domenica 15 dicembre 2013

The Drowned Man: A Hollywood Fable


Percorriamo a piedi un lungo corridoio immerso nella quasi totale oscurità.

Nella stanza spoglia alla fine del percorso, una donna vestita di nero, il volto coperto da una maschera, ci dice che anche noi da questo momento dovremo indossarne una e che è severamente vietato parlare con chiunque ci circondi, pena l’espulsione dall’edificio.

Benvenuti nei Temple Studios, monumento decadente dell’età dell’oro hollywoodiana: siamo nei primi anni Sessanta, quelli dei lustrini e delle bollicine che fanno girare la testa, dei produttori dalle mani lunghe, le attricette di belle speranze e le dive che con la D maiuscola.

Cade a pezzi ma c’è tutto: i teatri di posa, gli uffici e i camerini, la sartoria, la stanza delle parrucche e quella per gli oggetti di scena. C’è una grossa insegna all’entrata e uno spesso cancello di ferro che separa questo mondo (apparentemente) dorato da quello molto meno glamorous, sporco e ruvido della vita fuori dagli studi.
Un Far West, esteticamente e metaforicamente parlando, in cui si tira avanti tra bevute al bar, passioni brucianti e insignificanti sveltine, affari sporchi e scazzottate.

La voce fuori campo di Mr Stanford, il boss degli Studios, ci invita a non abbassare la guardia mentre si spalancano le porte del suo universo che, per le prossime tre ore, sarà anche il nostro.

Un paio di minuti più tardi, un vecchio ascensore industriale si trascina lento per i piani di un enorme palazzo abbandonato, traghettando una quindicina di sconosciuti senza volto verso il loro destino.

E il destino di ognuno di noi è diverso perché ciascuno è artefice della propria sorte, in The Drowned Man; in questo sta la prima differenza con uno spettacolo canonico, dove allo spettatore comodamente seduto in poltrona non si chiede altro che un po’ d’attenzione e, auspicabilmente, un minimo di partecipazione emotiva nei confronti di ciò che accade in scena.

Qui non c’è nessun palcoscenico: ci sono quattro piani (e più di cento stanze) di un ex-deposito di smistamento della Royal Mail, vicino a Paddington Station (Londra), che gli spettatori sono liberi di girare a loro piacimento e la storia bisogna andarsela a cercare perché nulla è offerto su un piatto d’argento e in fondo – come ci ricorda la voce che ci accompagna lungo il tragitto – la fortuna aiuta gli audaci.

Che poi una trama ci sarebbe anche, dal momento che The Drowned Man è liberamente (molto liberamente) ispirato al Woyzeck di Buchner e vede intrecciarsi le storie di ben due coppie fedifraghe: quella tra l’ingenua debuttante Wendy e il commediografo squattrinato Marshall che si fa sedurre da Dolores, attrice navigata e fascinosa, e da tutto il mondo di eccessi che la circonda e l’amore infelice tra William e Mary in cui è quest’ultima a cedere alle lusinghe dell’audace cowboy che gestisce il drugstore della città.

Entrambe sfociano nella tragedia, con la scoperta del tradimento e l’uccisione del/la compagno/a.
Ma in questa macro–trama se ne innestano decine di altre e ogni spettatore assiste, in pratica, a uno spettacolo differente, in base agli attori incontrati e ai luoghi visitati durante la permanenza nel gigantesco fabbricato.

Di più, a parer mio la “storia” è davvero l’elemento meno significativo di tutto il prodotto: perché è sostanzialmente difficile seguire anche solo un intreccio dall’inizio alla fine, perché – anche laddove si riesce a cogliere il succo di una scena – i protagonisti fanno di tutto per alimentare l’idea che ci sia dell’altro e si ha sempre la sensazione che sfugga qualcosa di determinante, perché i dialoghi sono ridotti all’osso e ciò che vediamo sono, di fatto, delle brevi performance di teatro fisico a sé stanti, perché – DICIAMOLO – se c’è un piano in cui lo show dei Punchdrunk è piuttosto carente, è quello drammaturgico.

Per cui ecco, ho goduto immensamente delle coreografie e della bravura degli attori tutti, ma dal punto di vista dell’azione “pura” sono rimasta delusa e capisco la frustrazione e il disappunto dei tanti che si aspettavano qualcosa di più coinvolgente.

Però.

Però poi c’è il sogno (direi il trip allucinogeno, ma suona ancora più bimbominkia) e se un minimo di curiosità, stupore bambino e voglia di farvi suggestionare sono sopravvissuti ai vostri anni (che saranno comunque sempre troppi per lasciarvi andare come dovreste) non potrete fare a meno di sgranare gli occhi e farvi scappare diversi “oooh!” di sincera meraviglia.

Immaginate di entrare in qualcosa che sta a metà strada tra la casa stregata e quella degli specchi del luna park, un set cinematografico in cui David Lynch e Lars von Trier si danno amichevolmente il cambio alla regia e uno di quei sogni (o incubi) da cui ci si sveglia sudati e confusi, portandone le immagini attaccate addosso per il resto della giornata.

Ed è tutto REALE.

Cioè, è talmente ben fatto che potrebbe esserlo.

