martedì 30 luglio 2013

L’Antifèscion nello specchio





Qualche giorno fa ho scritto questa cosa qui e ragionavo su come e quanto il concetto di femminilità e quello di cura della persona siano legati a doppio filo, cosa per altro sacrosanta se non fosse che ciò, spessissimo, fa sì che molti associno a quest’idea l’assunto per cui se bella vuoi apparire… un sacco de sordi devi elargire.
Ma tanti, eh, ché quando dico tanti ve li dovete immaginare come un bambino di otto 8 anni si figura le 25 candeline sulla sua torta “da grande”. Una roba enorme. (cit.)
Insomma, almeno per me.

Perché eviterei volentieri di passare come la pulciara di turno, ma a dare retta a questa gentaccia (brutti, brutti e cattivi siete!) tra pelle, trucco e parrucco dovremmo spendere delle cifre che, personalmente, non mi posso permettere. Anzi vi dirò di più, forse non mi voglio permettere.
Amen.

Poi è OVVIO che parla la Sara Lovely Sara che è in me, la ragazzina ricca ma taaanto educata e di buon cuore che, rimasta orfana e morta de fame, si ritrova a fare la sguattera nel collegio delle figlie cesse dei riccastri maledetti. Quella che dentro nasconde l’anima di una principessa e che se potesse – ah, se potesse! – manderebbe affanculo Miss Minci e s’incrinerebbe di massaggi drenanti, creme Shiseido e trucchi Dior. Ma in attesa che la scimmietta di un ricco benefattore indiano entri dalla finestra della mia cameretta e riempia quei due metri quadrati due di cofanetti Collistar e buoni ceretta, facciamo la parte delle personcine sagge e assennate e torniamo alla realtà.

La realtà, signori miei, è che si può essere curati e belli fuori (perché del dentro in questa sede non ce ne può frega’ di meno) senza dover necessariamente spendere cifre folli.
No, non sto parlando di quelli che con un pizzico di sbattimento in più si riforniscono nelle bancarelle dei mercatini (o direttamente in loco e/o online), acquistando prodotti di aziende locali che contengono assai meno schifezze di quelli della grande distribuzione e non sono sempre più costosi, al contrario.
O dei virtuosi che i cosmetici se li fanno proprio (naturali, sani, eco e via dicendo), guadagnandoci in soldi e salute.
Io mi spingo addirittura più in là, perché nella realtà bisogna affondarci i piedini ben bene, anche se sono freschi di pedicure.
La realtà è che sarà pure pieno di gente che per sé solo il meglio che la cosmesi può offrire, ma ce n’è almeno altrettanta che per necessità o virtù creme, shampoo, trucchi e compagnia bella se li compra anche al supermercato e se ne va comunque in giro con un aspetto più che dignitoso.

Mi rendo conto che curarsi la cellulite con il tubetto dell’iper non è lo stesso che disporre dei prodigiosi fanghi del Pacifico, che non proveremo mai l’ebbrezza di immergersi in un bagno arricchito di preziosissimi sali della Papuasia usando quelli che ci ha regalato nonna a Natale e con tutta probabilità ci riempiremo di troiai cancerogeni (occhio alle etichette però, perché spesso sono gli stessi dei prodotti che acquistate in profumeria e allora meglio farsi del male a botte di 5 euro piuttosto che 50), ma che vi devo dire? Preferiamo i sapori semplici e ci piace vivere pericolosamente, a noi altri.

No dai, cazzate a parte (perché, c’è anche la parte seria?), con un occhio minimamente aperto su prodotti e portafogli si può.
E non ditemi che sono l’unica, ché l’altro giorno su Twitter ho letto l’appello disperato di una poco più che ventenne che chiedeva impanicata che shampoo potesse comprare al supermercato del paesello dato che aveva finito il nettare degli dei con cui era solita lavarsi i capelli e non ne aveva proprio un’idea.
Ora, io capisco e apprezzo l’essere consumatori consapevoli, le infinite possibilità che la rete offre in termini di informazioni, scelta eccettera rispetto anche solo a una decina di anni fa e bla bla bla. Ma possibile che non vi siate mai lavate i capelli con uno shampoo della Coop senza per questo sentirvi delle disgraziate senza possibilità di riscatto? E dai!

Io mi ritengo una persona tutt’altro che sciatta; mi faccio la doccia tutte le mattine, mi piace avere la pelle liscia e sono una fanatica del pelo superfluo, nel senso che pure d’inverno a meno venti, senza un compagno fisso e né manco la possibilità di una scaldatina tra trombamici, li elimino senza pietà. Mi trucco pochissimo (anche perché non sono capace), privandomi della possibilità di essere una super faiga magari, ma scongiurando almeno l’effetto mascherone indiano che affligge parte della popolazione femminile e quello sorpresa quando mi sveglio con accanto qualcuno (per lui, più che altro, ché a guardare come va in giro la gente in certi casi deve essere da infarto).
Ma tutto ciò ha sempre avuto un impatto relativo sul mio conto in banca e cerco di limitare i danni anche adesso che l’età, la pubblicità e la pressione del mondo esterno (tutti belli, tutti ricchi, tutti al top, tutti in vetrina) avanzano sgomitando.

Che poi “tenerci” e “tenersi” è bello, siamo tutti d’accordo, ma va molto al di là dell’usare 10 prodotti di bellezza e fare 5 trattamenti estetici al mese. Quelli aiutano, certo, ma è come pensare che bastino le grandi firme sugli abiti che porti a fare di te una persona elegante, ciao proprio.

Sarà che mia madre se ne è andata quando ero troppa piccola per tutto, figuriamoci per truccarmi, non ho avuto un modello femminile che potesse dispensare consigli in questo senso e – che ve lo dico a fare? – è stata l’ultima delle mie mancanze.
Ma l’ho avuta vicino abbastanza da capire che si può essere delle donne belle e curate anche senza essere fissate (perché questo noto ultimamente: delle gran fisse su estetica e dintorni e mi fa un po’ tristezza, a dire il vero), che sarebbe bene andare in cerca di un approccio leggero e sano, che la propria femminilità si può coltivare con intelligenza, senza farsi prendere per il culo da chi ci dice che è necessario passare da qui, lì e là e comprare questo, codesto e quello (sto facendo la cogliona ma mi fido dei vostri cervellini, eh).
Non ricordo eterni passaggi dal parrucchiere né un armadietto del bagno particolarmente affollato, mi tornano piuttosto alla mente saponi naturali dal profumo delicatissimo e due grandi classici: l’Acqua di Rose Roberts (e lo so che l’INCI non è dei migliori, ma di sicuro non mi metto a riformulare i ricordi della mia infanzia in chiave bio) e il fluido classico di Oil of Olaz che ai tempi vendevano in confezioni di vetro.

Ecco, se ripenso a un gesto che avesse a che fare con la cura di sé di mia madre mi vengono in mente i polpastrelli appena imperlati di crema rosa, quel filo che stendeva sulla sua pelle naturalmente liscia e luminosa (grazie mamma! Ché i geni contano nella vita) e l’odore morbido che riempiva la distanza tra il mio viso e il suo, un attimo prima del bacio della buonanotte.

Un profumo che più che di mamma sapeva di donna.
Un odore ce ho inseguito a lungo e non ho ritrovato più identico.
Ma che c’è, c’è ancora, da qualche parte.




Ascoltando Rossetto e cioccolato, Ornella Vanoni (Noi, le donne noi, 2003)

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