lunedì 24 giugno 2013

Solstizi





Quando premo forte i palmi delle mani sulle orecchie sento solo il mio respiro affannoso e all’improvviso il resto scompare. Le tue urla, le mie urla, il terremoto che ha colpito le pareti e ci ha trascinati su questa terra desolata fatta di mota rossa e appiccicosa dove niente più conta.
È in questo rifiuto autistico – di te, degli altri, del mondo – che ritrovo la parte più vera di me, e quella che mi fa più paura.

Tu mi sa che non lo capisci, non lo capisci proprio chi sono io e perché

Eppure mi è sembrato di avertelo spiegato tante volte (come se certe cose, poi, si potessero spiegare) e ancor di più mi è parso che fossi riuscito a comprendere, a vedere quell’oltre, a varcare il confine sottilissimo ma determinante tra l’esser salvi e l’esser vivi. 
Io salva non lo sarò mai e non è colpa di questa malattia che si mi spaventa anche se ancora non sappiamo se c’è o se non c’è, non è nemmeno la mia storia così densa, accidentata e pesante, neppure il futuro che ha finito per perdere qualche colore, tanto è stato cancellato, corretto, ridisegnato.

Il fatto che mi fossi seduta con l’intenzione di parole liete e sia finita così ha il sapore acre di quel bicchiere di vino versato per un brindisi, trangugiato in fretta, finito in frantumi sul pavimento, pestato per accidente, ferendosi, come in un brutto telefilm.
E mentre tu mi dai della rompicoglioni qualcosa mi trafigge, un retro pensiero, un’epifania che subito ricaccio nei meandri. Ma io lo so, io (ri)conosco tutto anche quando faccio finta di no.

Tra poco ricomporrò il quadretto che ci siamo dipinti addosso, ricucirò gli angoli di questa bocca logora di discorsi che fanno male, appunterò due spilli a mo’ di sorriso stanco e uscirò dalla mia tana di buio e parole di nascosto.

Tra poco ritroverai la tua calma, le tue sicurezze e avrai le tue scuse. Come le vittorie di nessuno, come i pareggi tristi delle partite noiose, con gli intervalli che non servono perché non azzeccano il tempo che ci vuole.

Le ultime bugie prima di andare a dormire.

E forse sono più colpevole di te, e allora in fondo mi merito ciò che sta succedendo. 




Ascoltando Quello che non c'è, Afterhours (Quello che non c'è, 2002)


domenica 9 giugno 2013

Le parole degli altri #1





«I half-closed my eyes and imagined this was the spot where everything I’d ever lost since my childhood had washed up, and I was now standing here in front of it, and if I waited long enough, a tiny figure would appear on the horizon across the field, and gradually get larger until I’d see it was Tommy, and he’d wave, maybe even call. The fantasy never got beyond that – I didn’t let it – and though the tears rolled down my face, I wasn’t sobbing or out of control. I just waited a bit, then turned back to the car, to drive off to wherever it was I was supposed to be.»

(Kazuo Ishiguro, Never Let Me Go, 2005) 

sabato 8 giugno 2013

8 giugno 2013


Sono le 5.38.
Ti sto pensando.
Avrei bisogno di te.
Oggi questo bisogno compie vent’anni
e non mi sembra vero.
Non ricordo nemmeno se la data è quella giusta
l’anno, intendo, il giorno sì,
quello me lo ricordo.

C’era il cielo coperto
l’aria calda, pesante s’è fatta fredda. Freddissima.
All’improvviso camminavo facendo finta di non aver capito.
Ma era tutto così chiaro… così chiaro, anche i contorni.
Più chiaro delle nuvole bianche ostinate contro un cielo di fumo.

Tutto così chiaro
e quella sensazione di disagio
lo scherzo tinto di realtà,
quelle facce contrite in una finta riuscita male
quelle bocche così storte
così poco adeguate alla circostanza
così rosse,
quei denti così bianchi
quelle rughe intorno alle bocche.

E camminare su una strada deserta
tra palazzi intatti nonostante tutto.
Nonostante il mondo stesse crollando.
Quei palazzi così pieni di famiglie
di pranzi di domenica
di voci.
Eppure fuori il silenzio
i passi veloci
eppure non volevo arrivare mai.

