martedì 12 novembre 2013

Il cavolo a merenda



Sono approdata di recente sul fantastico mondo dei social networks (uahahah... solo scriverlo mi fa ridere, “il mondo dei social networks”?! Ma come parlo? Manco mio nonno, veramente) e il mio contributo è, e con ogni probabilità rimarrà, praticamente nullo. Mi limito a postare una foto ogni morte di Papa su Instagram e ho aperto un profilo su Twitter che mi serve giusto a buttare lì qualche commento a casaccio e perché “sai mai che un domani mi serva” (ve l’ho detto, manco mio nonno).

Questo approccio da provincialotta del web – antifashion dentro e fuori come si conviene a un’antifèscion degna di questo nome – ha tanti vantaggi, non ultimo quello di guardare a questo variegato universo (si fa per dire: nel web, come nella vita, la gente non brilla certo per originalità) con occhio carico di curiosità e stupore. Sssì. Più o meno.

Girello, leggiucchio, osservo persone, personcine e personaggi darsi da fare con la loro vita o presunta tale spalmata su due, tre, quattro social. Spesso mi chiedo dove trovino il tempo e la voglia di essere (quasi) sempre lì, attaccati, esposti, presenti; la maggior parte delle volte è talmente palese che vabbè... e benedetto internet che fare i conti con i se stessi di ciccia in certi casi deve essere una bella botta.

Comunque.

Su Instagram e compagni ci sono le mode, i trend da seguire (e gente che studia per) e, naturalmente, varia umanità che a quei filoni si accoda con esiti più o meno felici.

Tette, culi e gattini, si sa, sono garanzia di copiosi seguaci e imperituro successo (oddio, poi mica sempre, ma non mi fate ripetere: i casi umani li trattiamo in un’altra vita). Pure la Snob (leggevatela) che di tutto ha bisogno meno che di raccattare cuoricini e followers, ultimamente ha testato sulla propria pelle (pixelata, ça va sans dire) il potere del gatto in vetrina (vade retro, Cigolo, non avrai il mio like!).

E poi c’è il cibo, il sempreverde che l’esplosione di programmi TV, riviste, eventi e blog dedicati ha consacrato a Dio del web, per cui non c’è colazione, cena, spuntino, mensa o ’sticazzifood che non venga immortalato, manco si trattasse dell’ultima creazione di Bottura.

Ma non c’è nulla che mi manda ai pazzi (ho novantacinque anni, uso le espressioni che voglio, io) come una delle recenti tendenze che ha invaso i nostri piccoli schermi: la spesa di frutta e verdura di stagione, meglio se biologica, meglio se acquistata al mercatino di quartiere, meglio se bitorsoluta e terrosa che fa più amici della natura, uniamoci.

Sicché adesso non solo ci tocca pupparci ogni singolo piatto sfornato in casa Rossi, ma pure l’album fotografico dell’intero carrello della spesa. Che magari fosse un carrello della spesa, poi: non solo frutta e verdura non si comprano più al supermercato (pena lo scettro di individuo più retrogado, consumista e sfigato della websfera), ma è d’obbligo riporle (e immortalarle) dentro borsine rigorosamente di stoffa o vimini, cassettine di paglia made in the country e cestini di biciclette dal sapore vintage e vagamente romantico (perché non è meraviglioso trasportare nove chili di patate novelle per le vie di Milano e vedere rotolare il cavolo cappuccio di Pino il contadino al primo stop, tra le bestemmie degli stronzi in Suv?).

La follia. La F O L L I A.

Ora non starò qui a dirvi di quanto sia perfetta io, che nonostante compri tutto da piccoli produttori locali a chilometro zero e utilizzi per lo scopo bellerrimi sacchetti di corda, non la vado a menare al prossimo su internet tutti i weekend con “Non sono commoventi, questi mandarini?” (È TUTTO VERO. E vorrei essere abbastanza stronza da citare la fonte) o “La felicità di fronte a uno zucchino” (eh. Mi fate diventare Lino Banfi, mi fate).

No, non me la sento di rinfacciarvi l’approccio etico, consapevole e al contempo carico di buon senso che anima i miei approvvigionamenti di frutta e verdura, né i ritratti dei miei vassoi che, diciamocelo, l’Arcimboldo me spiccia casa. Non sarebbe giusto, uno smacco troppo grande.

Preferisco munirmi di un carrello di plastica fucsia dalla fantasia improbabile, salire su un autobus stipato come un carro bestiame e andare a caricare chilate di banane dell’Ecuador (ma col bollino “FairTrade”, che vi credete?), kiwi spagnoli e funghi polacchi (sia mai che diano gli stessi effetti di quelli presi in Olanda l’ultima volta) al primo Ipercoop che incontro per strada.

Così, per provare il brivido di qualcosa che, a quanto pare, nessuno fa più.

Lo so, lo so: tutto ciò è terribilmente cheap, scorretto e antiestetico. Ma non temete, prometto che almeno questo non lo posterò.




Ascoltando Nature Boy, Nat King Cole (The Very Best of Nat King Cole, 2006) 

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