sabato 8 giugno 2013

8 giugno 2013


Sono le 5.38.
Ti sto pensando.
Avrei bisogno di te.
Oggi questo bisogno compie vent’anni
e non mi sembra vero.
Non ricordo nemmeno se la data è quella giusta
l’anno, intendo, il giorno sì,
quello me lo ricordo.

C’era il cielo coperto
l’aria calda, pesante s’è fatta fredda. Freddissima.
All’improvviso camminavo facendo finta di non aver capito.
Ma era tutto così chiaro… così chiaro, anche i contorni.
Più chiaro delle nuvole bianche ostinate contro un cielo di fumo.

Tutto così chiaro
e quella sensazione di disagio
lo scherzo tinto di realtà,
quelle facce contrite in una finta riuscita male
quelle bocche così storte
così poco adeguate alla circostanza
così rosse,
quei denti così bianchi
quelle rughe intorno alle bocche.

E camminare su una strada deserta
tra palazzi intatti nonostante tutto.
Nonostante il mondo stesse crollando.
Quei palazzi così pieni di famiglie
di pranzi di domenica
di voci.
Eppure fuori il silenzio
i passi veloci
eppure non volevo arrivare mai.

I suoi capelli rossi a farmi compagnia
la sua presenza scossa fra i riccioli
e il mio risoluto fingere. Ancora.
Ma il cielo era così coperto
e l’aria fredda, freddissima.

Oggi come allora.
Oh, è un altro dolore
è un altro tassello
un’altra storia,
ma lo stesso cielo
la stessa aria fredda
le stesse bocche che mostrano denti
le stesse teste al ritmo di qualcosa che si spezza
le stesse parole
poi, di nuovo, 
il silenzio.

Sono grande.
Sono grande abbastanza
per accettare una sconfitta
uno, due, tre, quattro colpi forti.
Sono grande per non chiedere aiuto
per tacere
per scostare le tende
per chiudere il cuore.

Sono grande vent’anni più di allora
sono più alta, più forte (sono più forte?).
Vivo da sola in una città che non è la tua.
Sono adulta,
non più una bambina (lo sono più stata, da allora?),
e non mi diresti una parola
ti maschereresti, forse, di pudore
e penso che troverei il modo di rinfacciarti tutta la merda che ho dentro
per sfogare la rabbia
e allontanare il dolore.

Io penso che ti odierei.
Perché hai smarrito la mia collezione di fumetti.
Penso che griderei fino a sentire male,
griderei che non capisci e non ascolti.
Ti accuserei di essere distante e irraggiungibile.
Ti odierei perché non mi tocchi
perché non mi parli
perché alzi le trincee e non mi ami abbastanza.

Ma è un bisogno vecchio vent’anni
ed è stato troppo a lungo alimentato,
non riesce a estinguersi.

E fa freddo come allora
e come allora è uno scherzo riuscito male
come allora ho capito il trucco
come allora tremo e devo cambiare stanza
allontanarmi un po’
tornare
parlare del più e del meno
allontanarmi di nuovo.

Quando sono cresciuta?
Quando è cambiato il cielo?
Quel giorno era coperto e freddo.
E allora, forse, nulla è cambiato.
Quando torni?
Mai.
Non torni mai.




Ascoltando Bird Gerhl, Antony and the Johnsons (I Am a Bird Now, 2005)

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