martedì 30 luglio 2013

L’Antifèscion nello specchio





Qualche giorno fa ho scritto questa cosa qui e ragionavo su come e quanto il concetto di femminilità e quello di cura della persona siano legati a doppio filo, cosa per altro sacrosanta se non fosse che ciò, spessissimo, fa sì che molti associno a quest’idea l’assunto per cui se bella vuoi apparire… un sacco de sordi devi elargire.
Ma tanti, eh, ché quando dico tanti ve li dovete immaginare come un bambino di otto 8 anni si figura le 25 candeline sulla sua torta “da grande”. Una roba enorme. (cit.)
Insomma, almeno per me.

Perché eviterei volentieri di passare come la pulciara di turno, ma a dare retta a questa gentaccia (brutti, brutti e cattivi siete!) tra pelle, trucco e parrucco dovremmo spendere delle cifre che, personalmente, non mi posso permettere. Anzi vi dirò di più, forse non mi voglio permettere.
Amen.

Poi è OVVIO che parla la Sara Lovely Sara che è in me, la ragazzina ricca ma taaanto educata e di buon cuore che, rimasta orfana e morta de fame, si ritrova a fare la sguattera nel collegio delle figlie cesse dei riccastri maledetti. Quella che dentro nasconde l’anima di una principessa e che se potesse – ah, se potesse! – manderebbe affanculo Miss Minci e s’incrinerebbe di massaggi drenanti, creme Shiseido e trucchi Dior. Ma in attesa che la scimmietta di un ricco benefattore indiano entri dalla finestra della mia cameretta e riempia quei due metri quadrati due di cofanetti Collistar e buoni ceretta, facciamo la parte delle personcine sagge e assennate e torniamo alla realtà.

La realtà, signori miei, è che si può essere curati e belli fuori (perché del dentro in questa sede non ce ne può frega’ di meno) senza dover necessariamente spendere cifre folli.
No, non sto parlando di quelli che con un pizzico di sbattimento in più si riforniscono nelle bancarelle dei mercatini (o direttamente in loco e/o online), acquistando prodotti di aziende locali che contengono assai meno schifezze di quelli della grande distribuzione e non sono sempre più costosi, al contrario.
O dei virtuosi che i cosmetici se li fanno proprio (naturali, sani, eco e via dicendo), guadagnandoci in soldi e salute.
Io mi spingo addirittura più in là, perché nella realtà bisogna affondarci i piedini ben bene, anche se sono freschi di pedicure.
La realtà è che sarà pure pieno di gente che per sé solo il meglio che la cosmesi può offrire, ma ce n’è almeno altrettanta che per necessità o virtù creme, shampoo, trucchi e compagnia bella se li compra anche al supermercato e se ne va comunque in giro con un aspetto più che dignitoso.

Mi rendo conto che curarsi la cellulite con il tubetto dell’iper non è lo stesso che disporre dei prodigiosi fanghi del Pacifico, che non proveremo mai l’ebbrezza di immergersi in un bagno arricchito di preziosissimi sali della Papuasia usando quelli che ci ha regalato nonna a Natale e con tutta probabilità ci riempiremo di troiai cancerogeni (occhio alle etichette però, perché spesso sono gli stessi dei prodotti che acquistate in profumeria e allora meglio farsi del male a botte di 5 euro piuttosto che 50), ma che vi devo dire? Preferiamo i sapori semplici e ci piace vivere pericolosamente, a noi altri.

No dai, cazzate a parte (perché, c’è anche la parte seria?), con un occhio minimamente aperto su prodotti e portafogli si può.
E non ditemi che sono l’unica, ché l’altro giorno su Twitter ho letto l’appello disperato di una poco più che ventenne che chiedeva impanicata che shampoo potesse comprare al supermercato del paesello dato che aveva finito il nettare degli dei con cui era solita lavarsi i capelli e non ne aveva proprio un’idea.
Ora, io capisco e apprezzo l’essere consumatori consapevoli, le infinite possibilità che la rete offre in termini di informazioni, scelta eccettera rispetto anche solo a una decina di anni fa e bla bla bla. Ma possibile che non vi siate mai lavate i capelli con uno shampoo della Coop senza per questo sentirvi delle disgraziate senza possibilità di riscatto? E dai!

