mercoledì 25 settembre 2013

Strafigo



E poi c’è il resto del mondo che, naturalmente, è strafigo.

Così, con quella g che avete già capito come la penso, ma che pure se fosse una c cambierebbe poco.
«La vita è quella cosa che accade a chi ti sta di fronte», l’ho letto l’altra mattina su Twitter (poi un giorno vi parlerò di come non lo usi e di quanto lo trovi palloso ’sto benedetto Twitter, per ora mi limito a citare la fonte ché so’ un sacco corretta e ci tengo alla netiquette, io: Ale_9ssandra) e l’ho trovato sconsolato, ma calzante. Ovviamente ai fini del mio ragionamento, poi l’autrice l’avrà usato per dire tutt’altro ma ce ne sbatte il giusto, in questa sede.

In questa sede manco mi interessa il postulato in sé per sé, ma la deriva che un assunto del genere può prendere in un’epoca in cui vita virtuale batte vita reale 2 a 1 (e in molti casi la sconfitta è ancora più cocente).
Ecco che chi ti sta di fronte non è solo e tanto il collega di scrivania, l’amico di vecchia data, la zia Pinuccia. Per carità, pure loro uno straccio di profilo su internet di solito ce l'hanno (ormai su FacciaLibro ci sta pure mi’ nonna) e un misero “like” non si nega neanche al peggior nemico, ma le esistenze che spiamo con più gusto e commentiamo a suon di pollici alti e cuoricini palpitanti spesso sono quelle di emeriti sconosciuti. Va da sé che di questa gente non disponiamo di elementi che si spingano oltre a quanto troviamo online e il nostro metro di giudizio non può che basarsi su quelli.
Ed è interessante osservarla, questa vita che ci viene messa di fronte.

Tranquilli, non sta per partire un pippone a sfondo sociologico, si fa per ragionare sull’ovvio, se cercate un pensiero illuminante e illuminato recatevi altrove; qui siamo talmente antifèscion che miriamo ad allontare lettori, più che a conquistarli.

Dicevamo. Tutti col blog, o per lo meno con un profilo su Facebook, Twitter, Instagram e via dicendo. Perché senza pubblico che gusto c’è? C’hanno messo quello che c’hanno messo, ma diobòno se ce l’hanno inculcata bene questa cosa dell’apparire e con ’sta marea di mezzi a disposizione sarebbe uno spreco non. E tutti in vetrina – e quando dico tutti intendo TUTTI che lo scrivo maiuscolo e ci aggiungerei un altro paio di T solo per l’enfasi – in modo da sembrare strafighi. Prima mi dimostri che esisti e poi mi fai vedere come.

Alzi la mano chi ci vuole passare come lo sfigato di turno. No, tu abbassala ché non c’è niente di peggio del finto sfigato; c’ho le palle piene degli anti-eroi di ’sta ceppa, dei nerd giudicanti e autocompiaciuti, dei disadattati fieri di esserlo e del mucchio dei concorrenti da reality wannabe, quelli che “non mi vergogno a mostrarmi come sono”, i più fake di tutti, che fanno di una sbandierata e costruitissima imperfezione la loro bandiera, confidando in un gregge di rincitrulliti che farebbe invidia al pubblico prezzolato della Maria nazionale, pronti a incensarli al grido di èverotuseicosíseipropriobuffasímaèquestochepiaceanoisìproprioatuttinoi.
Ecco, nel bosco spazio c’è, per correre su e giù, da non poterne più. Enjoy.

Non esistono più colazioni normali, vestiti (meglio: outfit, maledette fashion bloggers ma parlate come magnate... anzi no, per carità, meglio di no), case, tramonti, bambini, animali (cazzo, i gattini. I gattini! Oh, mi dispiace, ma io non ce la faccio) normali.
È tutto eccezionale (o per lo meno particolare), bello, curato, buono, invitante. Noi donne siamo ben vestite (o trasandate in modo mooolto studiato), smalto-munite, raramente colte in fallo. Gli uomini, vabbè. Siamo alieni che abitano il migliore dei mondi possibili, con figli perfetti, lavori che lèvati e una vita sociale da urlo.

Strafighi a Figolandia (lo so, fa anni Ottanta ma rende l’idea). Benissimo.

Uno guarda quelle vite e pensa: ’mmazza questi, che ganzi. E anche un po’: ma come fanno? Che invidia! I più assennati si lasciano attraversare dal dubbio: dai, ma non può mica essere tutto così! Però... Però quelle foto, quelle frasi a effetto e tutto il corollario stanno sempre lì di fronte e quando una cosa ce l’hai sempre sempre di fronte va a finire che un po’ ci credi, ti pare vera.

Vabbè, direte voi, ma è come coi vecchi album delle vacanze o la Smemoranda alta sei metri delle superiori: uno mica ci metteva le foto brutte o raccontava cosa aveva mangiato a pranzo. C’erano gli scatti belli e le serate epiche, la selezione delle immagini e dei contenuti, pure lì. Vero, ma quegli album e quei diari mica li sfogliavi tutti i giorni, anzi, spesso erano robe ad accesso molto limitato, negate ai più. Non erano manco così dettagliati, se per quello, e – fondamentale – il resto della vita dei proprietari di quegli album e di quelle agende ce lo avevi ben presente, abbastanza, almeno, da sapere che qualche capello fuori posto, vestito di merda e colazione frettolosa aveva attraversato anche le loro, di vite.

Ora ci siamo noi e il resto del mondo che, naturalmente, è strafigo. Così, magari, ci adoperiamo per sembrare più fighi anche noi e più o meno ci riusciamo tutti ad apparire migliori di quello che siamo (vabbuò, è pieno di gente che non gliela fa manco coi filtri, le inquadrature gggiuste e copiando gli aforismi, ma dei casi disperati parliamo un’altra volta, ok?).

Urrà, tutti strafighi a Figolandiaaa!

Mi riempio gli occhi di cotanta figaggine e mi chiedo perché: perché intorno a me la maggior parte delle gente è triste e malvestita, fa un lavoro che odia o non lavora affatto, si lamenta dalla mattina alla sera della sua vita e non si concede una colazione decente dall’‘82?
Mi sa che decidendo di rimanere qui, sulla Terra, ho scelto il pianeta sbagliato.



Ascoltando Space Oddity, David Bowie (Best of Bowie, 2002)

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