lunedì 15 luglio 2013

Storie di ordinaria follia






È una bella mattina di sole, di quelle che sfidano qualsiasi forma di meteropatia (e la mia è grave, eh) e mettono alla prova la resistenza al bel tempo di Questa Città.

Ché Questa Città è proprio allergica al bel tempo, per cui quando ti alzi e scopri che il cielo è improvvisamente azzurro e dopo un’ora ancora nulla è cambiato (perché, oltre che essere allergica al bel tempo, Questa Città ha un clima lievemente mutevole), non puoi che concederti un sorrisetto soddisfatto e pensare che se ne rimarrà lì stampato almeno fino alla fine della mattinata.
Che tenerezza.

E mentre tutti con l’estate si precipitano a – che so – fotografare gettarsi tra le onde del mare, fotografare mangiare frutta di stagione, fotografare bere drink veramente gggiusti ed esotici, io ho scelto di fare qualcosa di davvero alternativo: le così dette commissioni di tutti i giorni.
Sì, ripetete con me: commissioni di tutti i giorni. Fate parte del club di chi non l’ha mai detto a voce alta? Non temete, c’è sempre una prima volta. Anche per sbrigarle.
La sottoscritta, per esempio, è andata in lavanderia a ritirare il vestito del suo gentil consorte, così, a casaccio, presa da un’euforia da compagna perfetta quale non è.
Davvero, che tenerezza.

Sicché mi ritrovo a varcare bel bella la soglia dei miei amici indiani, proprietari della lavanderia più economica del quartiere che – ça va sans dire – è diventata in un attimo quella di fiducia.
Oddio, di fiducia è un parolone, visto che da quando ci siamo trasferiti ci avremmo portato due cappotti in croce, ma tant’è.

Telapuliscoiolarobavaitranquilla (per questioni di privacy, lo chiameremo così) è un posticino di due metri per due in cui non si capisce come abbiano fatto a stipare le lavatrici, la stiratrice e il proprietario che il consorte di cui sopra mi aveva a suo tempo descritto con le seguenti parole: «sempre sorridente, un tipo tranquillissimo».
L’ho già detto che tenerezza?

È con quella promessa di sorriso e il sole alle mie spalle che entro sventolando il mio biglietto rosa e lo porgo con gentilezza al ragazzo alla cassa. Ecco, lui non deve essere il proprietario perché non sorride affatto e a mala pena mi saluta quando entro. Vabbè, d’altra parte a chiunque capita di avere i coglioni girati, poi fa un caldo qui dentro che ti credo che gli girano, prendiamo il vestito, ringraziamo e…
Certo che almeno un “grazie” di ritorno, così, per sentito dire, userebbe, ma lasciamo stare, devo essere io oggi che ho la fissa delle casalinga col buon vicinato.
Tenerona!

Ed è mentre tento di infilare il resto nel portafogli – cercando di non rendere impresentabile l’abito che ho appena ritirato ancor prima che io sia uscita dal negozio – che entra questo ragazzetto sventolando a sua volta un bigliettino rosa.
Avrà diciotto, diciannove anni a dir tanto, i capelli a spazzola e una maglietta improbabile; «Vorrei ritirare la mia camicia, per favore», dice appoggiando il casco al bancone.
Il tipo di Telapuliscoiolarobavaitranquilla prende il foglietto con aria svogliata, scruta l’appendiabiti vicino alla stiratrice con occhio poco convinto e con il tono più piatto e inespressivo cha abbia mai sentito risponde: «No, la tua camicia non c’è».
Ma tenero lui, mo’ non trova più nemmeno il capo del cliente, giornataccia… adesso vado lì e lo abbraccio.