Io mi ritengo una persona tutt’altro che sciatta; mi faccio la doccia tutte le mattine, mi piace avere la pelle liscia e sono una fanatica del pelo superfluo, nel senso che pure d’inverno a meno venti, senza un compagno fisso e né manco la possibilità di una scaldatina tra trombamici, li elimino senza pietà. Mi trucco pochissimo (anche perché non sono capace), privandomi della possibilità di essere una super faiga magari, ma scongiurando almeno l’effetto mascherone indiano che affligge parte della popolazione femminile e quello sorpresa quando mi sveglio con accanto qualcuno (per lui, più che altro, ché a guardare come va in giro la gente in certi casi deve essere da infarto).
Ma tutto ciò ha sempre avuto un impatto relativo sul mio conto in banca e cerco di limitare i danni anche adesso che l’età, la pubblicità e la pressione del mondo esterno (tutti belli, tutti ricchi, tutti al top, tutti in vetrina) avanzano sgomitando.

Che poi “tenerci” e “tenersi” è bello, siamo tutti d’accordo, ma va molto al di là dell’usare 10 prodotti di bellezza e fare 5 trattamenti estetici al mese. Quelli aiutano, certo, ma è come pensare che bastino le grandi firme sugli abiti che porti a fare di te una persona elegante, ciao proprio.

Sarà che mia madre se ne è andata quando ero troppa piccola per tutto, figuriamoci per truccarmi, non ho avuto un modello femminile che potesse dispensare consigli in questo senso e – che ve lo dico a fare? – è stata l’ultima delle mie mancanze.
Ma l’ho avuta vicino abbastanza da capire che si può essere delle donne belle e curate anche senza essere fissate (perché questo noto ultimamente: delle gran fisse su estetica e dintorni e mi fa un po’ tristezza, a dire il vero), che sarebbe bene andare in cerca di un approccio leggero e sano, che la propria femminilità si può coltivare con intelligenza, senza farsi prendere per il culo da chi ci dice che è necessario passare da qui, lì e là e comprare questo, codesto e quello (sto facendo la cogliona ma mi fido dei vostri cervellini, eh).
Non ricordo eterni passaggi dal parrucchiere né un armadietto del bagno particolarmente affollato, mi tornano piuttosto alla mente saponi naturali dal profumo delicatissimo e due grandi classici: l’Acqua di Rose Roberts (e lo so che l’INCI non è dei migliori, ma di sicuro non mi metto a riformulare i ricordi della mia infanzia in chiave bio) e il fluido classico di Oil of Olaz che ai tempi vendevano in confezioni di vetro.

Ecco, se ripenso a un gesto che avesse a che fare con la cura di sé di mia madre mi vengono in mente i polpastrelli appena imperlati di crema rosa, quel filo che stendeva sulla sua pelle naturalmente liscia e luminosa (grazie mamma! Ché i geni contano nella vita) e l’odore morbido che riempiva la distanza tra il mio viso e il suo, un attimo prima del bacio della buonanotte.

Un profumo che più che di mamma sapeva di donna.
Un odore ce ho inseguito a lungo e non ho ritrovato più identico.
Ma che c’è, c’è ancora, da qualche parte.




Ascoltando Rossetto e cioccolato, Ornella Vanoni (Noi, le donne noi, 2003)

venerdì 26 luglio 2013

Le parole degli altri 2





«These are the joys of the travellin’ life», says Dostoyevsky.
«What are?» says Stan.
«The simple things like this, young Stan, Things like sittin’ on the caravan step in the light of the lovely moon. They say it makes you mad, ye know. They say you shouldn’t let the moon shine down on you too much.»
«I’ve heard that», says Stan.
«Do you believe it?» asks Dostoyevsky.
Stan shrugs. He doesn’t really know what he believes.
«And then there are some», says Dostoyevsky, «that say the moonlight is a good thing. They say that each and every one of us needs a drop of madness in us. D’ye believe that, young Stan?»
Stan wonders about this. He wonders about the world. He wonders about himself and the weird things he’s experienced, the weird things he’s seen. He looks into the sky and into the universe. He imagines it going on for ever and for ever to the stars, and way beyond the stars, and way beyond the stars beyond the stars, and he knows that his wondering and wondering will never have an end.
«Well?» whispers Dostoyevsky. «Do we all need a drop of madness in us?»
A dog barks somewhere. A woman sings a sweet song that carries on the air despite the wailing of the fairground and the yelling of the fairground-goers.
«Maybe it’s in us anyway,» says Stan, «whether we want it or not.»
Dostoyevsky nods. He looks at Stan with fondness and respect in his eyes. «That’s very wise» he says.
And both of them relax and smile and let the madness of the moon pour down upon them.


