lunedì 27 maggio 2013

In sottofondo




Ci sono finestre da cui mi piace guardare il mondo. 

E ci starei per ore, immobile davanti al vetro, a osservare gli aerei che passano, le foglie mosse dal vento e quelli che escono dai portoni.

Chi si precipita fuori veloce, quasi di corsa, in ritardo per l’autobus, il lavoro, la vita. La categoria a cui penso di appartenere, per altro, e non c’è una punta di fierezza nell’affermarlo.
Chi – pochi, mi pare – trotterella allegro o si spinge deciso verso il giorno che verrà, quelli che pensi “minchia, questo oggi sta da Dio, beato lui” o “ma come caaazzo fa a essere così sorridente di prima mattina?”. Ma insomma, appunto, ce n’è una quantità talmente bassa che quando li vedo manco mi accanisco, son contenta per loro, guarda, e se fossimo in un film ’mbecille scenderei in strada e gli darei il cinque con entusiasmo inusitato, ballando come una che non ce la fa ma ci crede, con Freddie Mercury che canta Don’t Stop Me Now in sottofondo.
Un bel momento di televisione, indubbiamente.

E verso sera me lo godo anche di più, quando c’è ancora un po’ di luce, di quella bella magica, bassa ma intensa, maestra nel dorare i contorni delle cose e dare uno spessore diverso alle superfici.
C’è chi rientra col passo strascicato e il viso obliquo, ché non capisci se rimettere piede in casa è più sollievo o rassegnazione. Quelli che come sono andati tornano, stessa faccia, stesso atteggiamento, stesso ritmo, identici in tutto: il Dio della Coerenza esiste e io sono la Regina degli Infedeli. Ma, per fortuna, c’è anche chi è partito a muso lungo e rientra che sembra abbia vinto al Superenalotto. E sì, pure il contrario: “stamani spacco i culi” al mattino, “facevo meglio a restare a letto” in serata. Capita. 
Per carità, passa pure chi non ti ispira proprio un kàiser, chiude la porta e bòn, non c’era prima e non ha lasciato traccia adesso; che poi magari non è manco colpa sua, so’ bohémien e sto a scrive’, bere e fuma’ alla finestra solo perché mi dà un’allure di un certo tipo, mica perché ci credo, io.

È anche pieno di quelli che parcheggiano la macchina e poi ci mettono otto ore prima di scendere, quanto basta per montarmi in testa un trip tutto mio, fatto di messaggi mandati agli/alle amanti, di grandi notizie da dare, anelli, licenziamenti, fiori o lacrime da nascondere. Ovvio che nella realtà hanno perso la ricevuta della tangenziale e dovecazzèmachepallehofamedaichegiornatadimer… avete capito, via, ma da queste parti la routine picchia duro, fatece sogna’ ogni tanto.

Però non è di questo che volevo parlare. 

Volevo parlare di come ci sono finestre che non chiuderei mai, e non perché ciò che vedo sia necessariamente interessante ma perché boh, stare lì a guardare fuori mi fa bene. Mi fa bene in un senso che non so descrivere, che non si vede ma si sente, ha un peso specifico suo appoggiato al petto e se c’è o non c’è me ne accorgo. 

E voi adesso pensate alla facilità con cui si spiano le vite degli altri stando al riparo dalla propria, al sollievo che si prova a vedere che abitiamo un microcosmo piccolo in cui ci si somiglia tutti e la mancanza di originalità che mettiamo nella gioia e nel dolore ci ripara da quella cascata violenta e carica di giudizio che affonda i giorni di chi si crede unico. Parlerete di schermi, voi, e lenti da cui si guarda il fuori per evitare di concentrarsi sul dentro; di tentativi di filtrare l’esperienza a che non arrivi diritta e senza spiegazioni a colpirci dove fa più male. C’è solo quel tanto di Belle Époque a evitare che sia una tv, un FacciaLibro o un Twitter, ma il concetto è quello, è così? E poi che noia, vattene fuori e vivi e smettila di fare della letteratura scontata e le cose provate sulla propria pelle e la paura e lo snobismo e la paura, ancora la paura. Ma no.

Io posso sentire il rumore delle ruote sottili della bicicletta che percorre piano il vialetto di ghiaia e il campanello che si accosta alla siepe e il profumo dell’aria di maggio che si mescola alla nausea di formaggio della vicina. Anche da qui. 
Gli uccelli hanno una voce che domani, dal vivo, scoprirò non essere diversa. Non ho bisogno di squarciare veli, disserrare porte. Quelle sono cagate che non parlano di me. 
Io mi lascio andare a questo legno ruvido con la stessa naturalezza di chi si appoggia al braccio di un vecchio amico e i segni che porto sulle braccia sono i testimoni del tempo che ho voluto dedicargli. 
Un tempo che nulla ha sottratto alla mia vita vera, a quel fuori così ingombrante cui tutto sembra votato. 

