mercoledì 30 ottobre 2013

Cosa sono le nuvole


Ci camminavo sopra e non me ne sono accorta fino a che non sono inciampata e ho visto la sua immagine incresparsi sotto quel filo d’acqua piovana e foglie gialle.
Allora, soltanto allora, mi sono fermata. E l’ho fotografata.

Sì, l’ho fotografata, una cosa impensabile fino solo a un anno fa e invece, adesso, è stato non dico il primo istinto, ma quasi. Non tanto, non solo, per mostrarla a qualcuno, ma per paura di perderla, di lasciarmi sfuggire quel momento, di nuovo, come poco prima, come forse milioni di altre volte, in passato.

Come se non bastasse più viverle, le cose. Come se adesso fossero diverse perché c’è qualcuno che le guarda, che ci guarda, là fuori.

Quanto siamo rincoglioniti. Abbiamo trovato proprio un bel modo di nasconderci, zitti zitti dietro ai nostri frammenti di plausibile realtà, piccole magie quotidiane. Siamo abili a limare bene gli angoli, a scegliere inquadrature e filtri, ad aggiustare anche quelle parti di noi che sembrano irrecuperabili. Mica che quel mondo più perfetto che perfettibile ci somigli, è evidente, ma è così confortante convincersene e convincere gli altri.

Comunque mi giudico da me, pure io faccio schifo, mica solo te. Ma perché dobbiamo essere così diversi da come ci crediamo, perché?

Lei, invece, non era altro da se stessa. Se ne stava lì a osservarmi, silenziosa, ma non muta. Tanto è proprio quando non vuoi sentirteli addosso, gli occhi di qualcuno che quelli ti si piantano sulla schiena, sulle gambe, sulla bocca, sui denti e tu smetti di parlare, di sorridere, per un attimo smetti di esistere perché è già troppo esistere in quello sguardo, insopportabile pensarti al di fuori dello spazio sicuro tra te e te.

Lei mi soffiava via i pensieri di tutti i giorni e ci buttava dentro quelli di domani. Scioglieva i miei capelli in tanti ciuffi lunghi e riccioluti e faceva le labbra più scure, socchiuse, il collo più lungo. Sicché capite che non ero più io. Eppure lei si faceva camminare a un ritmo che era evidentemente quello che sono quando non penso di essere niente e allora...

Qual è la verità? È quello che penso io di me? O quello che pensa la gente, o quello che pensa quello là dentro?

Io me lo ricordo bene quando ero bambina, la voglia che fosse tutto perfetto come non era mai, la percezione di un disagio senza sapergli dare un nome, la felicità delle piccole cose e quelle che non ci sono più è perché non vale la pena ricordarle, è chiaro. Quella parte del filmino in cui abbraccio entrambi e guardo la telecamera e voi fissate la tivvù e nulla funziona come me lo ero immaginato, ma io sorrido lo stesso.

Se tutti ti raccontano come sei e come sei stata è perché ti conoscono e lo sanno meglio di te, giusto? Perché erano lì e tu magari ti sei distratta e ti perdi facilmente e non sai giudicarti neanche un po’.
Comunque adesso so a cosa serve, avere un pubblico e me lo tengo stretto perché sento che mi fa bene, mi fa comodo per un disagio a cui, ancora, non so dare un nome, come da bambina, come la voglia che sia tutto perfetto quando non lo è.

Però quando mi verrete a cercare e, chiamandomi, non avrete risposta, non vi spaventate. Siete andati a caccia di parole nuove ma ogni definizione mi stava stretta e ho deciso di andar via, lontano, e tornare da lei.

Lei mi sta sopra la testa e sotto le suole di queste scarpe che non fanno rumore. Mi spia silenziosa da un cielo carico di pioggia e sirene di città, un cielo d’autunno che non ha dimenticato l’odore delle colline, quei dorsi così nudi e rossi che sanno di selvatico. Se chiudo gli occhi so rivedermi in quel profilo, per un istante mi pare nitido anche scosso dal vento e dal brusio di mille e una voci che mi ronzano nel cervello. L’immagine di me.

Cosa senti dentro di te? Concentrati bene, cosa senti? Eh?
Sì, sì, sì... sento qualcosa che c’è.