(David Almond, The Boy Who Swam with Piranhas, illustrated by Oliver Jeffers, 2012)



domenica 21 luglio 2013

Attraverso lo specchio





Parliamo di cazzate.
Mica che fin qui si sia disquisito di filosofia e politica internazionale, ma insomma.

Io sono sconvolta, davvero, credo di avere un serio problema con la mia femminilità o meglio, con il coltivare la mia femminilità.

Perché a quanto pare questo è un processo che passa sì per l’accettazione di sé, l’acquisire una maggior consapevolezza del proprio corpo e della propria interiorità, una sicurezza superiore, l’imparare a vedersi e darsi più valore in modo da acquistarlo anche agli occhi degli altri, volersi/mangiare/vestirsi/trattarsi bene e tante altre belle attività (e parole, parole, paroleee) di questa sorta, ma – e sottolineo ma – nella vita reale pare che la stragrande maggioranza del genere femminile si affidi, in questo percorso, all’aiuto di preziosi alleati: creme e trucchi.
Un sacco di creme e trucchi.
Ma tanti, eh, ché quando dico tanti ve li dovete immaginare come un bambino di otto 8 anni si figura le 25 candeline sulla sua torta “da grande”. Una roba enorme.

Ecco, io di questa cosa sono sempre stata più o meno consapevole perché di amiche ne ho e pure parecchie e nel corso degli anni ne ho visti sfilare di beauty-case, hai voglia se ne ho visti!

E non senza sorprese.

L’amica fissata, quella che passa le ore in profumeria, sa a memoria marche e prezzi dei cosmetici e non esce di casa se non ha almeno un filo di mascara nemmeno la prendo in considerazione, troppo facile.
Ma vogliamo parlare della finta nonmenefreganientedistaroba che si proclama (e sembra, a dirla tutta) l’essere più avverso a qualsiasi accorgimento e/o cura di bellezza fosse solo – che so – il balsamo per capelli? Eh, sembra.
Perché la prima volta che andate a fare una bella frikkettonata insieme, tutti al fiume in tenda, du’ cose nello zaino e tanta giovinezza, vi accorgete che lei di cose ne ha sì due, ma sono una crema per il corpo (vellutante, modellante, drenante) da venti miliardi e una per il viso (astringente, opacizzante, ringiovanente) da quaranta che le permettono di sfoggiare quel look tutto acqua e sapone cui vi ha abituati. Arcano svelato.

A casa non ne parliamo: lì nasconde un arsenale completo di shampoo, sieri, cremine e trucchi (soprattutto con l’avanzare dell’età) che manco Kate Moss. Anche perché nel bagno mi sa che quella vecchia volpe di Kate nasconde un arsenale di altro tipo, beata lei.
E magari sono tutte cosine biologiche, roba che ha preso all’erboristeria Chicco D’Oro (nel senso che quando ci entri ci lasci un rene) o misture miracolose ma rigorosamente di origine naturale portate dall’ultimo viaggio in Sudamerica – «Ma l’ho pagata due lire, guarda!», sì, aggiungici giusto il costo del biglietto e vai liscia, mortacci tua! – ma il risultato non cambia, anzi.
Il barbatrucco c’è e – adesso – lo vedi.

E con le generazioni più giovani ciao, le cose sono addirittura più lampanti: queste nascono col lucidalabbra, se si continua così il prossimo anno la nipotina di 4 anni chiederà a Babbo Natale il blush, ammesso che ci creda (nel blush di sicuro sì, su Babbo Natale qualche dubbio ce l’ho).
Già, perché ora è blush (naturalmente liquido perché in polvere fa veramente old-school), si vede che fard non era abbastanza esotico.
Poi ci sono gli idratanti giorno e notte, l’olio secco (che definizione più idiota non c’è: dai ragazzi, l’olio unge! Punto.), il siero anti-occhiaie con l’apposito applicatore roll-on (ma come caaazzo parlate?), lo struccante, il tonico e il gommage. Il gommage… io mi sento ’mbecille solo a dirlo, poi non è nient’altro che quell’esfoliante delicato con i micro-granuli per fare lo scrub al viso (senti come te l’ammollo, oh!) e allora vabbuò.