Ci sono case, fontane, roulotte, bar, cripte, negozi ricostruiti nei minimi dettagli. 
C’è un cinema che proietta un film horror, un bosco immerso nella nebbia e un deserto con la sabbia che ti entra nelle scarpe.
Ma non sono scenografie posticce, sono stanze vere, con oggetti veri e incredibilmente aderenti al contesto e all’epoca in cui è ambientata la pièce. Da perderci la testa.

E se non dovesse essere abbastanza (sarò mica l’unica sulla faccia della Terra che avverte, costante, il bisogno di quel piccolo passo in più?), ci si può anche spingere oltre: perché ci sono milioni di mondi dietro a un paio di tende rosse, cantine, labirinti, tunnel che si diramano sotto le dune cui puoi accedere solo se hai un occhio di falco e sei disposto a gattonare, passaggi segreti nascosti sotto le cabine del telefono.
Non so voi, ma per me anche solo l’idea è un invito a nozze e i momenti in cui ho goduto di più sono stati proprio quelli in cui mi sono trovata da sola a esplorare qualche angolo recondito dell’edificio.



In barba alle orde di persone che ho visto spintonarsi l’una con l’altra, accalcandosi attorno ai protagonisti per non perdersi le “scene clou” o tallonare in decine gli stessi attori (in genere quelli “principali”), come un branco di pecore, nella speranza che accadesse qualcosa.

Raga’, tre punti abbastanza fondamentali: 1) teatro immersivo significa sì che è desiderio/tentativo/scopo ultimo della compagnia creare un’esperienza in cui lo spettatore si possa calare a tutto tondo, ma voi per primi ci dovete mettere del vostro sennò bau, 2) come nella vita: se vi limitate a seguire il flusso e non usate tutta una serie di cose come intuito, gusto (vostro, eh!), sensibilità, curiosità, intelligenza... come sperate di godervela? 3) so che siete stati attirati come mosche dall’elemento interattivo, che avevate letto che se un performer vi avesse guardati dritti negli occhi e presi per mano avreste potuto godere di un inusuale ed emozionante tête-à-tête, ma secondo voi quante possibilità ci sono se fate la fila indiana dietro al più gettonato degli attori, sgomitando come le vecie al banco dei formaggi? Dai.

Io si sa, sono antifèscion e bastian contraria dentro, e il mio girovagare discreto e volutamente solitario è stato premiato non con uno ma ben due dei sopracitati “incontri privati”. Rosicate, sopravviverò.

Non starò qui a raccontarveli per filo e per segno (in caso chiedete e vi sarà dato), vi basti sapere che – fatta eccezione per la particolarità del momento e l’ambientazione da paura – non ne sono uscita così impressionata.

In uno ho avvertito scarso coinvolgimento, troppa attenzione alla forma e poco alla temperatura della situazione, insomma meh; nell’altro, al contrario, di coinvolgimento ce n’è stato pure troppo (l’attore mi ha quasi infilato la lingua in bocca sotto lo sguardo incredulo di un’altra spettatrice), ma la sensazione ultima è stata quella di un improvvisare piuttosto mal riuscito, un contatto forzato, un’occasione mancata.

Vero è che non ero all’asciutto a livello di esperienze di teatro interattivo (che ho avuto la fortuna di sperimentare da entrambi i lati del palcoscenico) e ammetto di essere una spettatrice piuttosto rompicogl esigente.

Però boh, con tutti i mezzi che questa ormai acclamatissima compagnia ha a disposizione (e quello che ti fanno pagare per vedere le loro creazioni, mortacci loro), direi che potrebbero spremersi un pochino di più le meningi e montare una roba che stia in piedi e ti faccia appassionare a quello che accade, oltre che a quello che vedi.

Quello che vedi davvero ti lascia a bocca aperta; ci sono cinquemila riferimenti letterari, cinematografici e musicali da cogliere, un’atmosfera sospesa, cupa, sensuale e violenta, e un impianto sonoro stupefacente.

The Drowned Man è qualcosa che non capita tutti i giorni: è entrare (finalmente!) in un nuovo videogioco con il cuore in gola e il petto gonfio di aspettativa. Ed è bellissimo esplorarne tutti i livelli, aprire le botole, raccogliere gli indizi.

Ma se poi succede poco o nulla e non capisci bene dove si va a parare, il rischio è quello di arrivare alla fine deluso e un tantino annoiato e quel “GAME OVER” che all’improvviso si illumina sullo schermo e ti richiama alla realtà non è poi una tragedia.



Ascoltando Crazy Clown Time, David Lynch (Crazy Clown Time, 2011)




sabato 30 novembre 2013

This Ain’t California


C’è un Paese diviso da un muro e tre ragazzotti cresciuti “dalla parte sbagliata”.

C’è un’invenzione bellissima che li fa scendere in strada e uscire di testa: una tavola di legno con quattro rotelle che serve ad andare veloce, saltare alto e cadere forte, con le ferite che bruciano e fanno sentir vivi.