I suoi capelli rossi a farmi compagnia
la sua presenza scossa fra i riccioli
e il mio risoluto fingere. Ancora.
Ma il cielo era così coperto
e l’aria fredda, freddissima.

Oggi come allora.
Oh, è un altro dolore
è un altro tassello
un’altra storia,
ma lo stesso cielo
la stessa aria fredda
le stesse bocche che mostrano denti
le stesse teste al ritmo di qualcosa che si spezza
le stesse parole
poi, di nuovo, 
il silenzio.

Sono grande.
Sono grande abbastanza
per accettare una sconfitta
uno, due, tre, quattro colpi forti.
Sono grande per non chiedere aiuto
per tacere
per scostare le tende
per chiudere il cuore.

Sono grande vent’anni più di allora
sono più alta, più forte (sono più forte?).
Vivo da sola in una città che non è la tua.
Sono adulta,
non più una bambina (lo sono più stata, da allora?),
e non mi diresti una parola
ti maschereresti, forse, di pudore
e penso che troverei il modo di rinfacciarti tutta la merda che ho dentro
per sfogare la rabbia
e allontanare il dolore.

Io penso che ti odierei.
Perché hai smarrito la mia collezione di fumetti.
Penso che griderei fino a sentire male,
griderei che non capisci e non ascolti.
Ti accuserei di essere distante e irraggiungibile.
Ti odierei perché non mi tocchi
perché non mi parli
perché alzi le trincee e non mi ami abbastanza.

Ma è un bisogno vecchio vent’anni
ed è stato troppo a lungo alimentato,
non riesce a estinguersi.

E fa freddo come allora
e come allora è uno scherzo riuscito male
come allora ho capito il trucco
come allora tremo e devo cambiare stanza
allontanarmi un po’
tornare
parlare del più e del meno
allontanarmi di nuovo.

Quando sono cresciuta?
Quando è cambiato il cielo?
Quel giorno era coperto e freddo.
E allora, forse, nulla è cambiato.
Quando torni?
Mai.
Non torni mai.




Ascoltando Bird Gerhl, Antony and the Johnsons (I Am a Bird Now, 2005)

lunedì 3 giugno 2013

La parola silhouette fa ridere



E le convinte – scusate ma siete forse le più pallose e i vostri post, foto e tweet li salto a una velocità che vi farebbe invidia e comodo nelle vostre corse forsennate pro perdita chili di troppo – che scrivono di diete e palestre e ammorbano la rete con il risultato dei loro sforzi e il resoconto giornaliero delle calorie per pasto. Immagini del girovita che si assottiglia, le meraviglie dell’alimentazione salutista, i kilometri macinati sul tapis roulant… Io capisco – anzi, non è manco vero, perché non lo capisco – l’impegno che ci mettete, la soddisfazione e il conseguente desiderio di condividere ma boh… aiuto.

Poi ci sono quelle in sovrappeso (di solito, parecchio) che la dieta proprio non gliela fanno e si proclamano fiere delle proprie forme. Al 99% la buttano sul “sarò anche obesa, ma guarda che tette e/o culo che mi ritrovo!” e inneggiano al grasso e bello (tra le righe, o meno, ci sta un sonoro “alla faccia di quei grissini stronzi!”). 

Ora, sarò onesta perché non me ne frega nulla di essere politicamente corretta nella vita, figuriamoci qui: in generale non ci credo. Mi dispiace, davvero, ma non credo che stiate bene nei vostri dieci chili di troppo, come non penso che lasciarli lì – se davvero sono tanti – sia salutare, né a livello fisico né a livello psicologico e non mi dilungo oltre, la lista dei perché e per come la potete stilare da sole.
Però mettiamo pure che sia tutto vero, che vi sentiate meravigliosamente fighe e felici dentro i vostri capi oversize; posso essere con voi, sorelle, a patto che non scassiate la minchia con la banale equazione magra = tristezza, incapacità di godersi i piaceri della vita, diete ferree e deprimenti all life long, mancanza di curve e conseguente rosicata in merito.