Notate bene, siamo solo all’inizio, non ho parlato di tutta la roba che va sopra a questo copioso strato di creme e cremine (correttore, cipria, fondotinta, ombretti, matite, mascara, rossetti…), né dei prodotti per corpo e capelli. E manco lo farò. Un po’ perché non ho proprio competenza in materia, un po’ perché dopo cinque minuti (e direi che son passati) l’argomento mi fa lo stesso effetto dei discorsi su peso-forma e diete (qui), ma soprattutto perché lo fa TUTTO IL RESTO DEL MONDO SUL WEB. 
Con tanto di foto, link ai singoli prodotti, video. Video!
Gente che ti mostra fiera cosa ha messo nel beauty del mare, della palestra, piuttosto che in quello da viaggio. E io proprio non gliela fo. 

Poi con le mie cinque cose in croce sulla mensola del bagno mi sento Cenerentola e se guardo alle marche dei prodotti, porella, mi viene da fare un'auto-colletta e destinare quei 60 euro con cui ci faccio una regale cenetta di pesce per due nel mio ristorantino preferito (o ci compro 6 libri, vado 5 volte al cinema e 4 a teatro) all’acquisto dell’ultimo ritrovato della cosmetica francese. Sì, credeteci.
Lo so, so’ scelte.

Però mi domando anche come fanno tutte queste ragazze e donne dalle età e provenienze più disparate a permettersi questi bauletti gonfi di prodotti per lo più veramente molto costosi tutti i santi mesi. Tenendo presente che se fai tutti ’sti sacrifici perché bella vuoi apparire, il tuo nasino così ben incipriato ce lo dovrai pur mettere fuori di casa e lì son altri dindi che partono. 
Ora, considerato che articoli come quelli di cui sopra pullulano sui blog italiani dove altrettanto ci si lamenta della crisi, della disoccupazione e compagnia bella, due domande me le faccio.

Ma che volete, io sono antifèscion, certe cose non posso capirle.

E voi?

Se sì, chiaritemi le idee, vi prego. 
C’è tanto bisogno di luce da queste parti e no, non c’è illuminante che tenga.




Ascoltando Cherry Lips, Garbage (Beautiful Garbage, 2001)


lunedì 15 luglio 2013

Storie di ordinaria follia






È una bella mattina di sole, di quelle che sfidano qualsiasi forma di meteropatia (e la mia è grave, eh) e mettono alla prova la resistenza al bel tempo di Questa Città.

Ché Questa Città è proprio allergica al bel tempo, per cui quando ti alzi e scopri che il cielo è improvvisamente azzurro e dopo un’ora ancora nulla è cambiato (perché, oltre che essere allergica al bel tempo, Questa Città ha un clima lievemente mutevole), non puoi che concederti un sorrisetto soddisfatto e pensare che se ne rimarrà lì stampato almeno fino alla fine della mattinata.
Che tenerezza.

E mentre tutti con l’estate si precipitano a – che so – fotografare gettarsi tra le onde del mare, fotografare mangiare frutta di stagione, fotografare bere drink veramente gggiusti ed esotici, io ho scelto di fare qualcosa di davvero alternativo: le così dette commissioni di tutti i giorni.
Sì, ripetete con me: commissioni di tutti i giorni. Fate parte del club di chi non l’ha mai detto a voce alta? Non temete, c’è sempre una prima volta. Anche per sbrigarle.
La sottoscritta, per esempio, è andata in lavanderia a ritirare il vestito del suo gentil consorte, così, a casaccio, presa da un’euforia da compagna perfetta quale non è.
Davvero, che tenerezza.

Sicché mi ritrovo a varcare bel bella la soglia dei miei amici indiani, proprietari della lavanderia più economica del quartiere che – ça va sans dire – è diventata in un attimo quella di fiducia.
Oddio, di fiducia è un parolone, visto che da quando ci siamo trasferiti ci avremmo portato due cappotti in croce, ma tant’è.

Telapuliscoiolarobavaitranquilla (per questioni di privacy, lo chiameremo così) è un posticino di due metri per due in cui non si capisce come abbiano fatto a stipare le lavatrici, la stiratrice e il proprietario che il consorte di cui sopra mi aveva a suo tempo descritto con le seguenti parole: «sempre sorridente, un tipo tranquillissimo».
L’ho già detto che tenerezza?