Perché muoversi, giocare, sentirsela addosso quella vita che scalpita sotto pelle sono urgenze incontenibili a una certa età, tanto più per chi vive in una città che è un cimitero di cemento e facce grigie, in cui l’unico modo di andare avanti è marciare al ritmo degli slogan di propaganda promossi dal regime e anche lo sport diventa uno strumento per ossequiare il potere e uniformarsi alla società.

Siamo nella Repubblica Democratica Tedesca tra la metà degli anni Settanta e la fine degli Ottanta; Nico, Dirk e Dennis/Panik trovano nella tavola da skate lo strumento per ribellarsi a un sistema opprimente, rompere le regole e sottrarsi alla pressione di un mondo che li vuole isolati, sorvegliati e tenuti a bada come bestie altrimenti pericolose (la parola Stasi vi suggerisce qualcosa?).
Si parte con i filmini della loro infanzia girati nella periferia di Magdeburg e si seguono i protagonisti nel trasferimento a Berlino e nella scoperta di un’intera generazione con la stessa fame di vita e ribellione che diventa collante e motore dell’esplodere del fenomeno dello skateboarding e di tutti i movimenti di controcultura dell’epoca (il punk, l’hip hop, la breakdance), fino alla caduta del Muro.

Nel 1989, infatti, questa parabola raggiunge il punto più alto per poi precipitare veloce, e con essa le vite dei tre ragazzi e dei tanti incontrati lungo il cammino.

Li ritroviamo nel 2011, in occasione del funerale di Dennis che, come emergerà dalle loro memorie, di quel momento magico è stato protagonista indiscusso e la cui morte da soldato al servizio dell’esercito tedesco in Afghanistan marca in maniera ancora più evidente il confine tra due universi: quello dell’adolescenza in una Germania dell’Est che mai avremmo immaginato poter essere scossa da una piccola, grande rivoluzione underground come quella descritta nella prima parte del film e quello del “dopo la caduta”, dove il passaggio all’età adulta coincide con quello storico, epocale al capitalismo e a un tipo di società inimmaginabile fino a poco tempo prima, per ciò tanto più drammatico e disorientante.

Marten Persiel costruisce questa favola punk (come è stata definita dai più) mescolando sapientemente documenti di repertorio (pellicole d’epoca e centinaia di super 8 che racconta di aver acquisito nientemeno che da uno dei tre protagonisti del lungometraggio) e scene/filmati ricreati ad hoc (e a regola d’arte, c’è da dire), dando l’illusione di assistere a un incredibile, appassionante documentario.
In realtà di fiction si tratta (anche se il regista ci tiene a precisare che ha soltanto romanzato un po’ fatti realmente accaduti) e questo non ha mancato di creare qualche polemica attorno al film (se vi interessa, guardate qui).


Dal canto mio confesso che la cosa non mi sconvolge né scandalizza; il fatto che le vicende siano inventate nulla toglie alla loro potenza evocativa, carica poetica e capacità di coinvolgere ed emozionare.

Perché se l’infanzia e l’adolescenza sono delle vere e proprie imprese, raccontarle senza scadere nella rievocazione scontata e melensa al limite del sopportabile è oltre modo arduo. E This Ain’t California ci riesce, pur non risparmiandosi in termini di amarcord.

Con il ricordo nostalgico e una malinconia lieve e struggente al tempo stesso che ti attanaglia lo stomaco dall’inizio alla fine del film.
Con quella fratellanza nata nei cortili e proseguita sulle strade che fa appannare gli occhi anche ai più ruvidi dei maschi seduti in sala e una colonna sonora che non dà tregua ai muscoli – cuore compreso – e fa ballare sulla sedia e tendere le orecchie e sciogliersi, al momento giusto.

Ma, più di tutto, con la straordinaria capacità di portare sullo schermo in maniera mirabile l’energia, la rabbia e quel misto di delirio di onnipotenza e assoluta inettitudine allo stare al mondo che chiunque abbia vissuto un’adolescenza degna di questo nome non potrà non ricevere come un pugno nello stomaco.

Chi è cresciuto con la sua California nella testa e nelle scarpe, chi ha fantasticato, distrutto e provato a sovvertire anche solo una piccola parte di mondo sotto sotto se lo ricorda come ci si sente e capisce quelle fughe, quelle urla, quei baci; trema di fronte alla caduta finale, di fronte alla resa di questi sbrandellati super eroi che in fondo è anche la propria.

La politica e la Storia con la S maiuscola ci sono e si fanno vedere, ma quel che resta e che arriva davvero è l’eco di tante storie private, intime prima e universali poi, che esplodono con la forza roboante ed effimera di tanti fuochi d’artificio. 
Adulto, li guardi a bocca aperta, con stupore e qualche sussulto, poi, in un istante, le fiammelle si spengono e il cielo rabbuia.

Imprigionate negli occhi l’immagine di un treno, del vento sulla faccia, delle discese veloci e nel petto un groviglio di sensazioni che ti fanno sentire disperato, confuso, euforico, arrabbiato, carico di passato e di vita davanti.

E importante.

Come tanto, forse troppo, tempo fa.



