sabato 7 settembre 2013

Il Grande Cocomero



Avevo tredici anni, due fanali al posto degli occhi e uno schermo gigante di fronte. 

Mamma era morta da poco e la zia mi aveva invitata a trascorrere qualche giorno da lei, così, senza fratelli e sorelle, solo io e i miei cugini piccoli, cose buonissime da mangiare tutte le sere e risate, nonostante tutto. 
Perché quella è una cosa che non ho mai smesso di regalare, anche nei momenti peggiori; magari agli altri, più che a me stessa, e forse per educazione, piuttosto che per generosità o sincero sentire, ma tant’è. 
Insomma, quella sera la zia mi porta al cinema all’aperto a vedere il Grande Cocomero.
A ripensarci adesso mi viene anche un po’ da ridere: fossi stata lei avrei, forse, optato per una scelta un tantino più leggera per una tredicenne neo orfana di madre, ma vabbè... 

È agosto, però fa freschino, io mi sono dimenticata il maglione pesante e quando la zia mi dice “È freddo, vuoi che ti lasci il mio?”, ovviamente rispondo che non deve preoccuparsi e che no, sto benissimo così e dopo batto i denti per tutta la durata del film ma non importa. 

Non importa perché ci siamo lasciate quasi subito, quando siamo arrivate era praticamente tutto pieno e non abbiamo trovato due sedie vicine sicché – anche volendo – non saprei a chi chiederlo qualcosa con cui coprirmi (anche se invidio tantissimo la signora accanto a me, armata di copertine di lana e vin brulé, manco fosse la veglia della vigilia di Natale). 
Non importa perché ho tredici anni e quel freddo lì è un freddo che puoi sopportare, la pelle d’oca ce l’hai per pochissime cose a quell’età e se è per il freddo – e non è quasi  mai per il freddo – basta una strofinata. 
Non importa perché per la prima volta sono seduta in un cinema da sola, in mezzo a tanta gente che non conosco e sono tutti adulti e il film è un film “da grandi” e io comincio a crederci a questa cosa della bambina tanto profonda e matura per la sua età e mi sento fichissima e molto compresa nel ruolo. 

E c’è la luna, c’è davvero, non come in quelle memorie posticce dove tutto deve essere meravigliosamente al suo posto (il sole che tramonta, il rumore del mare, le stelle cadenti), ’sticazzi: è tonda e se ne sta appoggiata là, appena sopra lo schermo, sfida lo sguardo dello spettatore, fa a gara con le immagini per farsi guardare e pulsa al ritmo di una colonna sonora che ora che scrivo sono andata a ricercare solo per sentirla ancora addosso, quella sensazione lontana. 

Magari è per la storia in sé o per lo sguardo di quella Alessia Fugardi che secondo me era bravissima e che oh, a riguardarlo adesso mi fa lo stesso effetto di allora. 
Sarà per quel commento complice scambiato con la zia a fine proiezione (lei: “Quanto mi piace Castellitto... è uno di quei brutti che mi fanno impazzire”, io ad annuire fortissimamente), le lacrime che m’hanno infradiciato il viso per i mostri sullo schermo e per quelli che s’agitavano nel petto, l’essere un po’ lontana da casa, con quel misto di paura e gratitutidine e aria pulita di cui sciacquarsi i polmoni. 
Non lo so per cosa o per chi, ma ieri sera – seduta su quella seggiola scomoda con il vento nelle orecchie e le immagini di un film nuovo negli occhi – mi è tornata alla mente proprio quella notte, sai che di cinema all’aperto ce ne sono stati e ne verranno tanti altri.

E ho invidiato tantissimo la me stessa bambina, quell’innocenza consapevole, il godersi le cose così come sono e per quel che sono, senza retro-pensieri, leggera anche col cuore pesantissimo.
Rimanere oltre i titoli i coda, quando ancora non si trattava di dimostrare un cazzo se non un reale interesse per quella scritte veloci, a tratti incomprensibili (dai che vi conosco, vi vedo, che friggete sulle poltrone ma fa brutto alzarsi subito, poi mi si nota di più se rimango e fisso lo schermo con aria assorta o... ma andatevene a fanculo).  

Dopo, dire solo “bello” o “brutto”, “mi è piaciuto” o “mi ha fatto cacare”, con la “c”, il bianco e il nero e nessuna ragione delle sfumature, ché tanto c’hai tutta la vita per dargli un peso, alle sfumature.
E a me il grigio mi ha sempre stancato parecchio. 





Acoltando Il Grande Cocomero, Roberto Gatto e Battista Lena (Banda Sonora, 1998)

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