mercoledì 1 maggio 2013

Skrik



È che il mio è un urlo fatto male, strozzato, silenzioso, un ossimoro deficiente. 

Il mio è un urlo di Munch, muto e carico di quel dolore che non si può dire. Sicché ci vogliono un udito fine, nervi appuntiti, occhi fatti solo per i dettagli.

E lo so che cominciare un blog con due post depressi e pseudo suicidi non è il massimo, ma me ne sbatto altamente come si addice a chi è vittima di un malessere e non riesce a vedere e sentire altro. Stare male ci fa toccare picchi di egoismo (e presunzione) vertiginosi.

Mai come adesso sento la necessità di gridarlo e ho deciso di aprire una finestra su questa piazza virtuale su cui s’affaccia mezzo mondo e lanciarlo da lì, l’urlo. Chi lo coglie, lo coglie, e se non lo coglie nessuno amen, me ne farò una ragione.

Perché io ci sono cresciuta lontana, da questa rete che a voi è così familiare, e sono ben distante dall’esservi intrappolata al punto di dover cercare, al suo interno, un’audience reale: le persone, quelle vere, di ciccia, da ammorbare con i miei crucci o divertire con le mie cazzate, ce l’ho. Ma non è a loro che voglio parlare di tutto questo, non ora, non così.

Che poi, alla fine, qua tutti scrivono di tutto, i comizi non valgono più dei silenzi, ogni cosa vive, muore e si perde molto rapidamente, è un attimo, e tutto ciò mi fa sembrare meno kamikaze – ma non meno liberatoria – questa mossa di condivisione random.

E allora via, si parte. 





Ascoltando Fahrenheit Fair Enough, Telefon Tel Aviv (Fahrenheit Fair Enough, 2001)
 

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