Io alla mia finestra ci sto come e quanto voglio. 
E ci guardo il mondo attraverso. 

E non smetterei mai.



Ascoltando Azure, Paul Kalkbrenner (Berlin Calling – The Soundtrack, 2008)

venerdì 17 maggio 2013

Sixteenth is the new seventeenth


E non mi venite a dire che quella del venerdì 17 è una cazzata, che quelli sulla presunta sfiga acuta che si concentrerebbe in questa giornata sono stupidi discorsi superstiziosi, che questo è un giorno come un altro e bla bla bla… LO SO. 

È CHIARO che venerdì 17 non può essere il giorno più sfigato dell’anno, che tutte le rogne, i malumori e le paturnie non possono accentrarsi nelle 24 ore che mi attendono. E il motivo per cui non è possibile è che tutto ciò È GIÀ SUCCESSO, ieri per la precisione.

Amici carissimi, aggiornate i calendari: giovedì 16 è il giorno da marcare con il pennarello rosso (facciamo nero, non vorrei che qualche donzella confondesse la segnalazione con quella di altre – non meno nefaste – date di inizio…). 
E non c’è vetro rotto, passaggio sotto la scala, olio versato e gatto nero che tenga, è questa accoppiata la nuova minaccia, il moderno – si fa per dire, ve’ – spauracchio, a cui credere come manco una vecia di paese del secolo scorso. 

Fidatevi, ve lo dice una che c’è passata e che si appresta ad affrontare venerdì 17 con uno spirito che farebbe invidia a Pollyanna: NON PUÒ essere peggio di ieri, dai! 

Dai.






Ascoltando Nevermind, Texas (Red Book, 2005) 

domenica 12 maggio 2013

Confesso che ho molto peccato





Qualche giorno fa, durante i miei giretti inutili sulla rete, sono incappata in un post (questo) e che vi devo dire? Sono talmente antifèscion che il dubbio non me lo ero manco mai posta. 

Per me la questione è molto semplice. Calze velate nere: pollice su. Calze color carne: pollice assolutamente verso. Poi va da sé che tutto – o quasi – dipende da come lo si indossa (ho detto quasi: le color carne proprio NO, non hanno motivo di essere), ma in generale sono a favore.

E siccome è più facile coltivarlo, un peccato, anziché desistere, quest’anno faccio pure la cretina con qualche motivetto stupido (anche qui OCCHIO, ché non diventi un’esplosione a casaccio di stelle, croci, zebre e cuori. SELEZIONATE e abbinate con criterio. Grazie).

In attesa di una chiamata da parte della Distinta Pia Arciconfraternita dell’Autodeterminazione Sartoriale, preparo le classiche e ahimè disusate coppe di champagne, per brindare a un’altra primavera – tutt’altro che velatamente – antifèscion.

Cheers.



Ascoltando Nylon Smile, Portishead (Third, 2008)

mercoledì 8 maggio 2013

I lupi nella pancia




Però poi torna il grigio e siamo punto e da capo.

La serenità ha bisogno di radici salde e – chevelodicoaffa’ – qui non ve n’è traccia.

Questa Città torna al suo colore naturale con il senso di conforto di chi si toglie l’abito buono a fine giornata e infila la vestaglia sdrucita col solo desiderio del divano di casa. Io come lei. Mi chiudo la porta alle spalle, scanso gli sguardi, allontano le voci, mi inebetisco di nulla pensando che passerà, mi tengo occupata temendo che arrivi la notte.

È con la notte che si fanno sentire di più, i lupi nella pancia. Anche se la paura del buio non ha niente a che vedere col buio fisico, e non è una cosa da bambini.
La mancanza di luce è una battaglia che si combatte da adulti. Loro si prendono le tenebre perché sanno che non c’è niente che ti può distogliere, allora: sei tu sola, scoperta e senza distrazioni, e perciò più vulnerabile, libera di essere attaccata e invasa.

La sconfitta la senti al risveglio.

Il male è quella cosa che arriva a tradimento e ti sorprende in una mattina cominciata con il latte di riso, un sapore dolce di banane e i sorrisi stropicciati di chi si vuole bene. Si porta in spalla la paura e quella valanga di solitudine e insensatezza che mi si sono riversate addosso anche stavolta. In un attimo sono disperazione, rabbia, vuoto e il silenzio, dopo, è incomprensibile e feroce.

Ci vorrebbe una corsa a perdifiato nella neve , una musica fortissima, l’altalena con la testa all’ingiù e il mondo che si capovolge. Invece è il quieto rimettere insieme i pezzetti sparsi sul tappetino del bagno, riporre il cibo nelle scodelle, sugli scaffali, pulire il lavello, accoccolarsi in poltrona.