Ascoltando Schreib es mir in den Sand, Frank Schöbel (Wie ein Stern, 2002)




sabato 23 novembre 2013

In ottime mani


Frankie (sì, così) ha i capelli biondo platino e le labbra rosse perfettamente disegnate, un camice rosa che si colloca a metà tra Barbie Infermiera e la vogliosa (perché è vogliosa, ve lo dico) casalinga di Voghera e il sorriso incerto dell’ultimo arrivato.

Mi fa accomodare in una saletta bianco latte piena di poltroncine zebrate e gente che armeggia con spazzole, phon e spray per capelli, allungandomi una tonnellata di riviste di moda e un caffè bollente.

Brava, Frankie, è così che si fa.

Per rassicurarla, le dico che non sono una cliente esigente e che, soprattutto, non voglio nulla di complicato: sto facendo allungare i capelli e l’unica cosa di cui necessito è una spuntatina. «Tranquilla, cara, devo solo dare una qualche forma a questa criniera senza un perché, non li taglio dall’’82 e, come puoi vedere, sono in condizioni pietose, qualunque cosa tu faccia non può che migliorarli, ok?».

Frankie annuisce, ridendo nervosamente.

«Giusto per curiosità... da quant’è che lavori in questo salone?» le chiedo sorridendo.
«Oh, sono qui da un paio di mesi soltanto...», risponde con tono colpevole la mia dolce Puffetta (le assomiglia un sacco, ora che la guardo meglio), «Ma questo è il terzo e ultimo anno di training per me!» si affretta ad aggiungere con fare fiero e sguardo luccicante.
«Fantastico!» esclamo con uno slancio tutto teso a mettere quest’anima bella a suo agio e i miei capelli – si spera – al sicuro. Non sarò esigente, ma manco me ne voglio uscire da qui peggio di come ci sono entrata.

Così, mentre mi fa lo shampoo, ci accordiamo per una sforbiciata facile facile, un taglio semplice e pulito che conferirà a entrambe la giusta dose di gloria senza uno sforzo eccessivo. È domenica mattina, ce lo meritiamo.
«Devo solo chiamare il mio tutor e spiegargli cosa andremo a fare, va bene?».
«Ma certo, no problem!», esclamo raggiante. Ho la stoffa della motivatrice, Frankie sembra convinta.

C’è da dire che la ragazza non manca solo di fiducia in se stessa, anche la velocità non è il suo forte: impiega cinque minuti solo per farsi guardare dal suo capo, altrettanti per spiegargli il tutto e altri cinque per trascinarlo al mio cospetto (sono la regina di questo posto, problemi?). Osservo riflesso nello specchio quel quarto d’ora di sofferenza pura mentre, dentro di me, si agitano gli spiriti di due vecchie zie: la buona che fa silenziosamente il tifo per la nipote impacciata e quella cattiva che scuote la testa e comincia a dare segni di insofferenza, «E dai, animo, non è difficile!».

«Tesoro, scusa l’attesa, posso offrirti qualcosa da bere?», Stephan (sì, così) incarna lo stereotipo del parrucchiere: vi viene in mente un attributo particolarmente scontato da appioppare alla categoria in questione? Nel suo caso non si tratta di un pregiudizio. Nel bene e nel male.
«Ti ringrazio ma sono a posto e pronta a cominciare» gli dico ipnotizzata dal gesticolare con cui accompagna ogni. singola. parola.
«Ottimo, splendore! Frankie ovviamente sa tutto quello che deve sapere sui tuoi capelli.»
«Sa che fanno orrore, che devo solo renderli presentabili e che, comunque vada, sarà un successo... sì, direi che sa tutto» dico strizzando l’occhio alla mia fragile Coppola in erba.
La risatina di Stephan è più finta delle sue sopracciglia, il che – vi assicuro – è tutto dire. «Eh eh... NO. Dico sul serio. Ti ha chiesto da quanto è che non li tagli e/o tingi? Che taglio e/o trattamento hai fatto l’ultima volta? (Dice e/o, capito? E/o.) Quante volte li lavi e con quali prodotti? Cosa usi per asciugarli, pettinarli e proteggerli?»
«Ecco, veramente noi...» vacillo un istante soltanto mentre incrocio lo sguardo impanicato di Frankie. Calma, amica, sono qui per renderti e rendermi la vita facile, una bugia bianca risparmierà a entrambe predica e pippone di questo guro del capello, lascia fare a me...

Ma Frankie – ahimè – non è né telepatica, né sgamata. Frankie proprio non gliela fa. Non regge la pressione di quello sguardo incorniciato da due nerissime code di rondine che la scruta con fare rapace, la bocca a culo di gallina che incalza «Allora? Glielo hai chiesto o no?». E capitola.

La nostra eroina non ce la fa a comportarsi da tale e confessa di non averci pensato, farfuglia scuse, assicura che se la caverà lo stesso, sembra sprofondare più in basso a ogni parola e io... Io vorrei intervenire e dire che «va benissimo così, non facciamone una tragedia!» e che «però il caffè era buonissimo!» o anche solo «ma fatela finita tutti e due e tagliatemi ’sti cazzo di capelli!», ma Stephan mi sta già puntando il pettine alla giugulare: «Questa lunghezza, vero?». Annuisco. Sono un suo ostaggio, ormai.

