alla forma e poco alla temperatura della situazione, insomma meh; nell’altro, al contrario, di coinvolgimento ce n’è stato pure troppo (l’attore mi ha quasi infilato la lingua in bocca sotto lo sguardo incredulo di un’altra spettatrice), ma la sensazione ultima è stata quella di un improvvisare piuttosto mal riuscito, un contatto forzato, un’occasione mancata.

Vero è che non ero all’asciutto a livello di esperienze di teatro interattivo (che ho avuto la fortuna di sperimentare da entrambi i lati del palcoscenico) e ammetto di essere una spettatrice piuttosto rompicogl esigente.

Però boh, con tutti i mezzi che questa ormai acclamatissima compagnia ha a disposizione (e quello che ti fanno pagare per vedere le loro creazioni, mortacci loro), direi che potrebbero spremersi un pochino di più le meningi e montare una roba che stia in piedi e ti faccia appassionare a quello che accade, oltre che a quello che vedi.

Quello che vedi davvero ti lascia a bocca aperta; ci sono cinquemila riferimenti letterari, cinematografici e musicali da cogliere, un’atmosfera sospesa, cupa, sensuale e violenta, e un impianto sonoro stupefacente.

The Drowned Man è qualcosa che non capita tutti i giorni: è entrare (finalmente!) in un nuovo videogioco con il cuore in gola e il petto gonfio di aspettativa. Ed è bellissimo esplorarne tutti i livelli, aprire le botole, raccogliere gli indizi.

Ma se poi succede poco o nulla e non capisci bene dove si va a parare, il rischio è quello di arrivare alla fine deluso e un tantino annoiato e quel “GAME OVER” che all’improvviso si illumina sullo schermo e ti richiama alla realtà non è poi una tragedia.



Ascoltando Crazy Clown Time, David Lynch (Crazy Clown Time, 2011)




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