Quando partono le note so che sarà per una giornata intera. Sempre. Strizzo gli occhi al primo raggio di sole e le parole si inseguono che non se ne vede la fine, in loop, affammate e prepotenti che manco i tossici.

Un cuore affranto si cura con l’udito.

Me lo canto a squarciagola, me lo dico sotto voce, lo scrivo sul taccuino; è un segreto che mi pare bello mantenere, proteggere come si fa con le cose preziose.

Quella è la verità, ma shhh... non bisogna nominarla perché appena la nomini non c’è più.



Ascoltando Che cosa sono le nuvole (l’amore derubato), Avion Travel (Bellosguardo, 2006)

lunedì 21 ottobre 2013

Di liste grandi e piccine

Tempo di wishlist, signori miei, tempo di sistemarsi belli comodi sul divano con qualcosa da – nell'ordine– sorseggiare, sgranocchiare, sfogliare, e buttare giù delle belle listone di desiderata.

Ci siamo appena scrollati di dosso quella dei buoni propositi di settembre e tra poco verremo invasi daquella dei regali di Natale e dalla più temibile: la lista degli obiettivi per il nuovo anno. Voglio morire solo all'idea.

Reagiamo, reagiamo alla maniera antifèscion, con una bella wishlist del 20 ottobre.
Una wishlist domenicale e pertanto svogliata, autunnale e perciò anacronistica, completamente a cazzo di cane, come piace a noi.
Una lista destinata a rimanere tale per lungo tempo, temo, data la carenza di denari, determinazione e tempo, ma non per questo manchevole del potere che hanno tutte le liste: dare un ordine ai nostri pensieri, mettere al guinzaglio le volontà, schioccare la frusta sulle ambizioni e, una volta sull'attenti, guardare in faccia quelle temibili bestiole che si nomano sogni e che, è risaputo, son desideri di felicità, sai mai che si mostrino più docili e accarezzabili.

Pronti? Si va.

I fondamentali, prima di tutto.

Gli oggetti imbecilli


Ora, Tiger supplisce brillantemente alla quasi totalità delle mie esigenze in questo senso. Un passaggio a cadenza settimanale, 4 euro in insetti in formaldeide, paperelle galleggianti e mini kit per la maglia e sono subito a posto. Nondimeno, il mondo è pieno di oggetti vagamente inutili e perciò appetibilissimi per la sottoscritta, ne sceglierò 3veramente indispensabili per sopravvivere a questo ottobre che finisce e a un novembre che avanza a passi minacciosi.


  • Dita di strega mangiabili per la festa di Halloween
Con la pasta frolla gibbosa, la salsina al pomodoro effetto sangue e la mandorla al posto dell'unghia. Muoio.Le ho viste e le ho desiderate. Di più: le ho viste e ho desiderato di fare un Halloween party solo per poterle servire agli ospiti e godermi le loro facce entusiaste. Io che ho sempre considerato questa ricorrenza un'americanata senza se e senza ma. Fanno il paio con gli Zombie Teeth fatti di spicchi di mela e marshmallow (guardate che meraviglia). Ho già gli inviti pronti.


  • Scratch Off World Map
Sì, lei, la carta geografica in cui puoi grattare con una monetina i paesi dove sei stato e crearti una mappa personalizzata con tanto di spazio sul retro dove annotare appunti di viaggio, traiettorie di volo e quel che più ti piace ricordare delle tue avventure in giro per il mondo. Fa tanto turista geek che come/dove ho viaggiato io nessuno mai, è uscita un secolo fa e non c'ho la vocazione del Terzani de noantri ma mi garba assai e la voglio. La voglio che mi prudono le mani. Scratch scratch.

  • Blendtec, il frullatore definitivo
Per fare, ça va sans dire, frullati, ma anche spremute, smoothies, milkshake, zuppe, frappè,gelati (gelati!) e impasti di qualsiasi genere. Bramo fortissimamente. Costa venti miliardi e potrei continuare a usare il mio metodo ante-guerra, minipimer a immersione e tazza dei Puffi formato gigante, ma volete mettere quanto sarei pro con quest'aggeggio?