È con quella promessa di sorriso e il sole alle mie spalle che entro sventolando il mio biglietto rosa e lo porgo con gentilezza al ragazzo alla cassa. Ecco, lui non deve essere il proprietario perché non sorride affatto e a mala pena mi saluta quando entro. Vabbè, d’altra parte a chiunque capita di avere i coglioni girati, poi fa un caldo qui dentro che ti credo che gli girano, prendiamo il vestito, ringraziamo e…
Certo che almeno un “grazie” di ritorno, così, per sentito dire, userebbe, ma lasciamo stare, devo essere io oggi che ho la fissa delle casalinga col buon vicinato.
Tenerona!

Ed è mentre tento di infilare il resto nel portafogli – cercando di non rendere impresentabile l’abito che ho appena ritirato ancor prima che io sia uscita dal negozio – che entra questo ragazzetto sventolando a sua volta un bigliettino rosa.
Avrà diciotto, diciannove anni a dir tanto, i capelli a spazzola e una maglietta improbabile; «Vorrei ritirare la mia camicia, per favore», dice appoggiando il casco al bancone.
Il tipo di Telapuliscoiolarobavaitranquilla prende il foglietto con aria svogliata, scruta l’appendiabiti vicino alla stiratrice con occhio poco convinto e con il tono più piatto e inespressivo cha abbia mai sentito risponde: «No, la tua camicia non c’è».
Ma tenero lui, mo’ non trova più nemmeno il capo del cliente, giornataccia… adesso vado lì e lo abbraccio.

«Che vuol dire non c’è? L’ho portata qui la settimana scorsa e dovevo ritirarla oggi!», il ragazzino pare – giustamente – perplesso.
«Vuol dire che non c’è, la tua camicia non c’è e non so nemmeno dove sia» risponde l’altro freddamente. L’abbraccio di solidarietà un’altra volta, mi sa.
«Ma tu devi saperlo, ho pure pagato in anticipo, quella è la ricevuta!» replica Capelliaspazzola tutto rosso in viso.
Il tipo alla cassa lo guarda scuotendo la testa, un’espressione a metà strada tra il disinteresse e la scocciatura. Non dice una parola, nemmeno un banale “mi dispiace”, uno “scusa” frettoloso. Gelo.
«Cazzo, se non tiri subito fuori la camicia allora mi ripaghi il lavaggio, ridammi i miei 4 euro!», Capelliaspazzola alza la voce. ’Sti teenager saranno pure facili all’incazzo, ma tutti i torti lui non ce l’ha, poraccio. Dai Mr Telapuliscoiolarobavaitranquilla, quattro euro e una pacca sulle spalle, va bene a tutti e due e a te pure di più.
La tenerezza fa tenerezza.

«Io non ti ripago proprio niente», questa volta le parole del ragazzo alla cassa un’intonazione ce l’hanno ed è quella dello sprezzo.
«Che cazzo dici? Tu me li ridai eccome i miei soldi, dammi i miei quattro euro, hai la ricevuta…», ma Capelliaspazzola non fa in tempo a finire la frase che la ricevuta non è più nelle mani del commesso: lui l’ha accartocciato quello striminzito foglietto rosa, ne ha fatto una piccola pallina di carta pronta a essere cestinata. E non l’ha buttata nel cestino.
Qual è il contrario di tenerezza?

Ci sono dei momenti in cui vedi tutto al rallentatore e poi, per una frazione di secondo, l’intero scenario si congela; l’aria che respiri, i colori, i contorni, ché i film gli fanno ’na sega alla vita vera.
Quando la pallina di carta colpisce il volto di Capelliaspazzola io non lo so dove sono esattamente; sono da qualche parte nella stanza, immobile, abbastanza lontana da non sentirne il rumore ma sufficientemente vicina da vedere tutto.
Rigidità, severità, durezza.
Vedere il ragazzino toccarsi il viso incredulo, vedere la pallina rosa che rotola ai suoi piedi, Mr Telapuliscoiolarobavaitranquilla che sghignazza, una vecchia signora che entra.