«Adesso, Frankie, tu mi guardi e poi rifai tutto quello che faccio io, capito?»

Ussignùr, la lezione live e chi se la ciucca tutta? E per mezzo centimetro e una messa in piega, poi, roba che mia sorella ci metterebbe dieci minuti nel bagno di casa.
Va bene, non fa niente, l’importante è cominciare; terminate le attese, gli interrogatori e i tentennamenti siamo finalmente pronti per il taglio! Mi rilasso sulla sedia, Stephan fa un lungo respiro, avvicina le forbici alla prima ciocca e... «Ma quando li hai tagliati l’ultima volta? Mica avrai fatto anche il colore, vero? Trattamenti particolari? Shampoo, asciugatura? Sei sfuggita a Frankie ma con me non puoi mica farla franca, eh? Ora io e te ci facciamo una luuunga chiacchierata».

Lo specchio riflette il terrore nei miei occhi, cerco quelli della mia sprovveduta compagna di sventure ma i suoi sono inchiodati al Maestro che mi scruta con aria assorta.
«Tranquilla, bellezza, sei in ottime mani», mi sussurra con fare complice. «Sei sicura che non gradisci un’altra tazza di caffè, un infuso, una spremuta?»

Frankie scatta sull’attenti pronta a precipitarsi al bar. Guardo il suo camice rosa e l’onda color platino che le incornicia il viso, le labbra rosse perfettamente disegnate e il sorriso senza cognizione alcuna che è tornato a illuminarle.

Sospiro.

«Immagino che sia troppo presto per un gin tonic. Eh?»





Ascoltando Just a Girl, No Doubt (Tragic Kingdom, 1995)




giovedì 14 novembre 2013

Mestieri incompresi

«Tu di cosa ti occupi?»
«Editoria. Faccio la redattrice.»
«Ah, bello! E per quale giornale scrivi?»
«No, non scrivo per un giornale, lavoro in una casa editrice...»
«E che giornali pubblica, questa casa editrice?»
«Nessun giornale, pubblica libri.»
«Caspita! Allora sei una scrittrice!»

«E tu, invece, che lavoro fai?»
«La redattrice.»
«Ah, la giornalista!»

«Sì, la redattrice in una casa editrice. Redattrice editoriale.»
«Fate libri, quindi.»
«Eh sì, praticamente sì.»
«Quindi hai fatto una scuola di grafica...»
«No, a dire la verità no, ho una laurea in discipline umanistiche, un master in editoria e...»
«Sì, vabbè, ma fondamentalemente sei una grafica.»

«Che lavoro fai?»
«La redattrice.»
«Ma dai, l’arredatrice!»
(Ridacchia) «Eh eh, no... La RE DAT TRI CE. Redattrice editoriale. Lavoro in una casa editrice.»
«Ah! Avevo capito male!»
«Ma sì, certo, capita. Mi fa ridere perché di solito quando dico “redattrice” la gente capisce male, ma nel senso che non sa cosa vuol dire.»
(Ride) «Ah ah... immagino, c’è un sacco di gente ignorante in giro. No, no, io avevo solo capito male il termine, ma lo so bene cosa fai. Sicché da quanto è che lavori come giornalista?»




Ascoltando You don’t understand me, Roxette (Don’t Bore Us, Get to the Chorus! - Roxette’s Greatest Hits, 1995)

martedì 12 novembre 2013

Il cavolo a merenda



Sono approdata di recente sul fantastico mondo dei social networks (uahahah... solo scriverlo mi fa ridere, “il mondo dei social networks”?! Ma come parlo? Manco mio nonno, veramente) e il mio contributo è, e con ogni probabilità rimarrà, praticamente nullo. Mi limito a postare una foto ogni morte di Papa su Instagram e ho aperto un profilo su Twitter che mi serve giusto a buttare lì qualche commento a casaccio e perché “sai mai che un domani mi serva” (ve l’ho detto, manco mio nonno).

Questo approccio da provincialotta del web – antifashion dentro e fuori come si conviene a un’antifèscion degna di questo nome – ha tanti vantaggi, non ultimo quello di guardare a questo variegato universo (si fa per dire: nel web, come nella vita, la gente non brilla certo per originalità) con occhio carico di curiosità e stupore. Sssì. Più o meno.

Girello, leggiucchio, osservo persone, personcine e personaggi darsi da fare con la loro vita o presunta tale spalmata su due, tre, quattro social. Spesso mi chiedo dove trovino il tempo e la voglia di essere (quasi) sempre lì, attaccati, esposti, presenti; la maggior parte delle volte è talmente palese che vabbè... e benedetto internet che fare i conti con i se stessi di ciccia in certi casi deve essere una bella botta.

Comunque.

Su Instagram e compagni ci sono le mode, i trend da seguire (e gente che studia per) e, naturalmente, varia umanità che a quei filoni si accoda con esiti più o meno felici.

Tette, culi e gattini, si sa, sono garanzia di copiosi seguaci e imperituro successo (oddio, poi mica sempre, ma non mi fate ripetere: i casi umani li trattiamo in un’altra vita). Pure la Snob (leggevatela) che di tutto ha bisogno meno che di raccattare cuoricini e followers, ultimamente ha testato sulla propria pelle (pixelata, ça va sans dire) il potere del gatto in vetrina (vade retro, Cigolo, non avrai il mio like!).