La scelta è anche un tributo a quel genio di George Wright, responsabile marketing della Blendtec che ha preso Tom Dickson, CEO dell'azienda,l'ha piazzato davanti a una telecamera con uno dei frullatori che produce e gli ha fatto girare una serie di video in cui frulla le cose più improbabili (mazze da baseball, lattine, ipad, dvd. Il mio preferito è quello in cui, con tanto di parrucca in tema, Tom fa il coglione e riduce a pezzettini i gadget di Justine Bieber) al grido di Will It Blend? (enjoy).
Milioni di click su youtube e altrettante persone convinte (a torto o ragione, vedete voi) di avere il migliore frullatore al mondo. Voglio essere dei vostri, amici.

Le scarpe e i vestiti (ché mica devi essere una fèscion blogger per desiderarli, ve'!)


  • I Chelsea Boots
Non ci provate neanche a fare commenti. Andavano l'anno scorso, sono sputtanati, non mi piacciono, fanno la gamba tozza... shhh! Zitti. Non capite. Non capite nulla. LO SO. Ma non mi importa. Tanto li ho odiati nei miei 12/13 anni e li ho guardati – sgomenta – indossare da mia sorella per ben più di un decennio, quanto li desidero adesso. Con lo stesso slancio, ma connotato positivamente.
C'è un piccolo particolare, però: non è che i Chelsea boots mi piacciano proprio tutti, eh. Anzi, mi basta una punta un po' più punta, un tacco un dito più alto e un colore un filo più chiaro da tornar immediatamente preda dell'antico disgusto; da qui, l'esigenza di trovarne un paio perfetti da concupire. Detto fatto (cliccate la 1, la 2 o la 3, a me vanno bene tutte).
  • Parka impermeabili (con fantasie sobrie, as usual)

Il clima di merda di Questa Città e le cinquanta sfumature di grigio che affliggono il mio umore e il suo cielo da quasi due mesi meritano una risposta colorata e possibilmente carica di stupidera.
Sono tragicamente caduta vittima del reparto bambini e confido nel mio seno inesistente e nella mia magra-magrezza per farmi calzare le taglie 12 e 14 anni dei primi due brand (qui e qua). Se così non fosse, l'ultima soluzione è comunque quella vera (sbavate con me).


  • Cartelle belle
Perché sono una collegiale inside. Con tutte le variazioni sul tema. Classica, ma con un tocco yeah (questa), finto chic and roar (eccola qui) e un po' cheap ma con tanto contenuto (et voilà).

I viaggi

Perché? Cristosanto ma ve lo chiedete anche? 

Comunque. C'è tanto bisogno di calore e di stare parecchio nudi da queste parti, perciò ho pensato a:


  • Le terme. Ma delle terme fuori dal mondo, tipo Laguna Blu.
  • Una spiaggia tropicale. Una roba come i classici Messico e Cuba andranno benissimo, grazie.

  • Una baita con camino sempre acceso. E col kaiser che si esce sulla neve.

Last but not least (è ovvio che lo scrivo solo per farvi dire le parole list, last, least e wishlist tutte insieme. Dai, pronunciatele a voce alta, credendoci)...




La Big List


Le tre cose che desidero perdavvero sul serio ma veramente.
  • Un nuovo lavoro
L'attuale mi fa cagare. Ora devo solo capire cosa voglio e trovarlo. Facile, no?
  • Tornare in forma / Disintossicare corpo e mente
Non studio non lavoro non guardo la tivvù non vado al cinema non faccio sport. Migliorare è un percorso tutto in discesa.
  • Scrivere di più
Cosa sto facendo? Eh? EH? Vedete che le liste funzionano?


AMEN.





Ascoltando All I Want Is You, Barry Louis Polisar (1977)

giovedì 17 ottobre 2013

La dolce vita



Mi dice di entrare e aspettarlo al bar ché il meeting sta finendo, ci metterà un attimo. 
Preferirei rimanere fuori ma insiste e io non sono fatta per i no, stasera.

La signorina alla reception è vestita e truccata meglio di me, deve sorridere e lo fa, con freddezza, ma lo fa. Deve anche farmi accomodare ma non ne ha il tempo perché lui si è già alzato, ha lasciato il tavolo di vetro e i suoi interlocutori con la velocità e la grazia di un ballerino e mi viene incontro a grandi passi, spalancando le braccia e gridando il mio nome.
Mi abbraccia, ricambio con la scioltezza di un pezzo di legno, io che non sono fatta per gli abbracci, specie in pubblico. 
Mi chiedo per quante cose non sono fatta, mentre sento scivolarmi addosso gli sguardi di tutta la sala e le parole, come in un girotondo; “You look gorgeous!”, “Come stai?”, “I’m fine”, “Dammi un minuto”, “Cosa bevi?”, “Bene, non so, sì, stai bene anche tu, non preoccuparti”, “Thank you”.