«Che vuol dire non c’è? L’ho portata qui la settimana scorsa e dovevo ritirarla oggi!», il ragazzino pare – giustamente – perplesso.
«Vuol dire che non c’è, la tua camicia non c’è e non so nemmeno dove sia» risponde l’altro freddamente. L’abbraccio di solidarietà un’altra volta, mi sa.
«Ma tu devi saperlo, ho pure pagato in anticipo, quella è la ricevuta!» replica Capelliaspazzola tutto rosso in viso.
Il tipo alla cassa lo guarda scuotendo la testa, un’espressione a metà strada tra il disinteresse e la scocciatura. Non dice una parola, nemmeno un banale “mi dispiace”, uno “scusa” frettoloso. Gelo.
«Cazzo, se non tiri subito fuori la camicia allora mi ripaghi il lavaggio, ridammi i miei 4 euro!», Capelliaspazzola alza la voce. ’Sti teenager saranno pure facili all’incazzo, ma tutti i torti lui non ce l’ha, poraccio. Dai Mr Telapuliscoiolarobavaitranquilla, quattro euro e una pacca sulle spalle, va bene a tutti e due e a te pure di più.
La tenerezza fa tenerezza.

«Io non ti ripago proprio niente», questa volta le parole del ragazzo alla cassa un’intonazione ce l’hanno ed è quella dello sprezzo.
«Che cazzo dici? Tu me li ridai eccome i miei soldi, dammi i miei quattro euro, hai la ricevuta…», ma Capelliaspazzola non fa in tempo a finire la frase che la ricevuta non è più nelle mani del commesso: lui l’ha accartocciato quello striminzito foglietto rosa, ne ha fatto una piccola pallina di carta pronta a essere cestinata. E non l’ha buttata nel cestino.
Qual è il contrario di tenerezza?

Ci sono dei momenti in cui vedi tutto al rallentatore e poi, per una frazione di secondo, l’intero scenario si congela; l’aria che respiri, i colori, i contorni, ché i film gli fanno ’na sega alla vita vera.
Quando la pallina di carta colpisce il volto di Capelliaspazzola io non lo so dove sono esattamente; sono da qualche parte nella stanza, immobile, abbastanza lontana da non sentirne il rumore ma sufficientemente vicina da vedere tutto.
Rigidità, severità, durezza.
Vedere il ragazzino toccarsi il viso incredulo, vedere la pallina rosa che rotola ai suoi piedi, Mr Telapuliscoiolarobavaitranquilla che sghignazza, una vecchia signora che entra.

Un istante dopo lo standby è finito e le cose precipitano velocissime, come se qualcuno, stavolta, avesse premuto il tasto forward.
Capelliaspazzola brandisce a due mani il casco che aveva depositato sul bancone poco prima e con quella che deve essere tutta la rabbia che ha in corpo colpisce in viso il ragazzo alla cassa.
Una legnata tremenda.
Telapuliscoiolarobavaitranquilla indietreggia barcollando ma non cade, anzi torna alla carica e si getta come un ariete sul ragazzino. Ed eccoli – immobili in un abbraccio che è un tentativo di immobilizzarsi a vicenda – cercarsi la faccia con i pugni, grugnire come maiali, sputarsi in faccia offese irripetibili.
La normalità che esplode, animali pronti a sbranarsi.
Stanno così, stretti in questa danza macabra e surreale, finché dal groviglio di corpi vedo uscire il braccio del commesso che afferra il bastone di cui si serve per prendere gli abiti dalla stiratrice.
Malanimo, disamore, acredine, livore.

«Fermi! Fermi!» mi sento gridare, «Che cazzo fate? Fermi!».
Si fermano solo perché i proprietari del negozio di fianco hanno sentito le urla e sono arrivati di corsa a separarli. Si fermano perché la vecchia sta chiamando la polizia, perché si sono fatti abbastanza male a vicenda, perché non hanno altra scelta.
Ma si sarebbero ammazzati di botte, ne sono certa.

Mi avvicino alla porta del negozio, devo respirare. Il sole fuori batte ancora forte, si riflette sugli oblò delle lavatrici e su un cartello che, entrando, non avevo notato.

«WE LOVE OUR COSTUMERS» dice quel cartello.

«And they love us because of that».





Ascoltando Bullet with Butterfly Wings, The Smashing Pumpkins (Mellon Collie and the Infinite Sadness, 1995)

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