Non è vero. Può esserlo in alcuni casi, ma in tanti, tantissimi altri NON è così. Io sono uno di quelli.

Mangio come un maiale assassino e purtroppo non faccio sport dall’’86, ma sono magra di costituzione e se potessi battezzare il mio metabolismo lo chiamerei Genio. So’ fortune, ma che devo fare? Ognuno c’ha le sue, croci e delizie, e a me m’è toccata questa.

Che poi mica vuol dire che non ingrasso nemmeno a morire, che non mi gonfio o che non ho mai visto un filo di cellulite sfiorare il mio corpicino, ma insomma son quelle cose da metterci la firma. Non sono privilegiata al punto di avere anche delle grazie prosperose di cui fare bella mostra in giro ma la verità è che, appunto, non me ne sbatte pressoché nulla. Soprattutto del seno generoso che raga’, non era un grosso problema a 16 anni, figuratevi adesso che ne ho il doppio. Che vi devo dire? Ho imparato a convivere bene con la mia prima inesistente e a Zeus come all’Allegro Chirurgo chiederei al massimo una seconda abbondante. Datemi della volpe con l’uva, fatevi tutti i film che volete ma così è: le tette grosse non mi piacciono. L’ho detto, uccidetemi.

Tuttavia la categoria che tollero meno in questa esplosione tutta primaverile di immagini di corpi, cibi, wannabefiga e iosonobellacomesono è proprio quella delle (altre) magre. Perché ce ne sono di tre tipi diversi ma ugualmente insopportabili.

Quelle che fanno sforzi tremendi per esserlo ma creperebbero prima di dirtelo, che allora meglio le convinte di cui sopra: ’azzo fate le splendide, voi altre? Se vi siete ammazzate per la sospirata taglia 40 (una di meno? Una di più?), tanto vale che vi aggreghiate al coro entusiasta del “ce l’ho fatta!” e vi scambiate pacche sulle spalle, cosa c’appiccica darsi delle arie come se quello di magra, per voi, fosse uno status naturale? Tanto vi si sgama lontano un chilometro e poi vi odiano tutte.

Un gradino sotto stanno quelle che non sono fanatiche di dieta e affini, stanno bene e magari non fanno nemmeno grandi sforzi per rimanere in forma, ma che avvertono la necessità, l’insopprimibile bisogno di dirti che loro però magnano come se non ci fosse un domani, si sfondano proprio, sono delle inguaribili golosone, accipuffolina. Mannaggia siete proprio terribili! (Immaginatelo miagolato da una Federica Panicucci di queste, mentre muove la manina smaltata con fare finto ammonitorio in direzione del pubblico prezzolato di Affari di Cuore. Ve lo ricordate? Cristo, che roba… Ok, sto divagando.) 
E semplicemente non è vero. Ne conosco decine così, alcune sono anche buone amiche e le provoco, glielo chiedo: peccché? Ma nulla. Mi ci vorrebbe la faccia di Rezza.

Se mangi normale, se il tuo sforare non è niente di trascendentale ma completamente nella norma, perché devi (di)mostrare il contrario? Desideri che le altre dicano/pensino “che culo questa”?, ti sembra che una magrezza a dispetto di un regime poco salutare sia più meritevole di ammirazione? Amica, non lo è, stai un po’ tranquilla che la tua si nota lo stesso e risparmi pure in soldi e salute.

Arriviamo così alle magre per natura, alle prescelte dal Dio del Metabolismo Veloce che – piuttosto sicure di questa dote del tutto gratuita – non si danno una regola e spesso e volentieri si lanciano in grandi abbuffate finalmente degne di questo nome. 
Care, sono dei vostri, ma ditemi: che bisogno c’è di bombardare quotidianamente l’universo mondo con le immagini di tutto ciò che avete ingerito in giornata? È per vantarvi, giustificarvi o cosa? 
Basta, abbiamo capito, accendete il forno e spegnete la fotocamera ché tutto ciò è di una noia mortale. Noia. 
Mortale.

No, davvero.

Noia mortale.





Ascoltando Ito Eats, Elvis Presley (Blu Hawaii, 1961)