Cercare un motivo tangibile per un malessere che non si tocca, la causa-effetto di un dolore che ti abita dentro da molto tempo e non sai dire cos’è.
Ma non è niente di così stupido, niente di quello che ho raccontato, le lamentele, le frasi buttate lì per essere raccolte e aggiustate, i miei maldestri tentativi di chiedere aiuto. 

Sono quei singulti che mi scuotono quando è ormai troppo tardi per fermarli, che stupiscono per la loro violenza senza freno, quel pianto inconsolabile e scomposto, io che non mi ricordo i sogni, che mi sento improvvisamente abbattuta e scontenta.

Il male è quella cosa che arriva a tradimento a ricordarti che anche se ce la stai mettendo tutta non ti meriti alcun pezzo di felicità.
In questo e in qualsiasi altro mondo. 



Ascoltando Blood Red Bird, Giardini di Mirò (North Atlantic Treaty of Love, 2006)

venerdì 3 maggio 2013

Maledetta primavera





E così la primavera è arrivata anche in Questa Città che mi dicevano essere estranea al concetto stesso di bella stagione.

Dopo un inverno interminabile e gelido stavo cominciando a rassegnarmi all’idea di non poter godere di quello che è universalmente considerato il periodo più incantevole dell’anno: la casa dei prati verdi e dei cieli azzurri (quelle due strisce perfettamente limpide e parallele che disegnavamo da bambini), della luce fino a tardi, delle prime maniche corte e delle guance che scottano sotto il sole di maggio.

La stagione che riesce persino a farmi apprezzate quei colori zuccherosi e un po’ Barbie style che generalmente non amo molto: i giallini, i verdini (i diminutivi rendono l’idea o devo allegare una foto? No dai, ce la potete fa’!) e tutta quella schiera di rosa, lilla e compagni che – oltre che dal mio armadio – tengo a debita distanza anche nella vita. 
Sì, perché scegliere un colore è scegliere un approccio, connotare un atteggiamento verso il mondo e io, ecco, di “-ini” e di rosa c’ho proprio poco. Anzi, nulla. 

Ma tant’è.

Sugli alberi queste tinte acquistano sfumature diverse. Mi ero ripromessa di non usare la parola “esplosione”, così abusata quando si parla di primavera, ma a volte è nella banalità dell’aggettivo che si nasconde la disarmante verità delle cose: questa stagione è un’esplosione, anche e soprattutto per gli occhi. 
Tutto quello che posso fare è nutrire cuore, nervi e cervello con le immagini della sua bellezza così genuina e disinvolta, tentando di colmare i vuoti lasciati dall’inverno.

Continuo a vestire di nero, ma non storco il naso di fronte ai colori.
Non so se è un inizio o un imbroglio, ma sono sicura che funzionerà, finché le magnolie saranno in fiore.




Ascoltando Something Good, Alt-J (An Awesome Wave, 2012)

mercoledì 1 maggio 2013

Skrik



È che il mio è un urlo fatto male, strozzato, silenzioso, un ossimoro deficiente. 

Il mio è un urlo di Munch, muto e carico di quel dolore che non si può dire. Sicché ci vogliono un udito fine, nervi appuntiti, occhi fatti solo per i dettagli.

E lo so che cominciare un blog con due post depressi e pseudo suicidi non è il massimo, ma me ne sbatto altamente come si addice a chi è vittima di un malessere e non riesce a vedere e sentire altro. Stare male ci fa toccare picchi di egoismo (e presunzione) vertiginosi.

Mai come adesso sento la necessità di gridarlo e ho deciso di aprire una finestra su questa piazza virtuale su cui s’affaccia mezzo mondo e lanciarlo da lì, l’urlo. Chi lo coglie, lo coglie, e se non lo coglie nessuno amen, me ne farò una ragione.

Perché io ci sono cresciuta lontana, da questa rete che a voi è così familiare, e sono ben distante dall’esservi intrappolata al punto di dover cercare, al suo interno, un’audience reale: le persone, quelle vere, di ciccia, da ammorbare con i miei crucci o divertire con le mie cazzate, ce l’ho. Ma non è a loro che voglio parlare di tutto questo, non ora, non così.

Che poi, alla fine, qua tutti scrivono di tutto, i comizi non valgono più dei silenzi, ogni cosa vive, muore e si perde molto rapidamente, è un attimo, e tutto ciò mi fa sembrare meno kamikaze – ma non meno liberatoria – questa mossa di condivisione random.

E allora via, si parte. 





Ascoltando Fahrenheit Fair Enough, Telefon Tel Aviv (Fahrenheit Fair Enough, 2001)