E poi c’è il cibo, il sempreverde che l’esplosione di programmi TV, riviste, eventi e blog dedicati ha consacrato a Dio del web, per cui non c’è colazione, cena, spuntino, mensa o ’sticazzifood che non venga immortalato, manco si trattasse dell’ultima creazione di Bottura.

Ma non c’è nulla che mi manda ai pazzi (ho novantacinque anni, uso le espressioni che voglio, io) come una delle recenti tendenze che ha invaso i nostri piccoli schermi: la spesa di frutta e verdura di stagione, meglio se biologica, meglio se acquistata al mercatino di quartiere, meglio se bitorsoluta e terrosa che fa più amici della natura, uniamoci.

Sicché adesso non solo ci tocca pupparci ogni singolo piatto sfornato in casa Rossi, ma pure l’album fotografico dell’intero carrello della spesa. Che magari fosse un carrello della spesa, poi: non solo frutta e verdura non si comprano più al supermercato (pena lo scettro di individuo più retrogado, consumista e sfigato della websfera), ma è d’obbligo riporle (e immortalarle) dentro borsine rigorosamente di stoffa o vimini, cassettine di paglia made in the country e cestini di biciclette dal sapore vintage e vagamente romantico (perché non è meraviglioso trasportare nove chili di patate novelle per le vie di Milano e vedere rotolare il cavolo cappuccio di Pino il contadino al primo stop, tra le bestemmie degli stronzi in Suv?).

La follia. La F O L L I A.

Ora non starò qui a dirvi di quanto sia perfetta io, che nonostante compri tutto da piccoli produttori locali a chilometro zero e utilizzi per lo scopo bellerrimi sacchetti di corda, non la vado a menare al prossimo su internet tutti i weekend con “Non sono commoventi, questi mandarini?” (È TUTTO VERO. E vorrei essere abbastanza stronza da citare la fonte) o “La felicità di fronte a uno zucchino” (eh. Mi fate diventare Lino Banfi, mi fate).

No, non me la sento di rinfacciarvi l’approccio etico, consapevole e al contempo carico di buon senso che anima i miei approvvigionamenti di frutta e verdura, né i ritratti dei miei vassoi che, diciamocelo, l’Arcimboldo me spiccia casa. Non sarebbe giusto, uno smacco troppo grande.

Preferisco munirmi di un carrello di plastica fucsia dalla fantasia improbabile, salire su un autobus stipato come un carro bestiame e andare a caricare chilate di banane dell’Ecuador (ma col bollino “FairTrade”, che vi credete?), kiwi spagnoli e funghi polacchi (sia mai che diano gli stessi effetti di quelli presi in Olanda l’ultima volta) al primo Ipercoop che incontro per strada.

Così, per provare il brivido di qualcosa che, a quanto pare, nessuno fa più.

Lo so, lo so: tutto ciò è terribilmente cheap, scorretto e antiestetico. Ma non temete, prometto che almeno questo non lo posterò.




Ascoltando Nature Boy, Nat King Cole (The Very Best of Nat King Cole, 2006) 

lunedì 11 novembre 2013

Le parole degli altri 3







«Believe me. Everything is meant.
From my mother: grace under pressure; the uses of mystery; how to get what I want.
From my father: how to disappear, how to not exist.»

(Ali Smith, The Accidental, 2005)

mercoledì 30 ottobre 2013

Cosa sono le nuvole


Ci camminavo sopra e non me ne sono accorta fino a che non sono inciampata e ho visto la sua immagine incresparsi sotto quel filo d’acqua piovana e foglie gialle.
Allora, soltanto allora, mi sono fermata. E l’ho fotografata.

Sì, l’ho fotografata, una cosa impensabile fino solo a un anno fa e invece, adesso, è stato non dico il primo istinto, ma quasi. Non tanto, non solo, per mostrarla a qualcuno, ma per paura di perderla, di lasciarmi sfuggire quel momento, di nuovo, come poco prima, come forse milioni di altre volte, in passato.

Come se non bastasse più viverle, le cose. Come se adesso fossero diverse perché c’è qualcuno che le guarda, che ci guarda, là fuori.

Quanto siamo rincoglioniti. Abbiamo trovato proprio un bel modo di nasconderci, zitti zitti dietro ai nostri frammenti di plausibile realtà, piccole magie quotidiane. Siamo abili a limare bene gli angoli, a scegliere inquadrature e filtri, ad aggiustare anche quelle parti di noi che sembrano irrecuperabili. Mica che quel mondo più perfetto che perfettibile ci somigli, è evidente, ma è così confortante convincersene e convincere gli altri.

Comunque mi giudico da me, pure io faccio schifo, mica solo te. Ma perché dobbiamo essere così diversi da come ci crediamo, perché?

Lei, invece, non era altro da se stessa. Se ne stava lì a osservarmi, silenziosa, ma non muta. Tanto è proprio quando non vuoi sentirteli addosso, gli occhi di qualcuno che quelli ti si piantano sulla schiena, sulle gambe, sulla bocca, sui denti e tu smetti di parlare, di sorridere, per un attimo smetti di esistere perché è già troppo esistere in quello sguardo, insopportabile pensarti al di fuori dello spazio sicuro tra te e te.

