venerdì 3 maggio 2013

Maledetta primavera





E così la primavera è arrivata anche in Questa Città che mi dicevano essere estranea al concetto stesso di bella stagione.

Dopo un inverno interminabile e gelido stavo cominciando a rassegnarmi all’idea di non poter godere di quello che è universalmente considerato il periodo più incantevole dell’anno: la casa dei prati verdi e dei cieli azzurri (quelle due strisce perfettamente limpide e parallele che disegnavamo da bambini), della luce fino a tardi, delle prime maniche corte e delle guance che scottano sotto il sole di maggio.

La stagione che riesce persino a farmi apprezzate quei colori zuccherosi e un po’ Barbie style che generalmente non amo molto: i giallini, i verdini (i diminutivi rendono l’idea o devo allegare una foto? No dai, ce la potete fa’!) e tutta quella schiera di rosa, lilla e compagni che – oltre che dal mio armadio – tengo a debita distanza anche nella vita. 
Sì, perché scegliere un colore è scegliere un approccio, connotare un atteggiamento verso il mondo e io, ecco, di “-ini” e di rosa c’ho proprio poco. Anzi, nulla. 

Ma tant’è.

Sugli alberi queste tinte acquistano sfumature diverse. Mi ero ripromessa di non usare la parola “esplosione”, così abusata quando si parla di primavera, ma a volte è nella banalità dell’aggettivo che si nasconde la disarmante verità delle cose: questa stagione è un’esplosione, anche e soprattutto per gli occhi. 
Tutto quello che posso fare è nutrire cuore, nervi e cervello con le immagini della sua bellezza così genuina e disinvolta, tentando di colmare i vuoti lasciati dall’inverno.

Continuo a vestire di nero, ma non storco il naso di fronte ai colori.
Non so se è un inizio o un imbroglio, ma sono sicura che funzionerà, finché le magnolie saranno in fiore.




Ascoltando Something Good, Alt-J (An Awesome Wave, 2012)

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