Non ordino nulla, ma chiedo di mettere il telefono in carica, come se potesse salvarmi, quel minuscolo canale di collegamento col resto del mondo. Non succederà, come sempre. È accettando l’invito che ho firmato la condanna, ne ero consapevole e va bene così.

Perché sono già seduta in mezzo a quegli abiti ben disegnati, a barbe rasate di fresco, a tablet aperti su progetti da millemila dollari a millemila miglia da qui, e sorrido a quegli sguardi di lupo che vedono ciò che non è, che si scambiano cenni di intesa come solo un piccolo branco di esemplari maschi, con poco cervello e molto testosterone. 
Io me ne scambio uno appena, rapido, quasi impercettibile, con lui, e dentro di noi ridiamo tantissimo, come a scuola, di nascosto, come con una battuta che hai detto e che capite in due e gli altri ridono e pure voi ridete ma di qualcosa d'altro, ridete più forte, ridete più stronzo. Sono tranquilla, allora.

E poi c’è la parte in cui mi lascia in mezzo agli squali, ché poi andiamo a cena, c’è una mia amica che suona ed è bravissima e venite anche voi e “Don’t, you're more than welcome!”, “Beviti questo, torno subito”, “Are you in the film industry, as well?”, “You’re here for the festival, I guess” e “You are an actress, aren’t you?”. No, veramente no, actually I’m not, interessante, capisco, brilliant, certo, ah ah ah, yes he’s amazing, I know, that’s great. Perché so nuotare mica male, se voglio, perché ci vuole poco se ci pensi. Ma ho fame, Madonna che fame, e spero che finisca presto, accidenti a te. 

I taxi in centro a Londra, si va dove vuoi tu, si va quasi a passo d’uomo ma la metro costa troppo, “Come sei venuta qui?” “In metro”. I taxi che a Soho accostano piano i marciapiedi carichi di voci e chiedono scusa se devi fare mezzo metro per raggiungere l’entrata del locale. 
Poi questa cosa da telefilm di quarta per cui non c’è uno straccio di cameriere che faccia solo il cameriere nella vita e recitavano tutti in qualche musical anni fa e al tavolo sono tutti pessimi con i nomi ma ci siamo già visti da qualche parte sì, sicuramente è così e quando arriva il momento sono sempre l’unica che non è mai stata dall’analista. 

Mi fai scegliere il vino ma lo assaggi tu, mi fai le domande in inglese ma commenti le mie risposte in italiano, ti scusi con gli altri che non capiscono una parola e con me quando passi a una lingua che non parlo. Non mi gira più la testa perché ho il calice pieno di rosso che mi sblocca i pensieri e quando ho la mente sgombra le tempie si alleggeriscono e sento persino la musica nel chiasso del ristorante e mangio tanto e di gusto e dimentico il cellulare nella borsa, da qualche parte.

No, non le seleziono sempre con cura, le parole; lo facevo di più e meglio in passato ma a volte adesso sono pigra, mi faccio tentare dalle occorrenze banali e mi dispiace perché odio essere sciatta.
Il nostro tavolo è il regno dell’improbabilità, il padrone del locale siede alla destra del padre e allunga le pause alla toilette con bicchierini di Amaro Averna e ghiaccio. Io mi innamoro della pelle perfettamente levigata della ragazza che ho di fianco e mi accorgo che hai gli occhi stanchi, mentre fingo di non vedere che abbiamo smesso di fumare, che è passato un anno e mezzo dall’ultima volta e che tutte questa gente intorno ha un solo scopo, stasera e per sempre.

I taxi in centro a Londra si trascinano a passo d’uomo, ma spingono forte nelle periferie. Veloci ché è quasi mattina. I finestrini si appannano a ogni sospiro, a ogni semaforo, a ogni pezzetto di smalto che gratto via con la punta dell’unghia. Si va dove vuoi tu, ma sono io a scegliere dove tornare.
I taxi a Brixton accostano il marciapiede abbassando la musica e ti chiedono scusa ma siamo arrivati e “Are you ok, ma’am?” e se è stata una bella serata. Mi stropiccio gli occhi. Sorrido.