Un istante dopo lo standby è finito e le cose precipitano velocissime, come se qualcuno, stavolta, avesse premuto il tasto forward.
Capelliaspazzola brandisce a due mani il casco che aveva depositato sul bancone poco prima e con quella che deve essere tutta la rabbia che ha in corpo colpisce in viso il ragazzo alla cassa.
Una legnata tremenda.
Telapuliscoiolarobavaitranquilla indietreggia barcollando ma non cade, anzi torna alla carica e si getta come un ariete sul ragazzino. Ed eccoli – immobili in un abbraccio che è un tentativo di immobilizzarsi a vicenda – cercarsi la faccia con i pugni, grugnire come maiali, sputarsi in faccia offese irripetibili.
La normalità che esplode, animali pronti a sbranarsi.
Stanno così, stretti in questa danza macabra e surreale, finché dal groviglio di corpi vedo uscire il braccio del commesso che afferra il bastone di cui si serve per prendere gli abiti dalla stiratrice.
Malanimo, disamore, acredine, livore.

«Fermi! Fermi!» mi sento gridare, «Che cazzo fate? Fermi!».
Si fermano solo perché i proprietari del negozio di fianco hanno sentito le urla e sono arrivati di corsa a separarli. Si fermano perché la vecchia sta chiamando la polizia, perché si sono fatti abbastanza male a vicenda, perché non hanno altra scelta.
Ma si sarebbero ammazzati di botte, ne sono certa.

Mi avvicino alla porta del negozio, devo respirare. Il sole fuori batte ancora forte, si riflette sugli oblò delle lavatrici e su un cartello che, entrando, non avevo notato.

«WE LOVE OUR COSTUMERS» dice quel cartello.

«And they love us because of that».





Ascoltando Bullet with Butterfly Wings, The Smashing Pumpkins (Mellon Collie and the Infinite Sadness, 1995)

domenica 7 luglio 2013

Dettagli





«Sicché, capisce, il ruolo che Le stiamo offrendo è un ruolo di responsabilità…»
«Capisco.»

«Come le ho detto, questa è una posizione che comporta un’adeguata competenza in materia…»
«Ovvio.»

«Ma non solo: cerchiamo qualcuno che possieda un’ottima capacità relazionale…»
«Certo.»

«… decisionale…»
«Naturalmente.»

«… manageriale!»
«Mh mh.»

«È evidente che altrettanto fondamentale è un’ottima cultura generale e accademica…»
«Sì»

«E il Suo curriculum e la nostra chiacchierata mi confermano che sono tutte doti che a Lei non mancano.»
«Bene…»

«Poi – cosa glielo ripeto a fare? – la perfetta padronanza della lingua italiana e dell’inglese sono tra i primi requisiti di cui abbiamo dovuto tenere conto perché per un lavoro del genere…»
«Va da sé.»

«Esatto! E lo stesso dicasi per la disponibilità cui accennavo prima: quella ci deve essere al cento per cento, in questo campo poi, con le consegne dell’ultimo minuto, le scadenze…»
«Ho presente, sì.»

«Già! Perché oltre tutto Lei ha anche un bel po’ di esperienza, non è proprio alle prime armi, eh?»
[Azzarda una risatina complice]
«No, infatti.»

«E noi questo l’abbiamo considerato, anche perché non è facile trovare gente giovane e con esperienza…»
«Non è facile nemmeno per un giovane fare esperienza.»
«Come dice? Eh no, lo so, lo so…»

[Si schiarisce la voce]
«Comunque, in questo caso, Lei possiede pure quella, il che è un grosso vantaggio perché davvero questo non è un ruolo che tutti possono ricoprire, mi creda.»
«Immagino.»

«Però il prestigio che le conferirebbe e le soddisfazioni personali, non parliamo delle soddisfazioni personali!»
«No, infatti, se non le dispiace parlerei piuttosto della retribuzione.»

«Le assicuro che la realizzazione person… prego?»
«La retribuzione.»
[Attimo di silenzio]
«Lo stipendio.»

«Ah, eh… certo, certo, lo stipendio! Lo stipendio…»
[Ancora un attimo di silenzio]
«Sì.»
«Perché, Lei mi dirà, abbiamo chiacchierato per un’ora di questa proposta ma nessun cenno alla…»
«Retribuzione, sì. È l’unica cosa di cui non mi ha parlato.»

[Ride, questa volta tra l’imbarazzato e l’isterico. Poi, di nuovo, silenzio]

«Ma lo sa che c’è? Che in certi casi mi perdo per ore a parlare delle cose importanti e finisce che mi dimentico i dettagli!»




