sabato 23 novembre 2013

In ottime mani


Frankie (sì, così) ha i capelli biondo platino e le labbra rosse perfettamente disegnate, un camice rosa che si colloca a metà tra Barbie Infermiera e la vogliosa (perché è vogliosa, ve lo dico) casalinga di Voghera e il sorriso incerto dell’ultimo arrivato.

Mi fa accomodare in una saletta bianco latte piena di poltroncine zebrate e gente che armeggia con spazzole, phon e spray per capelli, allungandomi una tonnellata di riviste di moda e un caffè bollente.

Brava, Frankie, è così che si fa.

Per rassicurarla, le dico che non sono una cliente esigente e che, soprattutto, non voglio nulla di complicato: sto facendo allungare i capelli e l’unica cosa di cui necessito è una spuntatina. «Tranquilla, cara, devo solo dare una qualche forma a questa criniera senza un perché, non li taglio dall’’82 e, come puoi vedere, sono in condizioni pietose, qualunque cosa tu faccia non può che migliorarli, ok?».

Frankie annuisce, ridendo nervosamente.

«Giusto per curiosità... da quant’è che lavori in questo salone?» le chiedo sorridendo.
«Oh, sono qui da un paio di mesi soltanto...», risponde con tono colpevole la mia dolce Puffetta (le assomiglia un sacco, ora che la guardo meglio), «Ma questo è il terzo e ultimo anno di training per me!» si affretta ad aggiungere con fare fiero e sguardo luccicante.
«Fantastico!» esclamo con uno slancio tutto teso a mettere quest’anima bella a suo agio e i miei capelli – si spera – al sicuro. Non sarò esigente, ma manco me ne voglio uscire da qui peggio di come ci sono entrata.

Così, mentre mi fa lo shampoo, ci accordiamo per una sforbiciata facile facile, un taglio semplice e pulito che conferirà a entrambe la giusta dose di gloria senza uno sforzo eccessivo. È domenica mattina, ce lo meritiamo.
«Devo solo chiamare il mio tutor e spiegargli cosa andremo a fare, va bene?».
«Ma certo, no problem!», esclamo raggiante. Ho la stoffa della motivatrice, Frankie sembra convinta.

C’è da dire che la ragazza non manca solo di fiducia in se stessa, anche la velocità non è il suo forte: impiega cinque minuti solo per farsi guardare dal suo capo, altrettanti per spiegargli il tutto e altri cinque per trascinarlo al mio cospetto (sono la regina di questo posto, problemi?). Osservo riflesso nello specchio quel quarto d’ora di sofferenza pura mentre, dentro di me, si agitano gli spiriti di due vecchie zie: la buona che fa silenziosamente il tifo per la nipote impacciata e quella cattiva che scuote la testa e comincia a dare segni di insofferenza, «E dai, animo, non è difficile!».

«Tesoro, scusa l’attesa, posso offrirti qualcosa da bere?», Stephan (sì, così) incarna lo stereotipo del parrucchiere: vi viene in mente un attributo particolarmente scontato da appioppare alla categoria in questione? Nel suo caso non si tratta di un pregiudizio. Nel bene e nel male.
«Ti ringrazio ma sono a posto e pronta a cominciare» gli dico ipnotizzata dal gesticolare con cui accompagna ogni. singola. parola.
«Ottimo, splendore! Frankie ovviamente sa tutto quello che deve sapere sui tuoi capelli.»
«Sa che fanno orrore, che devo solo renderli presentabili e che, comunque vada, sarà un successo... sì, direi che sa tutto» dico strizzando l’occhio alla mia fragile Coppola in erba.
La risatina di Stephan è più finta delle sue sopracciglia, il che – vi assicuro – è tutto dire. «Eh eh... NO. Dico sul serio. Ti ha chiesto da quanto è che non li tagli e/o tingi? Che taglio e/o trattamento hai fatto l’ultima volta? (Dice e/o, capito? E/o.) Quante volte li lavi e con quali prodotti? Cosa usi per asciugarli, pettinarli e proteggerli?»
«Ecco, veramente noi...» vacillo un istante soltanto mentre incrocio lo sguardo impanicato di Frankie. Calma, amica, sono qui per renderti e rendermi la vita facile, una bugia bianca risparmierà a entrambe predica e pippone di questo guro del capello, lascia fare a me...

Ma Frankie – ahimè – non è né telepatica, né sgamata. Frankie proprio non gliela fa. Non regge la pressione di quello sguardo incorniciato da due nerissime code di rondine che la scruta con fare rapace, la bocca a culo di gallina che incalza «Allora? Glielo hai chiesto o no?». E capitola.

La nostra eroina non ce la fa a comportarsi da tale e confessa di non averci pensato, farfuglia scuse, assicura che se la caverà lo stesso, sembra sprofondare più in basso a ogni parola e io... Io vorrei intervenire e dire che «va benissimo così, non facciamone una tragedia!» e che «però il caffè era buonissimo!» o anche solo «ma fatela finita tutti e due e tagliatemi ’sti cazzo di capelli!», ma Stephan mi sta già puntando il pettine alla giugulare: «Questa lunghezza, vero?». Annuisco. Sono un suo ostaggio, ormai.

«Adesso, Frankie, tu mi guardi e poi rifai tutto quello che faccio io, capito?»

Ussignùr, la lezione live e chi se la ciucca tutta? E per mezzo centimetro e una messa in piega, poi, roba che mia sorella ci metterebbe dieci minuti nel bagno di casa.
Va bene, non fa niente, l’importante è cominciare; terminate le attese, gli interrogatori e i tentennamenti siamo finalmente pronti per il taglio! Mi rilasso sulla sedia, Stephan fa un lungo respiro, avvicina le forbici alla prima ciocca e... «Ma quando li hai tagliati l’ultima volta? Mica avrai fatto anche il colore, vero? Trattamenti particolari? Shampoo, asciugatura? Sei sfuggita a Frankie ma con me non puoi mica farla franca, eh? Ora io e te ci facciamo una luuunga chiacchierata».

Lo specchio riflette il terrore nei miei occhi, cerco quelli della mia sprovveduta compagna di sventure ma i suoi sono inchiodati al Maestro che mi scruta con aria assorta.
«Tranquilla, bellezza, sei in ottime mani», mi sussurra con fare complice. «Sei sicura che non gradisci un’altra tazza di caffè, un infuso, una spremuta?»

Frankie scatta sull’attenti pronta a precipitarsi al bar. Guardo il suo camice rosa e l’onda color platino che le incornicia il viso, le labbra rosse perfettamente disegnate e il sorriso senza cognizione alcuna che è tornato a illuminarle.

Sospiro.

«Immagino che sia troppo presto per un gin tonic. Eh?»





Ascoltando Just a Girl, No Doubt (Tragic Kingdom, 1995)




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