È stata una magnifica serata e sì, sto bene. Sul serio.


Per una volta credo di stare bene davvero. Nonostante tutto.




Ascoltando A Little Party Never Killed Nobody (All We Got), Fergie, Q-Tip e GoonRock (2013)

venerdì 11 ottobre 2013

La verità, vi prego, sull'amore



Sicché è così che succede quando si decide che sarà per sempre? Nella gioia e nel dolore. Eh. E così che hai accettato di essere nel dolore, quando gli hai detto che gli saresti restata fedele nei secoli dei secoli amen?

Poi magari sono arrivati anche i figli e “fai piano che ci sentono i bambini” non era più una frase da film di serie B. E i pianti accucciata sul pavimento del bagno con l’acqua che scorre per non far sentire i singhiozzi (ce l’hai? Eh, ce l’hai?), la testa affondata nel cuscino a trenta centimetri di distanza e nessuna parola tra di voi; le spalle, le spalle girate sempre, “buonanotte” e gli occhi sbarrati nel buio.

Io, gente, vi guardo e me lo chiedo, me lo chiedo come siete quando litigate, se litigate ancora. Mi chiedo se, invece, avete smesso, per stanchezza. Per cos’altro si smette di litigare? Siamo diversi, siamo egoisti, siamo votati alla sopravvivenza del singolo, mica della coppia, nel migliore dei casi siamo esseri pensanti che si mettono in discussione. Dai.
Quanto ci hanno messo gli anelli che vi siete scambiati a trasformarsi in quieto vivere, nel tacito accordo di non darsi troppo fastidio a vicenda, di sopportarsi un po’ tutti giorni per il bene che ti voglio.

È bella la sicurezza dell’avere qualcuno sempre, conoscere quell’angolo morbido lì, tra la spalla e il collo, dove appoggiare la testa a fine giornata, dove asciugare una lacrima e soffocare una risata. È bello sapere che l’amore avrà un sapore dolce, alla fine, senza fughe né sensi di colpa, carezze anche di malavoglia, restare sporchi perché ci si conosce.

Dice che a un certo punto cresciamo, cambiamo (cambiamo?), che non può essere sempre come il primo giorno e che dopo subentra l’affetto, sono altre le priorità, si vedono e si apprezzano cose differenti. Dice. E costruire e la fiducia... Va bene, la teoria c’è tutta. Ma la pancia?
La pancia ce l’avete? Perché io sarò stronza (anzi, lo sono indubbiamente, e pure un bel po’), ma la mia cristodiddio non borbotta, la mia sbraita proprio e che vi devo dire, io prima o poi le do retta. Ché non si è mai abbastanza assennati, maturi, morti, coraggiosi (o codardi?) da fare tappo con un pezzo di pane e via che ti sfami. A me il companatico mi ci vuole e mi garba parecchio.

Sicché mi scelgo poche cose che ci voglio sopra alla mia fetta, ma quelle ci devono essere, e buone. E quando non c’è niente io ci sto a fare le magie con la dispensa vuota, ché certi piatti arrangiati dal nulla c’hanno il sapore del cinque stelle. A volte mi vanno bene anche gli avanzi, io li posso anche amare, gli avanzi, ma solo se sono i resti di una delizia e se non succede troppo spesso.
La fiducia, bimbi miei, era nel fatto che sareste rimasti voi a ogni costo, speciali e diversi da tutti gli altri, ditemi che ve lo siete promesso, almeno all’inizio. 

Ora vi guardo e mi fate paura e penso che io mai. Mai mai mai mai mai mai mai mai mai come a diciottanni. Poi va da sé che bau. Ma non importa, perché ho scritto questo pezzo solo per usare la parola companatico.

Sicché.

Io companatico, finché morte non ci separi.