Lei mi soffiava via i pensieri di tutti i giorni e ci buttava dentro quelli di domani. Scioglieva i miei capelli in tanti ciuffi lunghi e riccioluti e faceva le labbra più scure, socchiuse, il collo più lungo. Sicché capite che non ero più io. Eppure lei si faceva camminare a un ritmo che era evidentemente quello che sono quando non penso di essere niente e allora...

Qual è la verità? È quello che penso io di me? O quello che pensa la gente, o quello che pensa quello là dentro?

Io me lo ricordo bene quando ero bambina, la voglia che fosse tutto perfetto come non era mai, la percezione di un disagio senza sapergli dare un nome, la felicità delle piccole cose e quelle che non ci sono più è perché non vale la pena ricordarle, è chiaro. Quella parte del filmino in cui abbraccio entrambi e guardo la telecamera e voi fissate la tivvù e nulla funziona come me lo ero immaginato, ma io sorrido lo stesso.

Se tutti ti raccontano come sei e come sei stata è perché ti conoscono e lo sanno meglio di te, giusto? Perché erano lì e tu magari ti sei distratta e ti perdi facilmente e non sai giudicarti neanche un po’.
Comunque adesso so a cosa serve, avere un pubblico e me lo tengo stretto perché sento che mi fa bene, mi fa comodo per un disagio a cui, ancora, non so dare un nome, come da bambina, come la voglia che sia tutto perfetto quando non lo è.

Però quando mi verrete a cercare e, chiamandomi, non avrete risposta, non vi spaventate. Siete andati a caccia di parole nuove ma ogni definizione mi stava stretta e ho deciso di andar via, lontano, e tornare da lei.

Lei mi sta sopra la testa e sotto le suole di queste scarpe che non fanno rumore. Mi spia silenziosa da un cielo carico di pioggia e sirene di città, un cielo d’autunno che non ha dimenticato l’odore delle colline, quei dorsi così nudi e rossi che sanno di selvatico. Se chiudo gli occhi so rivedermi in quel profilo, per un istante mi pare nitido anche scosso dal vento e dal brusio di mille e una voci che mi ronzano nel cervello. L’immagine di me.

Cosa senti dentro di te? Concentrati bene, cosa senti? Eh?
Sì, sì, sì... sento qualcosa che c’è.

Quando partono le note so che sarà per una giornata intera. Sempre. Strizzo gli occhi al primo raggio di sole e le parole si inseguono che non se ne vede la fine, in loop, affammate e prepotenti che manco i tossici.

Un cuore affranto si cura con l’udito.

Me lo canto a squarciagola, me lo dico sotto voce, lo scrivo sul taccuino; è un segreto che mi pare bello mantenere, proteggere come si fa con le cose preziose.

Quella è la verità, ma shhh... non bisogna nominarla perché appena la nomini non c’è più.



Ascoltando Che cosa sono le nuvole (l’amore derubato), Avion Travel (Bellosguardo, 2006)

lunedì 21 ottobre 2013

Di liste grandi e piccine

Tempo di wishlist, signori miei, tempo di sistemarsi belli comodi sul divano con qualcosa da – nell'ordine– sorseggiare, sgranocchiare, sfogliare, e buttare giù delle belle listone di desiderata.

Ci siamo appena scrollati di dosso quella dei buoni propositi di settembre e tra poco verremo invasi daquella dei regali di Natale e dalla più temibile: la lista degli obiettivi per il nuovo anno. Voglio morire solo all'idea.

Reagiamo, reagiamo alla maniera antifèscion, con una bella wishlist del 20 ottobre.
Una wishlist domenicale e pertanto svogliata, autunnale e perciò anacronistica, completamente a cazzo di cane, come piace a noi.
Una lista destinata a rimanere tale per lungo tempo, temo, data la carenza di denari, determinazione e tempo, ma non per questo manchevole del potere che hanno tutte le liste: dare un ordine ai nostri pensieri, mettere al guinzaglio le volontà, schioccare la frusta sulle ambizioni e, una volta sull'attenti, guardare in faccia quelle temibili bestiole che si nomano sogni e che, è risaputo, son desideri di felicità, sai mai che si mostrino più docili e accarezzabili.

Pronti? Si va.

I fondamentali, prima di tutto.

Gli oggetti imbecilli


Ora, Tiger supplisce brillantemente alla quasi totalità delle mie esigenze in questo senso. Un passaggio a cadenza settimanale, 4 euro in insetti in formaldeide, paperelle galleggianti e mini kit per la maglia e sono subito a posto. Nondimeno, il mondo è pieno di oggetti vagamente inutili e perciò appetibilissimi per la sottoscritta, ne sceglierò 3veramente indispensabili per sopravvivere a questo ottobre che finisce e a un novembre che avanza a passi minacciosi.


