martedì 6 agosto 2013

Alla salute



Gli ospedali si somigliano tutti e quello di Questa Città non fa eccezione.

C'è una signora di colore seduta in un angolo che sfoglia avidamente le riviste di gossip lasciate a disposizione dei pazienti in attesa; a giudicare dallo stato delle copertine penso risalgano almeno a sei mesi fa (che in termini di giornalismo gossipparo è un'eternità), ma quella pare presa come dal miglior romanzo di sempre e buon per lei perché qui dentro il tempo non passa mai.
Me lo ricorda l'orologio le cui lancette non ne vogliono proprio sapere di muoversi, paralizzate su quel 4 scolorito e storto che fisso da quando sono arrivata. Dieci minuti fa, mezzora, forse di più, non saprei dire.

«Si sieda pure, la chiamiamo noi» ha detto la tizia alla scrivania senza nemmeno guardarmi in faccia.
«D'accordo, grazie».
«Non c'è problema».
Immagino di no. 

Non c'è problema a unirmi a questa allegra combriccola di donne che aspettano, così diverse l'una dall'altra da farti pensare che sì, c'è posto proprio per tutti e che certo le malattie sono una cosa abbastanza democratica, possono capitare a chiunque.
Non c'è problema a starsene seduti su queste sedie che imitano il legno e sono scomode, scadenti, appiccicose di altre attese, di altri nomi, di modi differenti di dirsi che andrà tutto bene.
Non c'è problema se hai abbastanza fede per una preghiera silenziosa o ne hai così poca da permetterti di bestemmiare, se hai qualcuno con cui scambiare due parole e la voglia di farlo.
Non c'è problema se in fondo sei un ottimista, se riesci a non sentirla questa puzza di anestetici e nascite e morte racchiusi tutti nello stesso posto, se non ti gira la testa di mattonelle bianche sporche di sangue e flaconcini azzurri e siringhe tre volte al giorno.

«Giornata lunga!», un'infermiera entra stracicando gli zoccoli e posa sul tavolo della reception una pila di fascicoli colorati, così alta che non vedo più la tizia alla scrivania.
«Dio santo, non dirmelo!», la sento lamentarsi, «Oggi ci facciamo notte qua...».
«Ma magari, guarda, meglio qui che a casa da quello stron...». Stronzo lo dice piano, ma non abbastanza da evitare che tutti, nella sala, drizzino le orecchie in attesa del seguito. La pazienza ha un limite, la paura un nome, e ognuno qui dentro ha bisogno di un teatrino con cui distrarsi.
«Oh no, cos'ha fatto stavolta?» sussurra la receptionist.
«Cosa vuoi che abbia fatto...», le mani dell'infermiera afferrano tre o quarto cartelline dalla cima della pila e si mettono a trafficare nervosamente, «Ieri sera ero di turno, l'avrò chiamato venti volte e non s'è mai degnato di rispondere!».
«Non avrà sentito, dai. Era tardi? Si sarà addormentato...», la tizia alla scrivania la butta lì, ma si sente che non ci crede nemmeno lei.
«Seee addormentato! Quello era sveglissimo. Pure troppo...»

La signora nell'angolo ha smesso di leggere, vuoi mettere il potere della soap opera in diretta?
Una ragazza esce dallo studio del medico, avanti un altro.
Guardo l'orologio.
La receptionist toglie un altro paio di cartelle dalla pila che ha di fronte, è buffo perché da dove sono seduta io sembra una montagna di fogli con le braccia.

«Cioè? Era uscito?» Una montagna di fogli parlante.
«No, era a casa, ma aveva visite, lo stronzo.» Questa volta l'infermiera non abbassa la voce, anzi. «Si sono ubriacati come maiali e hanno scopato nel mio letto, capito? Nel mio letto hanno scop...»
«Shhh! Piano, ma che dici?» la tizia alla scrivania si alza in piedi e le afferra un braccio, strattonandola un poco. L'infermiera si divincola, indispettita.
«Perché, mica mi vergogno, sai. È lui che si deve vergognare! Dico la verità, ecco cosa dico...».
«Ma via, ti pare? Ora non esagerare, su... e fai piano, sì, ché qui ci sbattono fuori a tutt'e due!».

Vicino a me c'è una mamma che aspetta seduta di fianco alla figlia, si somigliano tantissimo. La bimba sembra assorta nel suo videogioco, lei la osserva come per sincerarsi che non stia ascoltando la conversazione; mi guarda, sbuffa.

«Quando sono uscita dall'ospedale erano le due e non m'aveva ancora dato nessun segno di vita. Ero anche preoccupata, io... Che cretina... Sai come l'ho trovato, aprendo la porta di casa? Lo sai?»
La donna alla scrivania scuote appena la testa, ha un'espressione in cui si fondono sdegno, disgusto e un disinteresse di fondo difficile da celare.
«Addormentato sul divano, mezzo nudo, i bicchieri ancora sporchi sul tavolino.»
La signora nell'angolo ha una specie di singulto, è senza pudore; se vendessero i pop corn in queste cazzo di macchinette giuro che glieli comprerei. Invece mi alzo e prendo un caffè.
«Che schifo!», si lamenta l'infermiera scuotendo la testa. Eh sì, che schifo.
«Ma sei sicura? Magari s'è ubriacato da solo, no? Poi che vuol dire mezzo nudo, è estate, anch'io a casa...»
«Ascoltami bene, io chi mi prende per il culo ce l'ho già, non ti ci mettere anche te, eh!»
La receptionist abbassa lo sguardo e si lascia cadere sulla sedia, scomparendo di nuovo dietro la pila di fascicoli, «Hai ragione, scusa... Mi dispiace».
«Non ti dispiacere, vai, che non ne vale la pena. Tanto da domani le cose cambiano: gli ho dato due giorni, gli ho detto “Fai le valigie e vai fuori di casa”. Sicché c'ho giusto stanotte e poi se Dio vuole non se ne parla più.» 

L'infermiera si avvicina alla macchinetta, mi guarda.
Io guardo l'orologio, i suoi piedi, i miei piedi, poi – di nuovo – l'orologio.
Infila due monetine e una Coca Cola rotola rumorosamente sul fondo.
«C'est la vie!» dice stappando la lattina e tornando verso la reception, «La vita fa già abbastanza schifo com'è, mica si può perdere tempo dietro a gente così, eh?».

«Mamma, quanto manca?», la bimba seduta poco distante ha spento il videogioco e si guarda intorno annoiata.
«Poco, spero!».
La tizia dietro alla scrivania scansa di lato la montagna di cartelline e si mette a contare i pazienti in sala. «Ma sì, brava... sette, otto... così ti voglio! Come si dice: chi non ti ama, non ti merita. Poi sei giovane, quanti anni hai?»
«Eh insomma, trentasei... ma mica me li porto male, no?» l'infermiera si appoggia al banco della reception, sorride, scuote ancora la testa.
«Macché, per niente, per niente male... Vedrai, questo è l'inizio di una nuova vita, te lo dico io!»
«E allora brindiamo!» esclama l'infermiera alzando la lattina in aria e porgendola alla donna dietro al tavolo.

Quella la prende, ne butta giù un sorso e gliela ripassa. «Alla salute!», dice strizzando l'occhio.
«Alla salute.» risponde l'infermiera gettando un'occhiata sui pazienti in attesa.
Sospira.
Io guardo l'orologio.
«Sì, si fa per dire...» la sento borbottare mentre lascia la stanza.

Le lancette non ne vogliono proprio sapere di muoversi.





Ascoltando One Way Trigger, The Strokes (2013) 

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