Ascoltando Let Go, Frou Frou (Details, 2002)

mercoledì 9 ottobre 2013

Viaggio d'autunno


Dentro il sonno dell’autunno io vorrei restare 
sulla lama di un coltello che carezza il cuore dolcemente farsi male...
C’è un dolore piccolissimo 
che si annida nelle pieghe grinzose dell’orecchio poggiato sul cuscino
che gioca a nascondino senza seguire le regole 
e fa tana libero tutti quando nessuno ha più voglia di giocare.
C’è la mia mano che trema 
indecisa se afferrare la tua 
e occhi che sfuggono in attesa di incontrarti. 
Senza coltelli 
pieni di ferite 
e parole taciute.
C’è questa letteratura scadente 
di cui riempio gli occhi 
i fogli, i pensieri 
che alla fine lo sai come va, 
che è sempre troppo presto per cominciare o troppo tardi per finire, 
che ci si condanna a stare in prestito 
epperò questa esistenza nel mezzo non ce la restituirà mica nessuno 
e allora sarebbe meglio smetterla ma vabbè. Va bene anche così.
Te l’ho già raccontata quella degli esseri speciali? 
E non ridere ché a esser cinici siamo capaci tutti (ridi, ridi...) 
e a me la storia delle anatre che spiccavano il volo con un pezzetto di lago 
gelato nel becco mi commuoveva sempre un bel po', 
sarà che Buddy era un fico e c’avevo bisogno di trovare un motivo buono 
per piangere morti che non fossero i miei.
Esseri speciali che sanno nascondersi e ritrovarsi 
in un lungo autunno di speranze tradite.
C’è un dolore piccolissimo stasera 
di malattie che si rincorrono 
di futuri che faticano a costruirsi 
di figli che non arriveranno. 
Eppure sorridiamo e ci guardiamo con gli occhi che traboccano di domani,
e appoggio il mento sul tuo petto e non sento nessun rumore 
neanche il cuore che batte, nulla.
Allora ti racconto quella degli esseri speciali 
fatti per andarsene sempre 
arrivare per primi 
e partire anche quando hanno voglia di radici, 
ti racconto che è il loro premio e la nostra condanna. 
Lo sapevi che dico un sacco di cazzate? 
Eccome se lo sai. Forse mi vuoi bene per quello e ci stordiamo a vicenda 
e io non smetterei mai.
Abbiamo messo un uccello in una gabbia 
ed è già ora di lasciarlo andare. 
Abbiamo deciso il colore della luce. 
Mi chiedo se sarò in grado di riconoscerla, 
di scorgere il sentiero tracciato tanto tempo fa sulla scia di una lucciola 
che disegnò la sua linea danzando a dispetto di quella tenebra feroce.
Basta volerlo, mi dici.
Basta ricordarsi delle promesse 
dei baci 
di quanto illumina il viso un mattino senza le nuvole nella testa, 
del vento e di tutte quelle cose che si dicono, 
dei finestrini abbassati 
di come brucia la sabbia d’agosto 
ed è bello tuffarsi,  
tossire il sale nelle onde.
Ma c’è un dolore piccolissimo che esplode stasera 
e mi fa a pezzi il cuore. 
C’è un pensiero senza pietà che martella le miei e le tue orecchie 
e non ci fa dormire.
Se sei sveglio, come me, vienimi a prendere. 
Segui la danza delle lucciole, 
il volo d’uccello che dicesti di sentire nel petto quando m’hai conosciuta. 
Ricordati chi siamo e arriverai più veloce del mattino. 
Ricordati che non mi piace mai che sia domani, 
che a volte mi dimentico di respirare ed è lì che devi fare più in fretta.
Sono qui, immobile in una stanza grigia. 
Mi riconosci? 
Perdona la mia pochezza e se sono stata distante. 
Guardami ancora con occhi nuovi 
e dimmi che non è tardi per inseguire quelle orme.
C’è un dolore piccolissimo che si annida 
nelle pieghe grinzose dell’orecchio poggiato sul cuscino.
Una lacrima di bimba 
che se ne andò in cerca di conchiglie per sentirci dentro il mare. 
Il segreto affidato ai gabbiani perché se lo portino dove c’è sempre il sole.
Tutta quella paura 
tutta la mia paura ti porto 
perché tu la veda e non ne sia spaventato a tua volta.
Raccoglieremo uno per uno i momenti felici che ci siamo lasciati alle spalle  
ne faremo una bottiglia piena d’estate 
e a passi decisi andremo incontro a quello che verrà.
Ascoltando Viaggio di autunno, Bobo Rondelli (Per amor del cielo, 2009)