  • Dita di strega mangiabili per la festa di Halloween
Con la pasta frolla gibbosa, la salsina al pomodoro effetto sangue e la mandorla al posto dell'unghia. Muoio.Le ho viste e le ho desiderate. Di più: le ho viste e ho desiderato di fare un Halloween party solo per poterle servire agli ospiti e godermi le loro facce entusiaste. Io che ho sempre considerato questa ricorrenza un'americanata senza se e senza ma. Fanno il paio con gli Zombie Teeth fatti di spicchi di mela e marshmallow (guardate che meraviglia). Ho già gli inviti pronti.


  • Scratch Off World Map
Sì, lei, la carta geografica in cui puoi grattare con una monetina i paesi dove sei stato e crearti una mappa personalizzata con tanto di spazio sul retro dove annotare appunti di viaggio, traiettorie di volo e quel che più ti piace ricordare delle tue avventure in giro per il mondo. Fa tanto turista geek che come/dove ho viaggiato io nessuno mai, è uscita un secolo fa e non c'ho la vocazione del Terzani de noantri ma mi garba assai e la voglio. La voglio che mi prudono le mani. Scratch scratch.

  • Blendtec, il frullatore definitivo
Per fare, ça va sans dire, frullati, ma anche spremute, smoothies, milkshake, zuppe, frappè,gelati (gelati!) e impasti di qualsiasi genere. Bramo fortissimamente. Costa venti miliardi e potrei continuare a usare il mio metodo ante-guerra, minipimer a immersione e tazza dei Puffi formato gigante, ma volete mettere quanto sarei pro con quest'aggeggio?

La scelta è anche un tributo a quel genio di George Wright, responsabile marketing della Blendtec che ha preso Tom Dickson, CEO dell'azienda,l'ha piazzato davanti a una telecamera con uno dei frullatori che produce e gli ha fatto girare una serie di video in cui frulla le cose più improbabili (mazze da baseball, lattine, ipad, dvd. Il mio preferito è quello in cui, con tanto di parrucca in tema, Tom fa il coglione e riduce a pezzettini i gadget di Justine Bieber) al grido di Will It Blend? (enjoy).
Milioni di click su youtube e altrettante persone convinte (a torto o ragione, vedete voi) di avere il migliore frullatore al mondo. Voglio essere dei vostri, amici.

Le scarpe e i vestiti (ché mica devi essere una fèscion blogger per desiderarli, ve'!)


  • I Chelsea Boots
Non ci provate neanche a fare commenti. Andavano l'anno scorso, sono sputtanati, non mi piacciono, fanno la gamba tozza... shhh! Zitti. Non capite. Non capite nulla. LO SO. Ma non mi importa. Tanto li ho odiati nei miei 12/13 anni e li ho guardati – sgomenta – indossare da mia sorella per ben più di un decennio, quanto li desidero adesso. Con lo stesso slancio, ma connotato positivamente.
C'è un piccolo particolare, però: non è che i Chelsea boots mi piacciano proprio tutti, eh. Anzi, mi basta una punta un po' più punta, un tacco un dito più alto e un colore un filo più chiaro da tornar immediatamente preda dell'antico disgusto; da qui, l'esigenza di trovarne un paio perfetti da concupire. Detto fatto (cliccate la 1, la 2 o la 3, a me vanno bene tutte).
  • Parka impermeabili (con fantasie sobrie, as usual)

Il clima di merda di Questa Città e le cinquanta sfumature di grigio che affliggono il mio umore e il suo cielo da quasi due mesi meritano una risposta colorata e possibilmente carica di stupidera.
Sono tragicamente caduta vittima del reparto bambini e confido nel mio seno inesistente e nella mia magra-magrezza per farmi calzare le taglie 12 e 14 anni dei primi due brand (qui e qua). Se così non fosse, l'ultima soluzione è comunque quella vera (sbavate con me).


  • Cartelle belle
Perché sono una collegiale inside. Con tutte le variazioni sul tema. Classica, ma con un tocco yeah (questa), finto chic and roar (eccola qui) e un po' cheap ma con tanto contenuto (et voilà).

I viaggi

Perché? Cristosanto ma ve lo chiedete anche? 

Comunque. C'è tanto bisogno di calore e di stare parecchio nudi da queste parti, perciò ho pensato a:


  • Le terme. Ma delle terme fuori dal mondo, tipo Laguna Blu.
  • Una spiaggia tropicale. Una roba come i classici Messico e Cuba andranno benissimo, grazie.

  • Una baita con camino sempre acceso. E col kaiser che si esce sulla neve.

Last but not least (è ovvio che lo scrivo solo per farvi dire le parole list, last, least e wishlist tutte insieme. Dai, pronunciatele a voce alta, credendoci)...




La Big List


Le tre cose che desidero perdavvero sul serio ma veramente.
  • Un nuovo lavoro
L'attuale mi fa cagare. Ora devo solo capire cosa voglio e trovarlo. Facile, no?
  • Tornare in forma / Disintossicare corpo e mente
Non studio non lavoro non guardo la tivvù non vado al cinema non faccio sport. Migliorare è un percorso tutto in discesa.
  • Scrivere di più
Cosa sto facendo? Eh? EH? Vedete che le liste funzionano?


AMEN.





Ascoltando All I Want Is You, Barry Louis Polisar (1977)