sabato 30 novembre 2013

This Ain’t California


C’è un Paese diviso da un muro e tre ragazzotti cresciuti “dalla parte sbagliata”.

C’è un’invenzione bellissima che li fa scendere in strada e uscire di testa: una tavola di legno con quattro rotelle che serve ad andare veloce, saltare alto e cadere forte, con le ferite che bruciano e fanno sentir vivi.

Perché muoversi, giocare, sentirsela addosso quella vita che scalpita sotto pelle sono urgenze incontenibili a una certa età, tanto più per chi vive in una città che è un cimitero di cemento e facce grigie, in cui l’unico modo di andare avanti è marciare al ritmo degli slogan di propaganda promossi dal regime e anche lo sport diventa uno strumento per ossequiare il potere e uniformarsi alla società.

Siamo nella Repubblica Democratica Tedesca tra la metà degli anni Settanta e la fine degli Ottanta; Nico, Dirk e Dennis/Panik trovano nella tavola da skate lo strumento per ribellarsi a un sistema opprimente, rompere le regole e sottrarsi alla pressione di un mondo che li vuole isolati, sorvegliati e tenuti a bada come bestie altrimenti pericolose (la parola Stasi vi suggerisce qualcosa?).
Si parte con i filmini della loro infanzia girati nella periferia di Magdeburg e si seguono i protagonisti nel trasferimento a Berlino e nella scoperta di un’intera generazione con la stessa fame di vita e ribellione che diventa collante e motore dell’esplodere del fenomeno dello skateboarding e di tutti i movimenti di controcultura dell’epoca (il punk, l’hip hop, la breakdance), fino alla caduta del Muro.

Nel 1989, infatti, questa parabola raggiunge il punto più alto per poi precipitare veloce, e con essa le vite dei tre ragazzi e dei tanti incontrati lungo il cammino.

Li ritroviamo nel 2011, in occasione del funerale di Dennis che, come emergerà dalle loro memorie, di quel momento magico è stato protagonista indiscusso e la cui morte da soldato al servizio dell’esercito tedesco in Afghanistan marca in maniera ancora più evidente il confine tra due universi: quello dell’adolescenza in una Germania dell’Est che mai avremmo immaginato poter essere scossa da una piccola, grande rivoluzione underground come quella descritta nella prima parte del film e quello del “dopo la caduta”, dove il passaggio all’età adulta coincide con quello storico, epocale al capitalismo e a un tipo di società inimmaginabile fino a poco tempo prima, per ciò tanto più drammatico e disorientante.

Marten Persiel costruisce questa favola punk (come è stata definita dai più) mescolando sapientemente documenti di repertorio (pellicole d’epoca e centinaia di super 8 che racconta di aver acquisito nientemeno che da uno dei tre protagonisti del lungometraggio) e scene/filmati ricreati ad hoc (e a regola d’arte, c’è da dire), dando l’illusione di assistere a un incredibile, appassionante documentario.
In realtà di fiction si tratta (anche se il regista ci tiene a precisare che ha soltanto romanzato un po’ fatti realmente accaduti) e questo non ha mancato di creare qualche polemica attorno al film (se vi interessa, guardate qui).


Dal canto mio confesso che la cosa non mi sconvolge né scandalizza; il fatto che le vicende siano inventate nulla toglie alla loro potenza evocativa, carica poetica e capacità di coinvolgere ed emozionare.

Perché se l’infanzia e l’adolescenza sono delle vere e proprie imprese, raccontarle senza scadere nella rievocazione scontata e melensa al limite del sopportabile è oltre modo arduo. E This Ain’t California ci riesce, pur non risparmiandosi in termini di amarcord.

Con il ricordo nostalgico e una malinconia lieve e struggente al tempo stesso che ti attanaglia lo stomaco dall’inizio alla fine del film.
Con quella fratellanza nata nei cortili e proseguita sulle strade che fa appannare gli occhi anche ai più ruvidi dei maschi seduti in sala e una colonna sonora che non dà tregua ai muscoli – cuore compreso – e fa ballare sulla sedia e tendere le orecchie e sciogliersi, al momento giusto.

Ma, più di tutto, con la straordinaria capacità di portare sullo schermo in maniera mirabile l’energia, la rabbia e quel misto di delirio di onnipotenza e assoluta inettitudine allo stare al mondo che chiunque abbia vissuto un’adolescenza degna di questo nome non potrà non ricevere come un pugno nello stomaco.

Chi è cresciuto con la sua California nella testa e nelle scarpe, chi ha fantasticato, distrutto e provato a sovvertire anche solo una piccola parte di mondo sotto sotto se lo ricorda come ci si sente e capisce quelle fughe, quelle urla, quei baci; trema di fronte alla caduta finale, di fronte alla resa di questi sbrandellati super eroi che in fondo è anche la propria.

La politica e la Storia con la S maiuscola ci sono e si fanno vedere, ma quel che resta e che arriva davvero è l’eco di tante storie private, intime prima e universali poi, che esplodono con la forza roboante ed effimera di tanti fuochi d’artificio. 
Adulto, li guardi a bocca aperta, con stupore e qualche sussulto, poi, in un istante, le fiammelle si spengono e il cielo rabbuia.

Imprigionate negli occhi l’immagine di un treno, del vento sulla faccia, delle discese veloci e nel petto un groviglio di sensazioni che ti fanno sentire disperato, confuso, euforico, arrabbiato, carico di passato e di vita davanti.

E importante.

Come tanto, forse troppo, tempo fa.



Ascoltando Schreib es mir in den Sand, Frank Schöbel (Wie ein Stern, 2002)




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