Ascoltando La solita tempesta, Giorgio Canali & Rossofuoco featuring Angela Baraldi (Rojo, 2011)


martedì 2 luglio 2013

Sorelle





E così ti sposi, perla dei lungarni
ché la tua bellezza tanto contesa aveva bisogno di una casa
e dell’abbraccio sicuro di un uomo che non fosse un padre.
Dici che in Lui hai trovato l’amante, l’amico, il fratello, l’amore
e io, io sono qui che vi guardo e oggi mi sembra tutto vero.
Vorrei

Vorrei tanto che tu lo sentissi il mio cuore che fatica a reggere il battito
che incespica nei singhiozzi nascosti dietro agli occhiali,
che spera con voi e per voi che sia per sempre.
Ho atteso in fila per i saluti, aspettato che fosse il mio turno per dimostrarti l’affetto e le lacrime,
ma i discorsi che covano troppo a lungo nel petto non vengono mai come vorresti
e c’era troppo vino sulla lingua, troppa gente intorno e parole di cui non riuscivo a sentire il peso.

Adesso sono qui e non ho più scuse
e anche se cerco di rimandare, lo so che questo è un addio.
Anche se mi parli di arrivederci, di appuntamenti, di sorprese.
Anche se t’abbraccio affondando il viso nelle tue spalle come il pudore m’ha impedito di fare finché ce n’è stata la possibilità.
Quando eravamo vicine come non lo siamo state e non lo saremo più.

Era tanto tempo fa, sorella
io, te e il nostro piccolo mondo.

I giochi me li ricordo tutti, i discorsi forse li ho perduti, ma il suono che facevano nel morbido dei cuscini, strascicando i pavimenti, rimbalzando sui muri, quello no, è ancora qui.
E il tuo viso c’è sempre, anche quando ti credevo assente.
La memoria ci salva e ci condanna
e devo affidarmi a quest’arma a doppio taglio
perché non ho altro modo di tenerti
adesso che sali su quel cavallo che ti porta lontano.

Così è scritto nelle favole a cui abbiamo voluto credere,
io ti saluto dalla riva stretta agli abbracci dei fratelli
e li rassicuro, dico a tutti che starai bene, che sarai felice, che ci penserai.
Ma tu starai bene? Sarai felice? Ci penserai?
E da quell’oltreoceano che tanto spaventa
saprai lanciare un segnale, al bisogno?

Mi farò faro, sorella
sulla punta di questa lontananza appenderò un lume
e la notte veglierò da lì, con lo sguardo fisso a quei chilometri di mare che ci separano.
Sul filo sottile di queste pagine scritte di fretta ti parlerò di me,
nel suono del telefono inseguirò la tua voce e i tuoi capelli al vento li terrò stretti in un’immagine che rimarrà mia e mia soltanto. 

Nei giorni della paura il tuo sorriso aperto è la speranza che vada bene anche per noi,
le labbra increspate tra coraggio e incoscienza
lo sguardo di una donna che dopo una vita di porti sicuri si concede il salto verso il chissà.
Spiccalo con tutte le tue forze, sorella
lanciati con il terrore che attorciglia le budella e fa esplodere il grido che ci siamo tenute a lungo in gola
Atterra sulla Terra Promessa e falla tua.

E se non ho saputo fare il tifo, se non l’ho fatto abbastanza, se non c’ero come avresti voluto, concedimi una seconda possibilità.
Fatti ripetere che sei bellissima e che quell’abito bianco non ha merito alcuno
che hai la grazia di mamma e la dolcezza ruvida di babbo, 
un fratello che sente già la tua mancanza e… me.

Hai me che ti osservo con l’occhio incredulo di una vita spesa assieme
l’incapacità congenita di raccontarti tutto e le mani che tremano di fronte agli anelli.
Tu sai dove trovarmi, in fondo l’hai sempre saputo,
e allora vienimi a cercare, ogni tanto.
Ricordati di quella bimbetta che ti seguiva a passi incerti e che un giorno è volata lontano
ma solo per uscire dalla scia, farsi grande e tornare a parlarti.

Ricordati che ho unghie affilate per proteggerti,
polmoni pieni di quello che sento e l’anima gonfia di quello che
siamo state, siamo e saremo l’una per l’altra: sorelle.
Io e te.
Finché morte non ci separi.
Sorelle.



Ascoltando To Build a Home, Cinematic Orchestra (Ma Fleur, 2007)